Domenica 16 novembre il Cile ha parlato. In un’elezione tesa, polarizzata e fondamentale per gli equilibri dell’America Latina, il primo turno delle presidenziali ci consegna una fotografia complessa ma non priva di speranza. Se da un lato l’estrema destra di José Antonio Kast avanza minacciosa, dall’altro la nostra compagna Jeannette Jara ha dimostrato che il cuore pulsante del progressismo cileno batte ancora forte, conquistando il primo posto.
Ora ci attende la sfida più grande: il ballottaggio del 14 dicembre. Non sarà semplice, ma la partita è aperta.
1. IL CONTESTO: Un Paese in cerca di certezze
Per comprendere il risultato di domenica, dobbiamo guardare alla fotografia politica con cui il Cile è arrivato alle urne.
L’Eredità di Gabriel Boric: Luci e Ombre
Il governo Boric ha ottenuto risultati storici, come la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, l’aumento del salario minimo, il “Royalty Minero” (tasse sulle grandi estrazioni miniere a favore della collettività) e la prima riforma al sistema pensionistico creato dalla dittatura di Pinochet dopo decenni di lotta. Tuttavia, dobbiamo essere onesti nell’analisi: il governo non ha potuto completare il suo programma di trasformazione, in particolare non è riuscito a portare a termine la riforma fiscale, indispensabile in uno dei Paesi più disuguali al mondo. Il motivo non è stato la mancanza di volontà, ma l’ostruzionismo di un Parlamento in cui la destra aveva la maggioranza e ha bloccato ogni tentativo di redistribuzione della ricchezza. In più, il governo ha dovuto farsi carico del Paese in un contesto di grande apatia dovuta ai due processi costituenti per cambiare la costituzione di Pinochet, che finirono entrambi bocciati alle urne.
L’Unità del progressismo
Il fronte progressista ha mostrato una maturità straordinaria. Dopo un processo di primarie democratiche e trasparenti, le forze di sinistra e il centrosinistra storico si sono compattati attorno alla figura di Jeannette Jara, candidata del Partico Comunista. Jara, già Ministra del Lavoro e figura chiave del governo uscente, ha saputo incarnare la sintesi tra la piazza e il palazzo, tra la rivendicazione sociale e la capacità di governo. Dopo le primarie svolte a giugno anche la Democrazia Cristiana decise di dare il loro appoggio a Jara, diventando ufficialmente la candidata delle forze di sinistra e di centro.
Una Destra frammentata
Sull’altro fronte, abbiamo assistito a una divisione storica. La destra si è presentata con tre volti distinti, sintomo di una crisi d’identità profonda:
- Evelyn Matthei: La destra “tradizionale”, erede del piñerismo, che ha cercato di apparire moderata.
- José Antonio Kast: Leader del Partito Repubblicano, cioè L’estrema destra radicale e populista, rappresentante dei settori del golpismo cileno. A livello internazionale si colloca come alleato di Donald Trump e Giorgia Meloni.
- Johannes Kaiser: Un outsider ultraconservatore che ha ulteriormente eroso voti alla destra classica e al Partito Repubblicano. Le similitudini con il Presidente dell’Argentina Javier Milei sono più che evidenti.
Questa frammentazione ha permesso a Jara di arrivare prima, ma la somma aritmetica dei voti conservatori rappresenta oggi il pericolo maggiore in vista del secondo turno.
La Sicurezza e migrazione al centro
Infine, il tema che ha dominato la campagna elettorale non è stato l’economia, ma la sicurezza e la crisi migratoria. Il Cile sta attraversando una crisi di ordine pubblico inedita, aggravata dalla criminalità organizzata transnazionale, che si è stabilita in Cile approfittando la crisi migratoria degli ultimi anni. rappresentata principalmente dalla migrazione in massa di Venezuelani (favorita in primis dall’ex Presidente di destra Sebastian Piñera). La destra ha martellato su questo punto in maniera incessante, facendo leva sulla paura della gente. La sinistra, pur avendo aumentato i fondi alle forze dell’ordine come mai prima d’ora, ha faticato a imporre la propria narrazione, lasciando che il timore diventasse il principale motore emotivo del voto.
