I soldi virtuali del piano Juncker

I soldi virtuali del piano Juncker

Rilancio economico Ue. Solo 5 miliardi della Bei di “denaro fresco”. Il resto è moltiplicazione dei pani e dei pesci, per mantenere la promessa di investimenti di 315 miliardi in tre anni. Katainen ai comandi. Tensioni tra i paesi per ottenere finanziamenti, nella speranza che si ritrovi “fiducia” e che i privati partecipino perché si realizzi l’ “effetto leva”, solo orizzonte del neonato Fondo europeo per gli investimenti strategici . “Promessa” di non calcolare nel deficit gli investimenti pubblici destinati al Fondo

hall20121204014135897Denaro vir­tuale, con la magia della mol­ti­pli­ca­zione dei pani e dei pesci, per far fronte a una crisi eco­no­mica ben reale, con una disoc­cu­pa­zione che col­pi­sce nella Ue 24,8 milioni di per­sone (di cui 18,4 nella zona euro). Jean-Claude Junc­ker ha rive­lato ieri alcuni det­ta­gli del piano di rilan­cio, la pro­messa che lo ha fatto eleg­gere alla pre­si­denza della Com­mis­sione (gra­zie anche ai voti dei social-democratici): “l’Europa sta vol­tando pagina — ha assi­cu­rato — ora puo’ offrire spe­ranza al mondo su cre­scita e occu­pa­zione”. Il termine-chiave è “fidu­cia”, cioè lo scopo del piano, che prende il nome di Fondo euro­peo per gli inve­sti­menti stra­te­gici (Feis), è scom­met­tere in un ritorno della fidu­cia da parte dei pri­vati. Difatti, l’ipotesi dei social-democratici di un piano di inve­sti­menti pub­blici con­si­stente, non si realizza.

Pra­ti­ca­mente, il Feis, creato dalla Bei (Banca euro­pea di inve­sti­menti, la banca che finan­zia i pro­getti di infra­strut­ture euro­pee nel lungo periodo) in una strut­tura ad hoc, avrà solo 5 miliardi di euro di denaro fre­sco. La banca, cioè, resta estre­ma­mente pru­dente per­ché non vuole per­dere il rating AAA.

A que­sti 5 miliardi la Com­mis­sione addi­ziona 16 miliardi di “garan­zie” degli stati, vir­tual­mente pre­senti nel bilan­cio Ue: ma il bilan­cio dell’Unione è stato rivi­sto al ribasso, è addi­rit­tura in rosso e, inol­tre, c’è chi non paga, come la Gran Bre­ta­gna. Cosi’, su 16 miliardi, in realtà ce ne sono solo 8, più o meno esi­stenti da dare in garan­zia. Junc­ker e i suoi esperti riten­gono che que­sti 21 miliardi in parte vir­tuali avranno un potere di “effetto leva” pari a 15: 21×15=315. Ecco tor­nare, come per magia, la famosa cifra pro­messa, il “piano di rilan­cio di 300 miliardi”, il New Deal della Com­mis­sione dell’ultima spiaggia.

E c’è di più: la Bei, pru­den­tis­sima, finan­zierà al mas­simo il 20% dei pro­getti che ver­ranno accet­tati, il resto dovrà venire dai pri­vati, che gra­zie alla forza del Feis avranno ritro­vato la “fidu­cia” scom­parsa a causa della grande crisi. E poi la fan­ta­sia puo’ sca­te­narsi: “pro­metto che non con­si­de­re­remo i con­tri­buti degli stati al Fondo di inve­sti­mento nei cal­coli del Patto di sta­bi­lità”, ha detto Junc­ker, aprendo uno spi­ra­glio inte­res­sante (per­ché non togliere dal cal­colo anche altre spese? Per esem­pio, la Fran­cia vor­rebbe “comu­ni­ta­riz­zare” la spesa mili­tare, se spen­desse come la Ger­ma­nia per la Difesa – rispet­ti­va­mente 2,2% del pil con­tro l’1,4% — rispet­te­rebbe il Fiscal Com­pact). Ma anche se i paesi in crisi, costretti a grat­tare il fondo del barile per ten­tare di rien­trare nei para­me­tri, potranno desti­nare dei soldi al Feis, non avranno la garan­zia di avere in cam­bio finan­zia­menti per i pro­pri pro­getti. Junc­ker pro­mette “tra­spa­renza”, le deci­sioni su quali pro­getti finan­ziare saranno prese da un comi­tato indi­pen­dente, un con­si­glio di ammi­ni­stra­zione del Feis com­po­sto da 16 mem­bri pro­ve­nienti dalla Com­mis­sione (“non poli­tici né tec­no­crati”, assi­cu­rano a Bru­xel­les), più 5 nomi­nati dalla Bei. Il pro­blema è che nell’affanno gene­rale susci­tato dalla pro­messa del Feis, a Bru­xel­les sono arri­vate 1800 pro­po­ste di pro­getti, per un valore di 1100 miliardi, cifra ben lon­tana anche dalla mol­ti­pli­ca­zione dei pani e dei pesci dei 315 miliardi.

La gestione del piano sarà messa sotto il con­trollo del potente vice-presidente della Com­mis­sione inca­ri­cato della cre­scita, Jyrki Katai­nen. Pierre Mosco­vici, com­mis­sa­rio agli Affari eco­no­mici e mone­tari, ha rive­lato che anche per i 5 miliardi di denaro fre­sco ci sono state reti­cenze: “ma senza denaro fre­sco il piano sarebbe apparso all’opinione pub­blica un gioco di pre­sti­gio e di con­se­guenza sarebbe stato un flop”.

Il pro­blema è che i “soldi fre­schi” non ci sono: gli stati del sud non li hanno e quelli del nord non vogliono spendere.

Dal 2007, gli inve­sti­menti nella Ue sono dimi­nuiti di 430 miliardi di euro (il 75% di que­sti man­cati inve­sti­menti sono stati con­cen­trati in Fran­cia, Ita­lia, Gre­cia, Spa­gna e Gran Bre­ta­gna). Con­tem­po­ra­nea­mente, gli Usa hanno immesso nel mer­cato quasi 800 miliardi di dol­lari. E il risul­tato si vede: la ripresa sta­tu­ni­tense è supe­riore al 4%, men­tre la Ue è allo 0,1%, con inve­sti­menti sem­pre in calo.

ANNA MARIA MERLO

da il manifesto

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