A seguito della Seconda Guerra Mondiale, il 2 e 3 giugno 1946, il popolo italiano, per la prima volta a suffragio universale, venne chiamato alle urne per esprimere il proprio voto nel Referendum indetto per scegliere, fra Repubblica e monarchia, la forma di Stato italiana. Con un’affluenza altissima, pari all’89,08%, dato che attualmente l’Europa intera può solo ricordare con nostalgia e malinconia, l’Italia scelse la forma repubblicana con una percentuale del 54,27%.
Ad oggi, a soli ottant’anni da quel giorno, l’Italia, in un certo senso, si trova a dover tornare al seggio per pronunciarsi sulla nostra forma di Stato. Il 22 e 23 marzo, infatti, si terrà un Referendum costituzionale il cui obiettivo principale in realtà, nel caso in cui vincesse il Sì, non sarebbe una drastica modifica alla nostra forma di Stato, ma una riforma della giustizia incentrata sulla magistratura. Tale riforma, nota come Riforma Nordio, nome dell’attuale Ministro della giustizia, rientra però in un progetto quinquennale di sovversione della democrazia italiana, portato avanti dall’attuale Governo, guidato da Giorgia Meloni e la cui maggioranza è formata da una coalizione di destra tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, che gode di una solida maggioranza del 56% in entrambe le Camere che compongono il Parlamento.
Questo processo è suddiviso in tre fasi: una riforma della giustizia il cui fine è l’indebolimento del potere giudiziario, così da renderlo soggetto alle correnti politiche; una nuova legge elettorale; lo scioglimento delle Camere e la caduta del Governo. Questo ultimo passaggio è al momento solo ipotizzabile, ma sembra uno scenario alquanto plausibile, in quanto, nel caso in cui vincesse il Sì al Referendum ed il consenso popolare fosse quindi al suo massimo, il Primo Ministro potrebbe decidere di sciogliere le Camere ed andare ad elezioni anticipate e, auspicabilmente per l’attuale maggioranza di Governo, se le vincessero, potrebbero attuare lo scopo definitivo di tale progetto, ovvero una sorta di premierato al momento non contemplato nel nostro ordinamento.
Il Referendum verrà posto alle cittadine ed ai cittadini con sei quesiti che si concentrano su quattro pilastri della struttura costituzionale della magistratura riconducibili a sei articoli della Costituzione italiana (Artt. 102, 104, 105, 106, 107, 110) : la separazione delle carriere di magistratura giudicante e magistratura requirente (Pubblici Ministeri, in seguito PM); la scissione del Consiglio Superiore della Magistratura (in seguito CSM) in due differenti CSM autonomi; il sorteggio dei nuovi membri dei CSM; l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare.
Uno dei punti principali su cui spinge il sostegno per il Sì è proprio il primo punto, la separazione delle carriere: secondo questa tesi, infatti, i giudici e PM dovrebbero avere due distinte carriere incompatibili tra loro, con due percorsi diversi, per mantenere la totale indipendenza gli uni dagli altri. In realtà però, in seguito ad una delle ultime manovre in materia, la separazione esiste già e giudici e PM svolgono già funzioni differenziate nettamente tra di loro e dunque senza pericolo di influenza tra i ruoli. Nel caso in cui però volessimo far ricadere la problematica sulla questione del passaggio tra le carriere, è importante evidenziare che oggi questo è un procedimento fortemente limitato, riguarda infatti solo lo 0,4% dei magistrati ogni anno. Chi chiede di cambiare funzione, inoltre, ha l’obbligo di spostarsi di regione e può farlo una sola volta e solo nei primi dieci anni di carriera.
La riforma, dunque, non risolve i problemi concreti della giustizia italiana, ma cambia la natura del PM, che rischierebbe di uscire dall’ambito culturale che ora condivide con il giudice, nel quale l’indipendenza assume il valore più alto. La riforma non parla testualmente di un assoggettamento al potere esecutivo del Governo, ma la figura del PM rischia di essere snaturata trasformandosi in un inquisitore interessato a vincere per conto dello Stato e disinteressato alla ricerca della verità. Ciò non potrà essere tollerato a lungo e, per limitarne il potere, l’esecutivo sarà portato ad attrarlo nella propria orbita. La separazione delle carriere è quindi solo uno specchietto per le allodole, che nasconde però molto altro: la riforma infatti altererebbe profondamente l’equilibrio dei poteri dello Stato ed il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
A confermare questa sottomissione, gioca un ruolo importante la modifica della struttura del Consiglio Superiore della Magistratura. Ad oggi il CSM è l’organo costituzionale di autogoverno della magistratura italiana e assomma in sé diverse funzioni: decide nomine, trasferimenti e funzioni dei magistrati; dà indicazioni sull’organizzazione degli uffici giudiziari; tutela l’autonomia della magistratura dalla politica. Venne creato dai Costituenti proprio per questo scopo, ovvero per evitare le interferenze della politica sull’azione dei magistrati, garantendo concretamente l’indipendenza dell’ordine giudiziario dai poteri politico e legislativo, ed è proprio ciò ad essere effettivamente in pericolo.