Il paradosso è che persino con il recente aumento della criminalità organizzata, il Cile rimane uno dei Paesi più sicuri della America Latina, ma allo stesso tempo è il secondo Paese del continente per quanto riguarda il senso di insicurezza.
2. ANALISI DEL RISULTATO: Lezioni da un voto difficile
I risultati del 16 novembre ci offrono spunti critici che non possono essere ignorati.
Il Voto Obbligatorio e l’Elettore “Involontario”
Questa è stata la prima elezione presidenziale con iscrizione automatica e voto obbligatorio a pieno regime. Questo ha cambiato le regole del gioco. Milioni di cittadini, che storicamente si astenevano perché disinteressati o delusi dalla politica, sono stati costretti a votare. Questo “nuovo elettorato” è spesso apolitico, poco informato sulle dinamiche istituzionali e guidato da istinti immediati: paura, rabbia, desiderio di ordine. È un elettorato che non ha una memoria storica delle lotte della sinistra e che è permeabile ai messaggi semplici e diretti del populismo.
I Sondaggi (ancora una volta) sbagliano.
Come spesso accade nell’era contemporanea, le società di sondaggi hanno fallito nel catturare l’umore profondo del Paese. Davano per scontato che ci sarebbe stato uno scenario di ballottaggio tra Jara al primo posto e Kast al secondo, ma hanno sbagliato completamente le percentuali degli altri candidati, creando una percezione nella campagna elettorale non veritiera.
Jara: Bene, ma serve di più
Il risultato di Jeannette Jara (26,8%) è una vittoria, ma una vittoria che deve farci riflettere. Il primo posto è senza dubbio una vittoria e un segnale di forza. Tuttavia, il dato è inferiore alle previsioni, considerando che Jara rappresentava la totalità dei partiti di sinistra e centro sinistra in parlamento.
La sorpresa Franco Parisi
Il vero dato shock è il terzo posto di Franco Parisi (Partito della Gente), che ha sfiorato il 20%. Il suo successo è l’urlo dell’antipolitica. Ha raccolto i voti di chi odia la “casta”, sia di destra che di sinistra. Il suo elettorato è pragmatico, individualista, stanco della burocrazia e della corruzione percepita. Non è un voto ideologico, bensì rappresenta in gran parte quell’elettorato che si è tenuto sempre lontano dalle urne e che oggi è costretto a votare.
La Crisi della Destra Tradizionale
Evelyn Matthei è la grande sconfitta, fermandosi al quinto posto con il 12% dei voti. Si tratta del peggior risultato elettorale della destra tradizionale dalla fine della dittatura. In sintonia con la tendenza mondiale, la destra “classica” è stata cannibalizzata e sorpassata dall’estrema destra di Kast e Kaiser, e davanti a questa realtà il suo tentativo di mostrarsi in una veste moderata, avvicinandosi al Centro non è stato sufficiente per evitare la sconfitta.
3. DI FRONTE AL BALLOTTAGGIO: La Strategia per la Vittoria
Il 14 dicembre non sarà solo una scelta tra due candidati, ma tra due visioni del mondo. Come si può ribaltare un pronostico che, sulla carta, favorisce Kast perché potrebbe teoricamente sommare i voti della destra sconfitta?
Il Panorama: Kast in netto vantaggio
Kast parte con un vantaggio teorico: se sommasse automaticamente i voti di Matthei e Kaiser, supererebbe il 50%. Ma la politica non è matematica. Kast è una figura divisiva, che spaventa molti moderati e le donne, minacciando i diritti civili acquisiti. In più, bisogna considerare che per settori di centro che nel primo giro hanno preferito votare Matthei, il voto per Kast al ballottaggio non è affatto una scelta scontata.
