Una biblioteca contro l’indifferenza

di Ettore Trozzi

Lo scorso 5 giugno eravamo poco più di un centinaio di persone a difendere la memoria di Peppino a Ponteranica. Trai manifestanti non c’erano i cittadini di Ponteranica che hanno preferito chiudersi in casa, abbassare le tapparelle. L’indifferenza di questo gesto mi ha lasciato molto turbato e mi ha ricordato l’indifferenza con la quale i cittadini di Cinisi hanno accolto il corteo funebre di Felicia Impastato, mamma di Peppino. I cittadini di Ponteranica hanno cioè preferito il “quieto vivere” invece di difendere un’eroe dell’antimafia, un ragazzo buono e intelligente come era Peppino.

Quest’episodio dimostra, purtroppo, che chi fa antimafia è oggi ancora una minoranza. Una minoranza combattiva, che ricorda gli eroi antimafia dal profondo del cuore, una minoranza che non si ferma mai un attimo, ma pur sempre una minoranza.

E questo perché nel 2012 parlare di mafia in Lombardia è difficile, se non impossibile. Il fenomeno mafioso non viene avvertito per quello che è la sua gravita e la sua diffusione nel nostro territorio. Immagino che ad ognuno di noi sia capitato almeno una volta di sentir dire “la mafia è un problema del sud” oppure che “la mafia esiste solo nei film”. Ma questo non è, ovviamente, vero.

La mafia in Lombardia esiste fin dal lontano 1954 quando la famiglia ‘ndranghetista degli Zagari si trasferisce a Buccinasco, paese in provincia di Milano. A partire da questo momento l’ascesa della mafia in Lombardia non si è mai fermata. Gli anni ’60 sono quelli del cosiddetto “contagio”: i mafiosi si diramano in tutto il territorio (in particolar modo nelle province di Milano, Varese, Brescia…) e arrivano ad essere più di 400.

Nel giugno del 1970 a Milano si tiene un’importantissima riunione dei capi mafiosi. Partecipano nomi tristemente conosciuti come Totò Riina, Salvatore Buscetta, Salvatore Greco e Gaetano Badalamenti, il mandante di quello che sarà dopo otto anni il tragico assassinio di Peppino Impastato. Tano Seduto prima ancora di occuparsi della sua terra madre, Cinisi, era a Milano per gestire quello che da lì a poco tempo sarebbe diventato uno dei feudi delle mafie: la Lombardia.

Gli anni ’70 passano alla storia come gli anni dei sequestri della ‘ndrangheta e di ‘cosa nostra’. Se ne conteranno 103 solo in Lombardia, il primo fu quello di Pietro Torielli junior.  Le mafie continuano ad acquisire potere fino a quando la notte di San Valentino del 1983 viene portata alla luce dalla magistratura milanese la cosiddetta “mafia dei colletti bianchi“. Imprenditori insospettabili che in realtà erano tutti affiliati a cosa nostra.

Il 1991 è l’anno dell’inchiesta “Duomo connection” che dimostra la fitta rete di legami e convivenze tra mafiosi, imprenditori e politica. Il 27 luglio 1993 alle ore 23:14 un’autobomba esplode a Milano come gesto intimidatorio di cosa nostra. I morti saranno cinque.

Arriviamo quindi ai giorni nostri: ormai le mafie contano migliaia di affiliati solo in Lombardia che risulta essere la quinta regione italiana per beni confiscati. Sono 116 i comuni lombardi con almeno un bene confiscato. La mafia oggi ha in Lombardia il primato del narcotraffico, nel traffico e nello smaltimento di rifiuti, nella prostituzione, nelle grandi opere (come durante la costruzione del Tav nella tratta Milano-Torino) e nell’edilizia. Proprio parlando di edilizia significativa è la frase intercettata in una telefonata tra l’imprenditore Maurizio Luraghi e un uomo del clan Barbaro-Papalia. L’imprenditore dice “Tutti questi capannoni qua li abbiamo fatti noi. Tutta Buccinasco, dove c’è il centro commerciale e tutti i padiglioni dietro. Ti rendi conto? Abbiamo fatto una città, abbiamo fatto…”. E quando all’FBI fu chiesto dove andare per conoscere la ‘ndrangheta la risposta fu immediata: “A Buccinasco”.