Il nuovo CSM si presenterebbe diviso in due organi separati, uno per i giudici, uno per i PM e la nomina dei suoi membri, attualmente eletti, sarebbe sostituita da un sorteggio: la nomina dei membri magistrati (c.d. togati) sarebbe affidata alla pura sorte, mentre oggi sono eletti dagli stessi magistrati; i membri di provenienza politica (c.d. laici), sarebbero invece sorteggiati fra i componenti di una ristretta rosa di candidati, compilata dalla maggioranza di Parlamento.
Il sorteggio pone tante problematiche differenti, prima fra tutte il fatto che non possiamo sapere ancora come verrà effettivamente attuato, in quanto la struttura di tale procedura verrà esplicata solo attraverso la legge attuativa, che verrà però prodotta solo a seguito dell’eventuale vittoria del Sì. A tutti gli effetti, dunque, le cittadine ed i cittadini andranno a votare qualcosa di cui non hanno una completa visione, ma che ha un’importanza evidente, in quanto a seconda delle modalità con cui verrà effettuato il sorteggio, vi sarà un’influenza maggiore o minore sul principale organo di autogoverno della magistratura. Affidare al caso la composizione di un organo costituzionale non può infatti garantire la competenza e la responsabilità dei suoi membri. Il risultato sarebbe quindi un CSM (o due) più debole e pericolosamente soggetto a influenze politiche. Il sorteggio non rafforza quindi la democrazia, come i sostenitori del Sì affermano, ma la impoverisce, indebolendo l’istituzione che i Costituenti hanno designato come presidio democratico dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Attraverso questo passaggio si rende evidente agli occhi di tuttə uno dei rischi principali della riforma, ovvero che la politica potrebbe avere un forte potere sulla magistratura. Se i membri “laici” del CSM continueranno ad essere selezionati dal Parlamento, mentre i magistrati saranno sorteggiati casualmente, nell’organo si creerà un terreno fertile per far attecchire uno squilibrio a favore della componente politica, favorendo l’ingresso delle correnti politiche totalmente dipendenti dalla maggioranza. La riforma rischia di sostituire il pluralismo democratico interno con un’influenza esterna: la politica non elimina le correnti ma si sostituisce ad esse.
Con questa riforma la politica tenta evidentemente di ridimensionare l’autonomia della magistratura, che è in realtà una garanzia non per i giudici stessi, ma per tuttə lə cittadinə, ed un suo indebolimento mette a rischio la tutela delle persone comuni. Una giustizia meno autonoma è una giustizia più esposta alle pressioni di chi ha più potere. Ad esempio, un giornalista ci penserebbe due volte prima di indagare su un politico che potrebbe minacciarlo di ritorsioni e restare impunito perché in grado di fare pressioni sui giudici.
Il colpo finale al CSM verrebbe poi dato con la sottrazione dell’attribuzione del potere disciplinare sull’operato dei giudici, che verrebbe invece affidato a un nuovo organo: l’Alta Corte Disciplinare. Questo nuovo organo sarà presieduto da un membro laico scelto dalla politica e potrà essere composto da collegi costituiti a maggioranza da membri laici (espressi dalla politica), ma anche ciò sarà totalmente comprensibile solo a seguito della legge attuativa. Il potere politico, quindi, potrà giudicare un magistrato “scomodo”, intimidirlo, fermare le indagini o impedire le decisioni non gradite. In contrasto, inoltre, con principi costituzionali fondamentali, le decisioni prese da questo nuovo organo non saranno più impugnabili in Cassazione. È un sistema quindi che non offre garanzie di indipendenza ed è potenzialmente, se non sicuramente, intimidatorio. Questo, per l’attuale maggioranza al Governo, significherebbe giungere ad uno dei risultati migliori della Riforma, ovvero la vittoria della “guerra fredda” che alcune forze politiche hanno fatto nei confronti della magistratura dall’arrivo di Silvio Berlusconi in poi.