La Chiave di Volta: i voti di Franco Parisi
Qui si gioca la partita. L’elettorato di Parisi (circa il 20%) sarà l’ago della bilancia. Chi sono questi elettori? Sono concentrati nel Nord del Cile, terre di miniere e deserto, dove la crisi migratoria è sentita con più forza e dove lo Stato è percepito come assente. Sono lavoratori, piccoli imprenditori, persone che vogliono sicurezza economica e fisica, che sono stati permeati dal discorso e dai valori neoliberisti della società, ma che non si sentono assolutamente rappresentati dalla logica dell’asse sinistra-destra.
La Strada Maestra: Concretezza e Pragmatismo
Per vincere, Jeannette Jara deve compiere una svolta strategica nelle prossime quattro settimane. Deve parlare a chi la guarda con diffidenza, superando l’anticomunismo ancora molto presente nel Paese. Dei possibili pilastri su cui costruire la rimonta possono essere:
- Sicurezza senza complessi: Bisogna insistere su un piano di sicurezza immediato e tangibile. controllo delle frontiere nel Nord, lotta spietata al narcotraffico e supporto alle forze di polizia in questo compito, con un approccio democratico e basato sull’intelligenza, per colpire i vertici della criminalità organizzata, allontanandosi dalla militarizzazione e repressione cieca di Kast. Le classi meno abbienti sono quelle che vivono in carne propria nei loro quartieri le conseguenze della presenza di bande criminali, è un dovere porre fine alla loro sofferenza.
- Raccogliere idee programmatiche degli altri candidati: Come già annunciato da Jara, in questa fase si devono studiare e incorporare al programma di governo le misure proposte da altri candidati che siano compatibili con il programma di cambiamento. Una tra queste, quella portata avanti da Franco Parisi che propone di eliminare l’IVA ai farmaci.
- Risposte alla “billetera” (Il portafoglio): L’inflazione e il costo della vita mordono, per questo motivo bisogna proporre al Paese un piano concreto affinché il popolo non veda peggiorare la sua qualità di vita. Deve presentarsi non solo come la candidata dei diritti civili, ma come la candidata che protegge il potere d’acquisto del ceto medio e dei lavoratori precari.
- Presenza nel Nord: La campagna deve spostarsi fisicamente nel Nord del Cile. Jara deve andare lì, ascoltare la rabbia di chi si sente invaso e abbandonato, e offrire soluzioni, non giudizi morali.
- Moderazione nei toni, radicalità nei contenuti: Per attrarre il centro e gli orfani della Matthei che non vogliono votare un estremista come Kast, Jara deve apparire come la Presidente di tutti. Una figura di garanzia, istituzionale, capace di governare il caos, in contrasto con l’avventurismo incendiario di Kast.
La situazione in Cile è critica, ma la storia non è ancora scritta. La sinistra cilena ha di fronte un avversario potente, che cavalca la paura. Ma Jeannette Jara, non è una candidata qualsiasi: è una donna competente, che, come Ministra del lavoro, è riuscita a far andare in porto trasformazioni e riforme importantissime e volute da anni in un contesto del tutto sfavorevole. Ma soprattutto è una figlia della classe lavoratrice, che conosce in prima persona le necessità e bisogni del popolo e che riesce a toccare il cuore della gente.
La vittoria dipenderà dalla capacità di uscire dalla “zona di comfort”, e di andare a bussare alle porte di chi è arrabbiato, di chi si sente escluso e deluso. Bisogna dimostrare che la vera risposta all’insicurezza e alla precarietà non è l’odio dell’estrema destra, ma la protezione sociale e la solidarietà di una sinistra moderna e pragmatica.
Il 14 dicembre, in Cile, si decide se tornare indietro o continuare a camminare. Adelante, Jeannette!
