Su Mamdani e la sua vittoria

Un bel giorno per la sinistra. Newyorchese.

Il sottotitolo di questo articolo è una citazione dal collettivo Il terzo segreto di Satira, noto per i suoi video ironici su YouTube, è il titolo perfetto per rappresentare il modus operandi (e, soprattutto, il modus cogitandi) di chi sta scrivendo questo pezzo. Nel corso di questi giorni si sono sprecate le analisi semplicistiche ed i facili entusiasmi tipici della sinistra italiana diffusa. Un entusiasmo che è giustificato, ma che deve necessariamente essere contestualizzato e ben delineato. Zohran Mamdani è diventato sindaco di New York, non di Roma, non di Milano. Ha vinto negli Stati Uniti, dentro le regole e le contraddizioni della politica statunitense. Perciò, freniamo i cavalli e risparmiamoci il solito “facciamo come a New York”. Ogni volta che invochiamo modelli stranieri per “salvare la sinistra”, offendiamo la nostra intelligenza e la nostra storia politica. Ogni paese ha le proprie condizioni sociologiche, culturali e istituzionali: esportare modelli è un’operazione che raramente ha funzionato. Quella che segue non è dunque un’analisi neutrale, bensì una riflessione parziale e partigiana, con l’obiettivo di trarre ciò che di buono c’è nell’elezione di un socialista alla guida della capitale morale del capitalismo mondiale. Non per copiarlo, ma per farne oggetto di riflessione politica. Può sembrare un concetto elementare, ma il livello di alcune analisi lette in queste ore sembra quello di un liceale, rimandato per altro.

Socialista, musulmano e all’1%.
Zohran Mamdani ha cominciato il suo percorso verso il City Hall nell’autunno del 2024, annunciando la candidatura alle primarie del Partito Democratico per la scelta del candidato sindaco di New York. Le primarie democratiche, com’è noto, rappresentano la vera corsa elettorale, poiché i repubblicani nella Grande Mela contano su circa il 20% dei consensi. Mamdani, all’inizio, era dato all’1% nei sondaggi. Era un semplice Assemblyman dello Stato di New York (una sorta di consigliere regionale, per usare un paragone nostrano), e si trovava di fronte avversari del calibro di Andrew Cuomo, ex governatore dello Stato, travolto anni prima da scandali sessuali, Brad Lander, Comptroller della città (ossia una specie di revisore generale dei conti municipali), e Michael Blake, già vice-segretario nazionale del Partito Democratico. Sulla carta, la storia poteva finire lì: una candidatura di testimonianza, utile a farsi conoscere. Invece Mamdani ha costruito una campagna fondata su due pilastri: un programma radicale e una comunicazione di rara efficacia. Pilastri che hanno trasformato un candidato marginale in un caso politico internazionale. Il suo programma attinge al manuale del socialista democratico perfetto: blocco degli affitti, trasporti pubblici gratuiti (in particolare gli autobus), grocery stores pubblici con prezzi calmierati, e una forte attenzione alla classe lavoratrice. In una città segnata da gentrificazione, inflazione e disuguaglianze crescenti, quella ricetta ha fatto presa. Naturalmente, la domanda è la solita: come finanziare tutto questo? Semplice, tassando i più ricchi. In una città che è la capitale mondiale della finanza, questa proposta è apparsa all’establishment come un piano quinquennale staliniano. Si è subito agitato lo spettro di una Kampuchea Democratica, con più occhiali però. I miliardari newyorchesi hanno risposto con panico e assegni: Michael Bloomberg, ad esempio, ha versato circa otto milioni di dollari nella campagna di Andrew Cuomo. Mamdani, al contrario, ha raccolto fondi quasi esclusivamente tramite crowdfunding popolare. Ma la comunicazione è stata il vero punto di svolta. Mamdani ha saputo usare la rete come strumento di mobilitazione collettiva: una campagna fondata su volunteerism, canvassing, telefonate e porta a porta. Mamdani è riuscito ad uscire dalla propria bolla, dalla propria eco-chamber, riuscendo a far rimbalzare il proprio messaggio anche oltre le mura di un pubblico già politicizzato e radicalizzato. Col passare dei mesi, e complice il clima politico segnato dalle proteste contro il genocidio a Gaza, che ha evidenziato l’intrinseco sionismo dell’élite democratica, Mamdani è cresciuto nei sondaggi fino a imporsi alle primarie con il 56% dei voti, nel complesso sistema del ranked-choice voting ( metodo elettorale assai complesso che consente agli elettori di ordinare i candidati per preferenza, generando risultati cumulativi). La vittoria alle primarie lo ha reso il favorito alle elezioni generali. Cuomo, sconfitto, ha annunciato la candidatura come indipendente, mentre il sindaco uscente Eric Adams si è ritirato troppo tardi per non comparire comunque sulla scheda, invitando però i suoi sostenitori a votare Cuomo. In sostanza, la corsa a sindaco si è trasformata in una guerra intestina dentro il campo democratico, con il repubblicano Curtis Sliwa relegato al ruolo di comparsa. Durante la campagna elettorale vera e propria, Mamdani ha mantenuto la coerenza del suo messaggio senza alcun tipo di compromessi. Ha continuato a parlare di redistribuzione, giustizia sociale e controllo pubblico dei servizi essenziali, conquistando una platea sempre più ampia, anche oltre i confini degli Stati Uniti. È significativo che sotto i suoi video compaiano migliaia di commenti di sostegno da parte di persone che non vivono né a New York né negli USA: segno che la sua figura è divenuta simbolica, un catalizzatore globale per una sinistra di classe del XXI secolo.