Sotto un punto di vista prettamente economico invece, questa Riforma, proposta per un paese fortemente indebitato nei confronti dell’Unione Europea ed in cui la burocrazia è macchinosa ed asfissiante, triplicherà costi e burocrazia: tre strutture al posto di una, ovvero i due CSM e l’Alta Corte Disciplinare, con più spese a carico dellə cittadinə (non meno di 115 milioni di euro all’anno in più), procedure più complesse e possibili conflitti tra i nuovi organi. In tutto ciò l’Italia si trova a far fronte ad un altro problema che attanaglia il paese negli ultimi anni, ovvero la bassissima affluenza alle urne, ed in questo caso è particolarmente necessario ottenere un’alta affluenza: questo Referendum, infatti, in quanto referendum costituzionale, non deve presentare alcun quorum per essere considerato valido, non occorre che venga raggiunta la soglia di 50%+1 degli aventi diritto, quindi un solo voto in più risulta decisivo e può determinare il destino di un paese intero, votare NO al Referendum è quindi fondamentale.
È importante poi evidenziare che la Riforma è stata approvata con una procedura fortemente compressa, che ha sfruttato ogni possibilità per ridurre al minimo la discussione parlamentare; il testo è stato blindato senza possibilità di modifica e gli emendamenti sono stati accorpati e votati insieme e tutti, sistematicamente, respinti. Le sedute, inoltre, sono state calendarizzate anche in orari notturni, un metodo che ha deliberatamente sacrificato il valore democratico del confronto e il ruolo delle opposizioni, in aperto contrasto con lo spirito della Costituzione, che invece richiede ampia partecipazione e condivisione quando si modificano le regole fondamentali dello Stato. È dunque fin dalla nascita che questa Riforma mette a rischio l’equilibrio tra i poteri dello Stato ed il principio di uguaglianza. È la più radicale trasformazione mai proposta dell’assetto istituzionale della Repubblica.
Questa sovversione della democrazia italiana però, come ho accennato all’inizio, è sostenuta da altri due passaggi fondamentali: la nuova legge elettorale e l’eventuale scioglimento anticipato delle Camere a cui seguirebbero le elezioni. Il primo punto si avvicina ormai ad essere completato: il 26 febbraio 2026 infatti il testo della legge elettorale è stato presentato dalla maggioranza per l’esame in Parlamento. La legge elettorale è l’insieme di regole con cui sono assegnati ai singoli partiti i seggi in Parlamento in base ai voti ricevuti alle urne e la legge di riferimento oggi è il Rosatellum (introdotto nel 2017), che combina collegi uninominali (voto maggioritario) e proporzionale. La proposta depositata invece elimina quasi del tutto la componente uninominale e introduce un sistema proporzionale con meccanismi per favorire la governabilità con listini bloccati (cioè senza preferenze) su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato, quindi, l’ordine dei candidati è deciso dai partiti stessi. Si tratta di un sistema proporzionale puro per l’assegnazione dei seggi alla Camera ed al Senato e scompaiono in larga misura i collegi uninominali del Rosatellum (eccetto alcune eccezioni per le regioni a statuto speciale).
Il cuore della riforma è però la creazione di meccanismi per dare alla coalizione più votata una maggioranza più forte in Parlamento grazie ad un premio di maggioranza estremamente favorevole: alla coalizione o lista che supera il 40% dei voti viene attribuito un premio di governabilità che si traduce in 70 seggi alla Camera e 35 seggi al Senato. Questi seggi si sommano a quelli proporzionali già ottenuti. Parliamo dunque di una sorta di doppio premio di maggioranza. Se nessuna coalizione raggiunge il 40%, ma le prime due risultano entrambe tra 35% e 40%, scatta un turno di ballottaggio tra le due. In nessun caso la maggioranza può superare il 60% dei seggi totali. Attraverso questo meccanismo verrebbe dunque ulteriormente rafforzata la maggioranza, lasciando poco margine di dibattito all’interno del potere legislativo, in quanto renderebbe particolarmente facile l’approvazione delle proposte legislative della maggioranza e renderebbe invece nulla la possibilità di approvazione delle proposte legislative prodotte dalle minoranze politiche. Ogni coalizione inoltre dovrà indicare unə candidatə Presidente del Consiglio già al momento della presentazione delle liste, la competizione diventa quindi molto più “presidenzializzata”, portando così il popolo a non votare le ideologie e le proposte politiche, ma la persona che le rappresenta.
