Ascoltando un dirigente comunista kurdo

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Bambini curdi in un campo profughi

Ebbene si, lo ammetto, provo sempre un certo disagio quando partecipo ad una iniziativa di solidarietà con un popolo in lotta contro l’oppressione: ma non è per mancanza di sensibilità, la ragione è un’altra. Ho l’età per ricordare quando in Italia il movimento operaio, la sinistra, i comunisti, erano veramente in grado di sostenere e dare forza alla battaglia internazionalista; oggi a volte, ho l’impressione, sbagliata lo so, che il guardare in America Latina, in Palestina, in Ucraina, sia quasi un tentativo di distogliere lo sguardo dalla nostra realtà, una realtà nella quale non riusciamo a incidere, e di fronte alla quale siamo confusi e divisi. Così quando ho partecipato all’iniziativa organizzata dalla Federazione di Roma in sostegno alla resistenza dei compagni kurdi a Kobane, non l’ho fatto illudendomi di dare un sostegno concreto a quella eroica lotta, ma con il desiderio di incontrare qualcuno, che avesse qualcosa da insegnarmi. E certo abbiamo solo da imparare da chi ha saputo far argine, contro la barbarie dell’Isis, una barbarie che l’imperialismo organizza, fomenta e paga, ma che lo stesso imperialismo non sa più controllare. I comunisti kurdi hanno saputo essere argine a questa barbarie, da loro abbiamo da imparare.

E questo è ciò che credo di aver imparato. I compagni kurdi, hanno dovuto “rinunciare”, almeno formalmente, alla loro identità politica, quel PKK che è, e rimane il simbolo non solo della resistenza del popolo kurdo, ma della unica prospettiva di trasformazione in senso socialista della società, che riesce a vivere nel contesto mediorientale, laddove i conflitti si presentano lungo il crinale mistificatorio, di medievali guerre di religioni. Hanno dovuto “rinunciare” a quel nome glorioso e amato, non solo su una scheda elettorale e per la contingente necessità di superare una soglia di sbarramento, ma almeno formalmente, facendo scomparire del tutto il PKK, per la vitale necessità di tutelare i propri militanti e la propria iniziativa politica, dopo che il PKK è stato inserito ignobilmente, nella lista nera delle organizzazioni del terrorismo internazionale. Ma il PKK ha continuato a vivere, in altre strutture, con altre sigle, in esperienze parallele e collaterali, a cui i comunisti kurdi hanno dato vita.

Ho ascoltato il compagno dirigente kurdo, parlare della costruzione di una prospettiva per i comunisti del “III millennio”, una prospettiva che parla di socialismo e costruzione dal basso di processi di democrazia partecipativa, di costruzione di pratiche sociali, di economia ambientalmente compatibile, di lotta coerente alle logiche del patriarcato. Ho ascoltato il compagno dirigente kurdo, parlare, di fatto, di quel processo della rifondazione di una pratica e di un pensiero comunista, che qui non è ancora iniziato. Ho ascoltato il compagno dirigente kurdo, richiamarsi orgogliosamente al marxismo e al leninismo, non come feticci sulla base dei quali fare l’analisi del sangue al compagno che ci è vicino, ma come strumenti vivi, della propria capacità di lettura e di interpretazione della realtà.

E tutto ciò è stato fatto, non in convegni di intellettuali e incontri di aree politiche, ma nella durezza, per me inimmaginabile, della lotta di resistenza armata, in quelle condizioni in cui ogni esemplificazione tattica o teorica, può apparire giustificata, ogni compromesso comprensibile, ogni cedimento sul terreno della democrazia e della partecipazione, legittimo. E invece quello che ho ascoltato è rigore teorico e capacità di articolazione tattica.

Tutto ciò non può che essere frutto di una grandissima capacità di direzione politica, della capacità di applicarsi con rigorosa determinazione, a quello che da Lenin in poi, è il tema costituente dell’esperienza politica comunista, il tema della direzione politica. E ho chiesto al compagno dirigente kurdo, come siano stati in grado di produrre una tale capacità di direzione politica: ho avuto una risposta, che pur nella necessaria limitatezza dei tempi, è stata esauriente ed articolata, da cui cercherò di tradurre indicazioni utili anche al mio e al nostro lavoro.

Molto umilmente il compagno kurdo ha subito precisato, che tale capacità è il frutto di una esperienza di 40 anni; e io in ciò vedo, quella capacità che dovrebbe appartenere ai comunisti, di misurarsi più con la Storia, che non con la sola contingenza dello scadenzario politico, tra un’elezione un congresso, con la presunzione di voler risolvere ogni tema in una disputa del momento, e la ristretezza mentale di chi non è capace di collocare il proprio limitato agire, in un processo ben più vasto, che si produce nello sviluppo delle dinamiche sociali ed economiche, e non nella votazione di un ordine del giorno.

Poi ha fatto riferimento alla sua esperienza di studente universitario, quando cento compagni kurdi erano divisi in 25 partiti, che si confrontavano, polemizzavano, si dividevano, fin quando il PKK non ha messo l’accento più che sulle idee che ognuno legittimamente propugnava, sul lavoro che ognuno era chiamato a svolgere, superando, aggiungo io, l’idealistica presunzione della propria verità, nella concreta applicazione di quel materialismo dialettico, che sa cogliere il vero, nel suo svelarsi come atto produttivo, e quindi trasformativo, della realtà.

Infine il compagno ha fatto riferimento alla scelta di “salire in montagna”, e dare inizio alla resistenza armata, una scelta la cui nettezza e la cui forza, ha sgombrato il campo da ogni altra ambigua opzione, obbligando tutti a misurarsi con un più avanzato livello dello scontro. E su tale scelta costruire l’unità, che non è frutto di mediazioni al ribasso e compromessi sulle virgole di un documento, ma che si produce solo intorno a “punti di forza”, identificabili nelle pratiche effettivamente messe in campo, piuttosto che su roboanti enunciazioni teoriche.

C’è poi un’altra cosa che ho imparato dai compagni kurdi, ogni volta che ho avuto occasione di incontrarli e di avere con loro relazioni: lo “stile”, uno stile comunista, che da tempo non vedevo tra di noi e di cui ho avuto conoscenza solo attraverso lo studio della storia dei comunisti. Uno stile fatto di misura e rigore, di disciplina e senso di appartenenza, di correttezza e generosità che un tempo erano ciò che permetteva ai comunisti, di essere sempre e comunque, dovunque e davanti a tutti, un esempio. Perchè la lotta dura e le battaglie interne, che penso i compagni kurdi conoscono più di noi e in termini certo più drammatici, non possono essere ridotte all’espressione incontrollata di malesseri e paure, diffidenze e insofferenze. E’ uno stile antico, come antica è la lotta dei compagni kurdi, a cui noi non siamo più avvezzi: ma rifondare non è solo guardare al futuro, ma riscoprire ciò di cui nel nostro passato, abbiamo ancora necessità.

Dubito che tutto ciò potrà appassionare un Partito che si lacera in una discussione su “ciò che potrà essere” (la sinistra, il nuovo soggetto, l’identità comunista, il partito ecc…), piuttosto che unirsi nel semplice lavoro “qui ed ora”, nelle mille emergenze che ci assediano, la nostra ISIS quotidiana, da Torsapienza al Job Act, con la fiduciosa convinzione, che il “lavoro”, quello di produzione, come quello politico, è l’unico autentico artefice della realtà.

Personalmente voglio avere l’umiltà di imparare, e la presunzione di scegliere i modelli migliori.

CLAUDIO URSELLA
segretario della Federazione di Roma del PRC

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