Una breve analisi dei flussi.
Mamdani ha vinto con il 50,4% dei voti, sostenuto dal Partito Democratico (42,7%) e dal Working Families Party (7,6%). Il dato dem, in calo rispetto al passato, si spiega con la “santa alleanza” pro-Cuomo: il 20% dei democratici e circa il 45% dei repubblicani hanno scelto l’ex governatore, seguendo anche l’indicazione di Trump, che pur di fermare un socialista ha invitato i suoi a votare Cuomo.
Sul voto repubblicano è però necessario soffermarsi un po’: Curtis Sliwa, eccentrico personaggio, si era già candidato alle precendenti elezioni ottenendo il 27% dei consensi. I sondaggi, negli ultimi giorni prima delle votazioni, lo davano al 14% circa. Il risultato è stato ben peggiore: un 7% che sa di tradimento. La piccola decrescita infelice dell’uomo col berretto rosso. Se andiamo a scorporare i dati possiamo vedere come circa il 50% degli elettori repubblicani avessero già optato per Cuomo prima dell’indicazione di Trump, il 25% ha scelto Cuomo dopo l’indicazione di Trump e solo il 25% (o addirittura il 25%, se vogliamo ribaltare la prospettiva) sia rimasto fedele al proprio partito. Questo dato ci offre almeno due considerazioni. Trump (ed il movimento MAGA) ha una diretta influenza solo sul 7% dei votanti (ed il 25% dei repubblicani di New York) nella sua città di origine. In secondo luogo, pur di sconfiggere un socialista dichiarato i repubblicani newyorchesi sono disposti a votare un democratico, seppur moderato. Segno che Mamdani ha colpito i punti giusti. Infine, se si vuole essere precisi, su Cuomo è andato anche il voto del Partito Conservatore di New York, una formazione che ha come unico scopo quella di cercare di spostare dall’esterno il Partito Repubblicano su posizioni ancora più di destra. Chissà cosa può fare più di destra il partito dell’Asino… Alle scorse elezioni i conservatori avevano ottenuto l’1,1% dei consensi, mentre a questa tornata hanno raccolto 2600 voti per una strabiliante percentuale dello 0,13%. Segno che il 90% del loro elettorato ha seguito l’indicazione di Trump. Incredibile. Tutti questi numeri hanno un significato politico ben preciso: nonostante la santa alleanza Trump-Cuomo, Mamdani ha vinto con più della metà dei consensi, in un’elezione che ha avuto un’affluenza record (circa il 40%), la più alta dal 1969. L’accostamento tra le parole “affluenza record” e “40% degli aventi diritto” suona strana pure alle nostre orecchie di italiani, oramai abituati a percentuali simili. Negli USA l’astensione è qualcosa di endemico, normale. Essa non è dettata necessariamente da motivazioni politiche o da disaffezione (o peggio) verso l’agone politico, bensì è data da un sistema molto diverso per l’accesso al voto, dove l’iscrizione nelle liste elettorale non avviene de iure come in Italia (ed in altri paesi tendenzialmente civili) ma deve essere fatta dall’elettore stesso, prima del voto. Nel corso dei decenni sono state poste in essere, soprattutto in alcuni stati, misure che ostacolassero e disincentivassero l’iscrizione nelle liste elettorali delle minoranze, soprattutto per quanto riguarda la popolazione afro-americana. Il risultato di Mamdani, dunque, non è soltanto politico ma simbolico. Ha vinto nella città emblema del capitalismo globale, nonostante le minacce e gli attacchi del trumpismo mediatico. Non è un caso che Trump stesso lo abbia dipinto come “un pericolo per l’America”, minacciando di tagliare addirittura i fondi federali. Sarebbe interessante vedere la contro-minaccia di Mamdani, in linea con il governatore californiano Newsom, di ostacolare il flusso fiscale verso lo stato centrale. Cosa accadrà ora è difficile dirlo. Mamdani ha vinto a New York, ma nelle stesse elezioni i centristi democratici hanno prevalso in Virginia e New Jersey. Segno che la spinta socialista non è uniforme nel partito, ma episodica e legata a contesti urbani ad alta conflittualità sociale. New York, insomma, è un’eccezione. E tuttavia, da marxisti, non possiamo ignorare gli elementi strutturali: New York è il cuore pulsante del capitalismo finanziario, il luogo dove le contraddizioni del sistema sono più feroci e dove la distopia liberista mostra il suo volto più nudo. Proprio dove la classe lavoratrice soffre di più, si ricerca nel cambio di paradigma una possibile via d’uscita e ciò porta anche alla radicalizzazione ed alla presa di coscienza di elettori e lavoratori. La situazione della classe operaia a New York sarebbe un bel libro da leggere, peccato che di novelli Engels in giro non se ne vedano molti.