Questa legge elettorale è stata strutturata chiaramente per essere strumentale e favorire la destra alle ipotizzate elezioni che si svolgerebbero nel caso in cui venissero sciolte le Camere a seguito della vittoria del Sì al Referendum. È una manovra potenzialmente non conforme alla Costituzione, in quanto difficilmente garantisce un pluralismo degno di essere definito democratico. L’abolizione, inoltre, delle preferenze e il ricorso a listini bloccati può diminuire il rapporto diretto tra elettori e singoli parlamentari. La nuova legge elettorale depositata dalla desta rappresenta quindi un passaggio fondamentale che potrebbe modificare profondamente il modo in cui si forma il potere legislativo italiano, con una forte enfasi sulla governabilità tramite un premio di maggioranza assegnato alla coalizione più votata e meccanismi di ballottaggio volti a evitare “nessun vincitore chiaro”. La legge potrebbe quindi alterare anche un meccanismo delicato come l’elezione del capo dello Stato creando una distorsione della rappresentanza che rischia di consegnare a chi poi vince le elezioni anche la possibilità di eleggere da soli un Presidente della Repubblica.
Questo procedimento tripartito tra riforma della magistratura, legge elettorale ed ipotetico scioglimento delle Camere con anticipate elezioni governative, rappresenta quindi uno scenario drammatico, quasi apocalittico, per la Repubblica italiana, che, se tutto ciò si realizzasse, potrebbe assistere al suo stesso tramonto. Il compimento delle prime due fasi potrebbe essere in realtà già sufficiente per arrivare a questo risultato, ma la caduta anticipata del Governo verrebbe in aiuto alla maggioranza stessa, in quanto sfrutterebbe l’ascesa del consenso popolare conseguente alla vittoria del Sì. Personalmente comprendo che possa sembrare irrazionale, quasi una teoria del complotto, ma è in realtà un progetto molto lineare e studiato a tavolino, teorizzato già in passato da Licio Gelli, creatore della loggia massonica Propaganda Due (P2), condannato per depistaggio delle indagini sulla strage neofascista di Bologna, della quale, successivamente, secondo sentenza definitiva, è stato individuato come mandante e finanziatore.
Nel testo programmatico denominato “Piano di Rinascita Democratica”, scoperto nel 1981 durante le indagini giudiziarie riguardo la P2, Gelli prevedeva profonde modifiche a: magistratura, sistema elettorale, Parlamento, Presidenza della Repubblica, informazione, media e sindacati. Dando per assodati gli attacchi sferzati in questi anni all’informazione, ai media e ai sindacati, ancora più espliciti sono i collegamenti che possono essere individuati tra Riforma della magistratura proposta da Gelli e la Riforma della magistratura di Nordio e la nuova legge elettorale proposta giusto ieri.
Per quanto riguarda la proposta della Riforma della magistratura presentata nel Piano, il documento proponeva: una separazione delle carriere, con distinzione netta tra giudici e Pm, una riduzione dell’autonomia del PM, ed un controllo politico sul CSM con ridimensionamento del suo ruolo attraverso una maggiore influenza dell’esecutivo. L’effetto politico potenziale e sperato era quello di ridurre l’indipendenza del potere giudiziario. La legge elettorale nel Piano P2 prevedeva invece un superamento del proporzionale puro con l’introduzione di un sistema maggioritario, una riduzione del numero dei partiti, a cui andremmo incontro con questa legge elettorale dato che rimarrebbero al di fuori delle coalizioni, ed il conseguente rafforzamento dell’esecutivo. Mi sembra ormai chiaro che le somiglianze ed i parallelismi che possono essere individuati tra il progetto passato e quello presente non possano più essere considerate tali, ma che ciò a cui noi assistiamo oggi sia semplicemente la concretizzazione di un piano già stabilito da una loggia massonica fascista per sovvertire la
Repubblica democratica italiana. Alla fine, era davanti agli occhi di tuttə, Giorgia Meloni stessa aveva provato ad avvertirci anche nella sua autobiografia “Io sono Giorgia”, dove aveva esplicitato le sue intenzioni per il futuro del nostro paese. Cosa resta da fare ai cittadini ed alle cittadine italiane, dunque, per non assistere al tramonto della democrazia? Semplicemente andare a votare al Referendum sulla magistratura ed andare a votare NO.
Questo è il nostro unico potere rimasto oggi.
Viva l’antifascismo! Viva la libertà!
Licio Gelli, Giorgia Meloni, e la sovversione della democrazia italiana attraverso una riforma della giustizia ed una legge elettorale