Mentre la mafia violentava il nostro territorio, diventando sempre più forte e ramificata, arrivando anche ai vertici delle istituzioni, a Ponteranica il sindaco leghista decideva bene di togliere l’intitolazione a Peppino Impastato dalla biblioteca comunale. Una scelta, tra l’altro, in armonia con l’egemonia (in)culturale che si manifestava nell’intolleranza e nel razzismo. Oltre ai vari tagli alla cultura che gli ultimi governi ci hanno regalato.

Se ormai una fascia della popolazione non conosce non solo Peppino Impastato, che viene relegato a ‘uno del sud’, ma anche gli altri eroi dell’antimafia, come Falcone e Borsellino è sintomatico di questa egemonia culturale. Un’egemonia che ha cancellato la memoria di questo paese, distuggendola e rimpiazzandola con falsi ideali e una falsa cultura dell’inesistente padania. Mentre la mafia aumentava il controllo del territorio, gestendo una rete di affari in ogni angolo della regione, il sonno della ragione diventava padrone. Invece di preoccuparsi della mafia la Lega ha visto bene di promuovere i vari “miss padani”, i riti dell’ampolla del “fiume sacro” e i raduni in cui si inneggiava ad una nazione esistente quanto Topolinia. A questa egemonia culturale si va a sommare quella del berlusconismo, del ‘tutto si può comprare’, dell’immoralità trasformata a moralità.

Il nostro compito deve perciò essere, oltre a richiedere la reintestazione a Peppino Impastato della biblioteca di Ponteranica, quello di promuovere una nuova  condotta culturale che ponga le sue basi nella democrazia, nella pluralità, nella libertà, nell’antirazzismo e nell’antimafia. Solo ponendo al centro dell’attenzione politica e sociale i veri valori fondanti della Costituzione si potrà impedire il ripetersi di simili scelte a quelle del sindaco di Ponteranica e si potrà impedire alle mafie in Lombardia di continuare ad accrescere il loro potere economico e politico.

Noi contrapponiamo ai loro diamanti, comprati con i soldi dei lavoratori onesti, i nostri diamanti. I nostri diamanti che sono Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pio La Torre, Rita Atria e tutti gli eroi che hanno perso la vita lottando per l’antimafia.

Per questo proponiamo l’apertura di una Biblioteca popolare ‘Peppino Impastato’. Avanziamo questa proposta per non rimanere più in silenzio, siamo infatti convinti che contro la mafia, e contro quella incultura di che le ha permesso di diventare così forte, si debba urlare la forza delle vere idee e dei veri valori che hanno fondato questa nostra Repubblica. Per non rimanere indifferente, per poter cambiare lo stato di cose presenti o perlomeno per provarci.

Il nostro non è un atto simbolico. Non vogliamo sopperire alla mancanza di una biblioteca intestata a Peppino. Vogliamo invece far rivivere le idee di Peppino nel nostro progetto che dovrà diventare un presidio di democrazia, di antimafia sociale, dove chi ha sete di conoscenza verrà sempre accolto a braccia aperte. Un progetto che però tracci una linea netta  tra chi è contro la mafia e chi è con la mafia. Non accettiamo più “il quieto vivere” mafioso e omertoso. Non può e non deve esistere una via di mezzo dove le coscienze non siano sporche o pulite. Vogliamo aprire una biblioteca popolare per rompere il muro dell’indifferenza e dell’omertà ancora così forte in Lombardia quando si parla di mafia.

Certo, non sarà facile. Probabilmente, anzi sicuramente, incontreremo degli ostacoli nel nostro percorso. Ma -lo ripeto- non possiamo rimanere indifferenti mentre la mafia violenta il nostro territorio. Dobbiamo però, come Peppino, fare una scelta di parte. Peppino con il collettivo “Musica e cultura” prima e con “Radio aut” dopo ci ha tracciato una linea da seguire, una sorta di programma dell’antimafia che vede nelle “pratiche sociali” una strada fondamentale per sconfiggere il potere mafioso.

Apriamo questa biblioteca per non far morire le idee di Peppino, per resistere. A dispetto di ogni violenza dobbiamo resistere, con uno spirito duro e il cuore tenero.

ETTORE TROZZI
Coordinatore dell’Associazione culturale ‘Rosa Bianca’

dal sito www.rosabianca.eu

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