Fare come a New York? Forse.

Il nostro paese è, da almeno 30 anni, gravemente malato di esterofilia, e non riesce, soprattutto a sinistra, a liberarsi della concezione di soggetto colonizzato, riassunto nel “facciamo come in/a”. Se nel 1919 questo ragionamento serviva agli operai delle grandi fabbriche del nord come esempio nel cercare di fare la rivoluzione, imitando il modello bolscevico, oggi si parla molto meno prosaicamente di tatticismi elettorali da scopiazzare; contenitori politici raffazzonati o campagne politiche, quando va bene. Mamdani non può essere visto in maniera messianica (né può essere visto, specularmente, come agente dell’imperialismo, altra critica a mio avviso fuori da ogni analisi possibile), né può essere visto come un qualcosa da emulare precisamente. I motivi sono moltissimi: una grande diversità del sistema elettorale e politico statunitense, una grande diversità nella composizione di classe e della tipologia di rivendicazione fatte, una storia ben diversa ed un grado diverso di forza del neoliberismo sulle vite delle persone. Questi elementi non sono secondari: Mamdani ha partecipato alle primarie del Partito Democratico, vincendo con un programma socialista. Questo si è dimostrato impossibile in Italia, dove le primarie del cosiddetto “centro-sinistra” hanno nel migliore dei casi un candidato presidente del consiglio molto debole e con un programma impossibile da portare avanti per la necessità di mediazione parlamentare (Bersani) oppure hanno visto vincitore uno dei peggiori personaggi della politica italiana dell’ultimo decennio (Matteo Renzi). La composizione di classe è diversa, molto dissimile a quella italiana, con una popolazione molto più giovane, generazionalmente molto divisa; ed ovviamente la storia statunitense è un caso a parte rispetto a quella europea ed italiana, creando ovviamente anche una differenza socio-culturale assai marcata, nonostante il soft power culturale statunitense. Quindi Mamdani lo lasciamo a New York a combattere gli oligarchi? Sì, ma possiamo imparare qualcosa, senza renderlo esempio adamantino da portare in Italia in spalla, quasi fosse una statua della Madonna. Da Mamdani, e dalla sua campagna elettorale si può apprendere come comunicare, soprattutto con le giovani generazioni, come ad oggi il ruolo della comunicazione politica dirompente sia necessario per l’agire politico dei soggetti organizzati e di come da questa si riesca a costruire organizzazione. Da Mamdani possiamo imparare l’arte della politica vecchia maniera, che sembra contrastare con ciò che ho appena affermato, ossia che accanto alla comunicazione social rimane necessario un approccio vis a vis nel convincere l’elettorato della giustezza delle proprie proposte. Da Mamdani, in ultimo, possiamo apprendere la coerenza delle proprie idee, la necessità di non dover andare al centro per convincere l’elettorato, che in un mondo dove le crisi cicliche del capitalismo sono oramai così ravvicinate da essere indistinguibili ritornare a dare un messaggio di giustizia sociale e di equità può far tornare a scaldare quei cuori che da decenni ormai hanno perso un riferimento politico.
Grazie a Zohran Mamdani per averlo fatto a New York, ora tocca farlo a noi in Italia.

Paolo Bertolozzi, coordinatore nazionale dei Giovani Comunisti/e