Siamo reduci da giorni di dibattito, costruttivo e non, superficiale e approfondito, sugli Epstein files, il cui rilascio da parte del Dipartimento di Giustizia americano ha provocato un terremoto, più nell’opinione pubblica che nella realtà vera e propria.
Si è detto molto sulla questione e i livelli di analisi a riguardo sono molti e complessi, come immensa è la mole effettive dei files rilasciati: mail, messaggi, documenti, foto, video, attraverso cui è difficile navigare non solo senza confondersi, ma soprattutto senza lasciarsi soverchiare dalla gravità di ciò che ne risulta. Per questo è fondamentale applicare alla vicenda una prospettiva che ci aiuti a leggere il fenomeno non solo nei suoi singoli episodi, ma in quello che, in generale, implica per noi che ci identifichiamo in una certa sinistra; una sinistra che deve prendere una posizione netta a riguardo.
Per prima cosa possiamo affermare questo: il nostro mondo e le nostre vite per i super ricchi sono un parco giochi. Quello che traspare e che ci deve (come sempre) preoccupare è la facilità con cui chi detiene un capitale può appropriarsi della vita di qualcun altro e non subire assolutamente alcuna conseguenza: in un mondo di illusioni liberali e democratiche, dove i diritti umani e una parziale libertà ci portano a sentirci sicuri e intoccabili, la realtà è ancora la stessa di qualche decennio o secolo fa.
Non viviamo certo in una società schiavista, ma quello che viviamo è davvero tanto diverso? Forse la forma è diversa, più subdola e meglio nascosta, forse si tratta di una schiavitù economica mascherata da una società che ci programma al servilismo, che ci fa credere di avere controllo su noi stessi, quando invece questo controllo lo cediamo costantemente a qualcun altro. E quel qualcun altro, troppo ricco, potente, con tanti mezzi e tante conoscenze, non vuole mai il nostro bene, né ci considera come esseri umani pari, il suo unico interesse è se stesso. Il diritto internazionale, con le sue carte dei diritti inalienabili dell’uomo, non serve a nulla se questo “vale fino a un certo punto” (per citare il ministro Tajani).
Dobbiamo infatti ricordare che nel capitalismo gli esseri umani non sono tutti uguali: ci sono i potenti e gli impotenti, sfruttatori e sfruttati, chi il potere lo fa e chi lo subisce. E il potere oggi si fa attraverso il denaro. Questo orrendo caso giudiziario e mediatico ne è la perfetta testimonianza: una rete (perché non è il solo Epstein il problema) di persone estremamente ricche e influenti ha potuto macchiarsi impunemente per decenni di crimini che, come Occidente senza macchia e senza paura, pensavamo di aver debellato: traffico di esseri umani, prostituzione minorile, pedopornografia; si paventano anche crimini più spaventosi ed inquietanti, crimini in cui sono coinvolte le punte di diamante dell’economia e della politica mondiale, dagli imprenditori visionari agli studiosi più apprezzati alle teste coronate. Una piovra dai tentacoli corrotti, schermati da prestigio, buona reputazione e tanto potere.
La presunta superiorità morale, politica e legislativa che come occidentali viviamo, con cui ci copriamo gli occhi di fronte a situazioni di questo tipo, è basata solamente sul potere economico dei pochi e sulla forzata ignoranza dei molti. In un sistema economico in cui una piccolissima percentuale di persone detiene la stragrande maggioranza delle ricchezze, in cui l’equilibrio economico non solo di singoli paesi ma mondiale si basa su poche teste, non ci si può non aspettare che a quelle teste venga negato qualcosa. La copertura che per anni c’è stata sul caso Epstein altro non è che la perfetta dimostrazione di cos’è la giustizia nel libero mercato: una giustizia liberticida, che passa sopra alla dignità personale e alla vita di chi non conta abbastanza e salvaguarda chi ha abbastanza denaro per comprare silenzi e patteggiamenti, per poter cancellare e nascondere. E infatti il nostro sguardo coloniale cerca di schermarsi, come occidentali cerchiamo di coprirci gli occhi con i tanti articoli che negli ultimi giorni hanno cercato di trovare un collegamento con la Russia, il grande nemico, pur di lavarci la coscienza, pur di credere che i nostri dirigenti, i nostri uomini della finanza, non abbiano fatto quello che hanno fatto o che, almeno, lo abbiano fatto anche i ‘nemici’.
In questa analisi non possiamo però tralasciare altri elementi ricorrenti, che ci aiutano a declinare questa vicenda in altri contesti di lotta. In prima istanza, c’è un’altra costante di questo caso aberrante: ci sono dei tipi umani, delle abituali vittime sacrificali, che hanno molte più probabilità di finire in pasto a situazioni simili. I bambini e le bambine, le ragazze e le donne sono i macabri protagonisti di questi files, insieme agli uomini che hanno abusato di loro.
Non possiamo non vedere il filo rosso che unisce questo tipo di violenza con tanti altri tipi di violenza sull’infanzia e sulle donne: questo filo rosso è la considerazione di queste persone come meno umane, come più facili da usare e da schiacciare. Lo stesso crimine di traffico di esseri umani presuppone la visione di questi esseri umani come inferiori, come vicini ad oggetti, a merce: e se all’oppressione capitalistica aggiungiamo l’oppressione patriarcale, il risultato è semplice. Per anni le vittime della rete Epstein non sono state credute e prese sul serio, come sono state ignorate le denunce fatte all’FBI sui materiali pedopornografici consumati dal “ragazzo fantastico” (come lo descrisse Trump in tempi ancora poco sospetti) della finanza, presentate ben prima dell’esplosione del caso giudiziario (parliamo del 1996); e oltre al danno ha pesato sulle vittime la beffa di patteggiamenti e insabbiamenti delle indagini, vittime sempre più abbandonate da un sistema giudiziario che applica la legge solo su chi non ha i mezzi per evitarlo.
Paradossale suona quel luogo comune che spesso si sente ripetere, che le false accuse possano rovinare la vita di qualcuno, soprattutto se quel qualcuno è un uomo: ora ci troviamo di fronte non ad accuse, ma a prove schiaccianti che incriminano determinati soggetti, la cui vita in decenni non è stata assolutamente toccata, e probabilmente avranno i mezzi per scamparla anche questa volta. Ma alle vittime, persone senza i mezzi per difendersi, cosa rimane?
Il rilascio parziale degli Epstein files è, dunque, la prova definitiva di ciò che come Giovani Comunisti/e abbiamo sempre sostenuto: la classe politica attuale è corrotta fino al midollo; e non si tratta solo dei grandi e bravi statunitensi, ma anche dei leccapiedi italiani e di tutti quelli che, nel nostro Occidente, ricevevano soldi e appoggio da questa rete di miliardari che volevano fare solo il proprio interesse (pensiamo all’interesse per la Lega di Salvini, citato 89 volte nei files e che pare dovesse ricevere dei finanziamenti da Steve Bannon). Gli Epstein files, così come la brutalità dell’ICE, speriamo che servano bene al loro scopo: risvegliare una rabbia e un’indignazione di massa che aveva preso il via con le manifestazioni per Gaza, e che ora chiede, anzi pretende, a gran voce giustizia.
Il caso Epstein: una prospettiva di classe
