“NOI, I GIOVANI COMUNISTI DI FRANCIA…”

di Sirio Zolea

Intervista a Nordine Idirm, segretario generale, e a Alexis Coskun, responsabile rapporti internazionali del Movimento Giovani Comunisti di Francia (Organizzazione giovanile del PCF)

In primo luogo qualche parola su questa festa dell’Humanité: che genere di appuntamento rappresenta per la sinistra in generale, per il popolo della sinistra, tra cui moltissimi giovani venuti qui da tutta la Francia?
La festa dell’Humanité è una festa popolare: un momento di festa ma al tempo stesso un appuntamento politico che coinvolge tutte le forze progressiste, organizzato dai comunisti per far sentire una voce progressista e per mostrare che chi si batte quotidianamente per l’occupazione, il lavoro, contro ogni discriminazione, per la pace e quant’altro si ritrova alla festa dell’Humanité. Tutto ciò chiedendo un prezzo di ingresso accessibile a chiunque. Dunque una tradizione che esiste da molto tempo, ormai riconosciuta persino dai nostri avversari politici.

La situazione politica in Francia: questo primo periodo di governo Hollande che genere di politiche sta attuando e quale è il livello di mobilitazione e di lotta dei comunisti e di tutta la sinistra progressista francese?
La nostra priorità è di far rispettare la volontà di cambiamento che il popolo ha espresso l’anno scorso. Vogliamo rimettere insieme tutto ciò che ha permesso di battere Sarkozy e la destra.
Sappiamo di non essere tutti d’accordo su tutto, ma al tempo stesso sappiamo che la magioranza dei lavoratori nel Paese vogliono un cambio delle condizioni di lavoro, metter fine alla disoccupazione, la sicurezza delle proprie pensioni, una vera educazione accessibile a tutti. Sappiamo che è un compito difficile in questo momento, ma a livello giovanile abbiamo promosso la più ampia unità possibile fra le organizzazioni, dal momento che siamo tutti d’accordo sugli obiettivi da rivendicare: combattere la precarietà, emancipare l’educazione e il lavoro. Un lavoro difficile, ma possibile se si combatte insieme: e noi comunisti vogliamo essere il centro e la sintesi di questa alleanza.

Col crescere della disperazione sociale, si assiste anche alla crescita dell’estrema destra. In tutta Europa abbiamo pianto pochi mesi fa l’uccisione di un giovane antifascista parigino. Quale è il pericolo dell’estrema destra in Francia e come fermarlo?
Il pericolo dell’estrema destra è che le sue idee si sono diffuse al di là dell’estrema destra: nella destra, ma anche fra i partiti della sinistra si sono accettati dei discorsi di estrema destra sulla sicurezza e sull’immigrazione. Questo va combattuto, sapendo che aver sconfitto Sarkozy non basta per spazzar via le sue idee, ma per raggiungere questo obiettivo occorre applicare un vero programma progressista e di sinistra.
Occorre perciò promuovere l’unità e al tempo stesso spiegare che le proposte dell’estrema destra sono in verità delle proposte liberiste che rafforzano il sistema, aumentano le disuguaglianze, le discriminazioni e le guerre. Bisogna rispondere veramente alle preoccupazioni diffuse nel popolo, lavorando sul terreno militante e politico, praticando la discussione quotidiana con le gente. Così è possibile distruggere il loro discorso e affermare il nostro: la crescita elettorale del Fronte Nazionale non è affatto un fenomeno irreversibile.

Cosa pensi dell’attivismo interventista di Hollande in Siria, che arriva a contraddire persino la posizione di Chirac sulla guerra in Iraq? Quale risposta mettere in atto in Francia e in Europa contro lo spettro di una nuova guerra imperialista?
La prima cosa da dire è che il governo francese non rispecchia la posizione del popolo francese, che all’ottanta percento si è dichiarato contro la guerra, mentre il Governo rifiuta persino di far votare in proposito il Parlamento (una prerogativa del Governo che peraltro testimonia la necessità di una nuova Costituzione). Prima Sarkozy in Libia, ora Hollande in Siria rinnegano quella parte dell’eredità francese che si era appunto espressa nel rifiuto della guerra in Iraq.
La Francia non è mai stata un Paese del tutto indipendente degli Stati Uniti e i suoi interessi, ma è difficile comprendere cosa davvero spinga con tanta ostinazione Hollande alla guerra: tra l’altro, il luogo strategico, i legami con Paesi come Qatar e Arabia Saudita, forti e in continua crescita. Ma l’isolamento in Europa sull’interventismo militare – la Germania non va, il Parlamento britannico si è rifiutato: resta Hollande da solo a aspettare la decisione degli americani – testimonia il suo fallimento politico.

Il prossimo anno ci saranno le elezioni europee: un momento importante per la sinistra anticapitalista di tutto il continente. Quali contenuti essa dovrà portare nel dibattito elettorale, quale sarà il significato politico di questo passaggio?
Per la sinistra anticapitalista in Europa quello attuale è un momento molto impotante. Secondo la nostra analisi, l’Unione Europea, a cui preferiamo riferirci specificamente piuttosto che all’Europa, è stata creata dal grande capitale per il grande capitale, per organizzare la produzione e il mercato a livello europeo. Ma il mercato e il capitalismo hanno oggi un carattere talmente complesso e diversificato che oggi qualcosa come un ottanta percento delle leggi, regolamenti, regole, etc, emanate in Francia, come in Italia, come in Grecia promanano dall’UE. Un secondo punto è il contesto storico di queste elezioni, che arrivano in un momento in cui praticamente tutta l’Europa, dalla Grecia, al Portogallo, in Italia, in Irlanda, è asservita all’Austerity e al tempo stesso in tutti questi Paesi si ha la risposta dei popoli.
Popoli, i giovani in particolare, che ovunque si sono mobilitati, hanno manifestato, hanno fatto scioperi, nelle forme più varie che possono variare da quella sindacale a quella degli indignados. Un dato di cui tener conto è che in pochi votano alle elezioni europee. Sta dunque a noi il ruolo di mobilitare i giovani in particolare, per due principali ragioni: prima di tutto, per far prender loro coscienza che se essi non si attivano, nessuno si attiverà; poi ovviamente perché con una generale affluenza bassa, più noi riusciamo a mobilitare l’elettorato, più deputati avremo.
I contenuti che noi dovremo rivendicare saranno essenzialmente due: portare la rottura con questa Unione Europea così come è, a partire da cose semplici come il rifiuto dell’applicazione automatica delle sue regole, in particolare gli atti normativi europei volti a destrutturare lo stato sociale; al tempo stesso, occorre lanciare un grande movimento per la costruzione di un’alternativa a livello regionale – questo non per incentrarsi esclusivamente sul livello europeo, ma in quanto un po’ ovunque oggi esistono delle costruzioni, dei blocchi regionali. Così noi dobbiamo riprendere la mano senza attendere, che sia in questa o in un’altra unione europea dobbiamo arrivare alla rottura e alla ricostruzione, come è potuto succedere in America latina con l’Alba o il Mercosur (senza ovviamente potersi limitare a un semplice copia e incolla di quei modelli), a partire dalle aspirazioni dei giovani e dalle lotte.

SIRIO ZOLEA

redazionale