La legge di bilancio proposta dal governo continua a riprodurre un modello ormai logoro: una politica economica che dichiara prudenza ma pratica immobilismo, che parla di sostegno ma ignora salari, servizi e diritti, che invoca la responsabilità mentre lascia irrisolti i problemi strutturali del paese. In un’Italia in cui i salari sono fermi da decenni, la precarietà è diventata la norma e i giovani, anche quando lavorano, restano poveri, la manovra non incide su nulla di essenziale: non aumenta le retribuzioni, non riduce l’insicurezza lavorativa, non rilancia scuola, università, welfare o ricerca. Si limita a gestire l’esistente, mentre la composizione sociale del paese continua a scivolare verso la disuguaglianza e la rinuncia al futuro. È significativo che, mentre si ripetono slogan sul sostegno alle famiglie e alla crescita, i finanziamenti per l’istruzione restino tra i più bassi d’Europa, gli investimenti sulla transizione ecologica siano frazionati e insufficienti, e la precarietà venga trattata come un “male necessario” invece che come il prodotto di scelte politiche. E ancora più significativo è il capitolo del riarmo: mentre i servizi pubblici arrancano, la spesa militare cresce in modo costante, spesso sottratta al dibattito pubblico e vincolata a impegni internazionali che nessuno discute, lasciando intendere che il paese debba prepararsi a un futuro di tensioni invece che di cura e ricostruzione sociale. Se la legge di bilancio non mette al centro lavoro, diritti e redistribuzione, allora tocca a noi immaginare un’altra direzione: una controfinanziaria che prenda sul serio la condizione materiale delle persone e la trasformi in scelte politiche concrete.
Per cominciare, serve aumentare salari e pensioni in modo generalizzato, perché la perdita di potere d’acquisto di questi anni non è un fatto naturale ma il risultato di politiche che hanno lasciato soli lavoratori e pensionati di fronte all’inflazione. Il recupero reale dei salari è fondamentale non solo per garantire dignità, ma anche per rilanciare la domanda interna e sostenere l’economia nel suo complesso: un paese in cui milioni di persone non riescono a spendere non può crescere in modo sano. Accanto a questo, l’introduzione di un salario minimo legale di almeno dieci euro l’ora, agganciato ai contratti più rappresentativi, è una misura di civiltà e di giustizia: significa fissare un limite sotto il quale non è più possibile far scendere il valore del lavoro, impedire che la concorrenza al ribasso distrugga le tutele, e dare forza contrattuale in particolare ai giovani e ai lavoratori dei settori più fragili. Ma il salario minimo, da solo, non basta: bisogna agire sulla precarietà strutturale che tiene milioni di persone in una condizione di incertezza permanente. Questo significa limitare in modo rigoroso l’uso dei contratti a termine, eliminare gli stage gratuiti, tornati a essere un canale di sfruttamento legalizzato, e assicurare a chi lavora diritti reali, continuità di reddito e protezioni adeguate. Significa anche iniziare a discutere di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, una misura che in molti paesi viene già sperimentata e che non solo migliora la qualità della vita, ma permette di ridistribuire il lavoro senza sacrificare i salari, in un contesto in cui produttività e tecnologia aumentano mentre l’occupazione stabile diminuisce.
Un paese giusto deve poi investire nel sapere. Scuola, università e ricerca non possono essere trattate come capitoli marginali del bilancio, ma come il cuore di un progetto di società. Questo significa finanziare in modo massiccio l’istruzione pubblica, garantire borse di studio adeguate, costruire alloggi pubblici per studenti per impedire che gli affitti esorbitanti li tengano lontani dalle università, fermare i tagli e ridare dignità al lavoro nella scuola e nell’università. Un investimento vero nel sapere significa costruire una società capace di innovare, di creare lavoro e di affrontare le crisi ambientali e sociali con strumenti adeguati: senza ricerca non c’è futuro, e senza istruzione pubblica non c’è democrazia. Allo stesso modo, serve una politica industriale pubblica che guidi la transizione ecologica invece di subirla: trasporti pubblici gratuiti o accessibili, investimenti in energia pulita, sostegno alla ricerca e all’innovazione, sviluppo di settori produttivi capaci di generare lavoro vero e di qualità. La transizione non può essere lasciata ai privati né ai profitti di breve periodo: deve essere un processo sociale, partecipato e giusto, capace di tenere insieme ambiente, lavoro e diritti.
Per finanziare tutto questo serve una riforma fiscale radicale, che rompa il tabù dell’intoccabilità dei grandi patrimoni. Le grandi ricchezze in Italia esistono e crescono: sono concentrate nelle mani di una minoranza ristrettissima, che paga proporzionalmente meno tasse di chi vive di lavoro. Una patrimoniale sui grandi patrimoni, accompagnata da una tassazione forte sugli extraprofitti, sulle rendite finanziarie e sulle eredità più ricche, non è un colpo al merito o al successo: è un atto di giustizia che restituisce alla collettività una parte della ricchezza che essa stessa contribuisce a produrre. Economisti come Thomas Piketty hanno mostrato come tassare la ricchezza sia non solo possibile ma necessario per costruire una società più equa, e come strumenti come un’eredità universale o un sostegno di base per i giovani possano rompere la trasmissione ereditaria delle disuguaglianze. Redistribuire significa liberare energie, opportunità e tempo: tempo per vivere, per studiare, per lavorare con dignità senza essere schiacciati da precarietà e ricatti. E questo tempo è un bene collettivo: un paese che restituisce tempo ai suoi cittadini è un paese più libero.
Infine, va invertita la rotta sulla spesa militare. La scelta del governo di aumentare le spese per il riarmo mentre taglia o sottofinanzia sanità, scuola, welfare e ambiente rivela una priorità sbagliata: non risponde ai bisogni della società ma agli equilibri geopolitici e ai profitti dell’industria bellica. Noi crediamo che la sicurezza non si costruisca con più armi ma con più diritti, più servizi, più uguaglianza. Ogni euro che va al riarmo è un euro sottratto alla cura, alla conoscenza, alla lotta alla crisi climatica. Una finanziaria giusta è una finanziaria disarmata.
Questa controfinanziaria non è un esercizio teorico ma una proposta concreta, che parte dai bisogni delle persone e indica una strada: aumentare salari e pensioni, introdurre un salario minimo, ridurre l’orario di lavoro, investire in scuola e ricerca, costruire una politica industriale pubblica, tassare davvero le grandi ricchezze, tagliare il riarmo. Significa mettere al centro ciò che oggi è lasciato ai margini: il lavoro, i diritti, il tempo, la vita. Significa scegliere di costruire un futuro degno, contro la rassegnazione e contro la propaganda dell’inevitabile. Le risorse ci sono: si tratta di andare a prenderle dove sono, per restituirle a chi ogni giorno produce valore e futuro. Una legge di bilancio diversa è possibile, e necessaria.
Di seguito condividiamo alcuni link dove come partito e giovanile abbiamo discusso di questo tema e mettiamo a disposizione le slides del professor Romano che gentilmente ci ha messo a disposizione:
