Non possiamo condannare la rabbia

di Matteo Iannitti

Ho avuto paura il 15 ottobre nelle strade di Roma. Non fatico ad ammetterlo nella consapevolezza che la politica si fa con il corpo e con la testa, entrambi impauriti mentre a pochi metri da piazza San Giovanni impazzavano i roghi ed impazziva la gente, sempre di corsa a scappare da non si capiva bene cosa. Era impotenza di fronte alle auto bruciate, ai negozi assaltati, alle banche sfasciate. Era paura vera all’idea che la polizia potesse colpire, come avrebbe poi fatto in piazza, da un momento all’altro.

Genova tornava negli occhi di chi non c’era nel 2001 ma l’ha ricordata appena qualche mese fa. Non solo Carlo, non solo le cariche ma anche la Diaz, Brignole, Bolzaneto. Non ti sentivi sicuro da nessuna parte, un topo in gabbia. Quando eravamo partiti da Catania eravamo certi di rimanere accampati a Roma, nel pomeriggio non desideravamo altro che scappare. E col rombo dell’elicottero sulla testa a Termini, una volta aggregati tutti, siamo andati via.

Eppure è stata una giornata straordinaria. Eravamo tantissimi. Se fossimo arrivati a conclusione ed avessero permesso al corteo di sfilare compatto, avremmo detto, senza imbrogliare, che eravamo più di 500 mila. Un corteo variegato, incazzato, indignato. Per la prima volta un corteo marcatamente anticapitalista, antiliberista, antisistema e non per questo vecchio e identitario. Studenti, operai, migranti, compagne e compagni da ogni parte d’Italia. E soprattutto tantissime e tantissimi giovani consapevoli della necessità della lotta, esausti di una vita precaria, pronti a conquistare il futuro.

C’era gioia nell’essere tanti ma c’era anche rabbia e c’era la convinzione, ampiamente condivisa, che questa data doveva essere diversa dalle altre. Non il solito corteo. Per questo la polizia aveva blindato tutti i passaggi verso i palazzi governativi, per questo c’eravamo portati le tende ed al grido “Yes we camp” eravamo pronti a restare a Roma. Berlusconi aveva appena acquistato una nuova fiducia, la BCE aveva appena chiesto manovre aggiuntive, il mondo si apprestava a far sentire la sua indignazione. Era il momento giusto per dare un segnale forte. Ne eravamo convinti.

Ma non eravamo pronti. Abbiamo passato mesi interi a costruire la mobilitazione del 15 ottobre ed in nessun volantino o appello mancavano riferimenti alle mobilitazioni in Tunisia o Egitto, Grecia o Spagna. “Dovremmo fare come in Grecia” abbiamo pensato in molti ripetendo slogan del KKE e guardando con invidia e ammirazione le azioni degli anarchici. Abbiamo guardato con interesse, negli anni scorsi, i roghi delle banlieu francesi. Segno di una generazione esasperata. Abbiamo provato simpatia, pur con alcune riserve, verso i giovani inglesi: anticapitalisti invidiosi dei ricchi. Quelle macchine bruciate, quei palazzi in fiamme, quegli scontri davano il senso del conflitto e della rivincita. Ci davano l’idea di un movimento reale pronto a mettere in crisi gli sfruttatori.

Abbiamo solidarizzato con quella gente, con quei compagni.

Proprio per questo non possiamo cadere anche noi nell’ipocrisia, cedere alla propaganda dominante, cambiare casacca non appena la nostra appare troppo ingombrante. Pur con le naturali differenze le pratiche violente adoperate da una minoranza alla manifestazione di Roma sono le stesse che abbiamo visto in Grecia, sono molto meno gravi di quelle adoperate in Inghilterra nella scorsa estate.

Condannare tali pratiche in sé e per sé dimostrerebbe un opportunismo vigliacco e ipocrita.

È infatti il contesto in cui i fatti sono avvenuti, l’arroganza che li ha generati, l’insensatezza di alcuni di essi, l’isolamento rispetto al sentire comune dei manifestanti che oggi mi ha portato a starne lontano. A considerarli sbagliati, inutili. Ma non a condannarli.

I roghi e gli assalti sono stati funzionali all’immagine che in Italia si voleva dare dei manifestanti, come conferma la presenza di infiltrati delle forze dell’ordine. Sono stati funzionali a mutare la notizia del giorno. Le azioni hanno terrorizzato migliaia di compagne e compagni che partecipavano, anche per la prima volta, ad una grande manifestazione nazionale. Ma soprattutto, quelle azioni, hanno impedito che il corteo producesse altre azioni forti con certamente maggiore valenza politica. Non solo il presidio permanente a Roma di tende, compagni e idee ma anche altre azioni che la rabbia della piazza avrebbe certamente generato.

Forse l’unica differenza tra il 15 ottobre romano e la Grecia, Londra, la Val di Susa è il consenso dietro le azioni di lotta e conflitto, di attacco e di resistenza. Di massa e condivise altrove, minoritarie e disgreganti a Roma. È per questo che in nessun modo credo che sia stato utile produrre quel livello di scontro.

Non per questo però presto la mia voce al nemico. Non per questo scelgo la via facilissima della condanna. L’ipocrisia di solidarizzare solo quando è lontano da noi.

Seppur fosse possibile condannare i gesti violenti, non riesco in nessun modo a non dare ragione a chi crede che sfilare in corteo non basta più. Condivido la rabbia di una generazione umiliata, depredata, violentata che nell’isolamento in cui è gettata coltiva la voglia di riscatto e riesco a comprendere, pur senza condividere, gli atti di violenza volti a far uscire dal silenzio, a irrompere in una società indifferente. Come si può condannare senza un minimo di riflessione chi vuole attirare l’attenzione con gesti eclatanti, quando manifestazioni con milioni di persone non hanno intaccato per nulla le politiche europee e del Governo? È vero, dobbiamo essere pacifici e non violenti. Ma è anche vero che una pratica si attua nella consapevolezza della sua efficacia. Cosa abbiamo ottenuto finora? Se la risposta non può e non deve essere la violenza, quale via d’uscita abbiamo all’inefficacia delle nostre sfilate?

Non difendo chi ha adoperato violenza inutile ma non posso neanche essere d’accordo con chi condanna senza ragionare.

Non posso accettare che in Italia lo scandalo sia qualche vetrina frantumata o qualche auto incendiata mentre migliaia di persone perdono il lavoro, migliaia di giovani sono disoccupati, mentre i nostri aerei incendiano e devastano la Libia con gli applausi di tutto l’arco parlamentare. Mentre i militari italiani in Afghanistan distruggono più di qualunque cosiddetto “black bloc” e noi li accogliamo da eroi. Il vero scandalo, i veri violenti sono seduti nel palazzo. Nelle strade ce ne sono stati molti di meno ma hanno fatto molta più notizia.

Forse, piuttosto che ragionare su come dissociarci, dovremmo affrontare il fenomeno ad occhi aperti, pronti a sostenere anche posizioni scomode. Il conflitto sociale in Italia sta montando. Operai, studenti, precari, disoccupati, migranti, emarginati ne saranno protagonisti. È compito della politica dargli voce, altrimenti, in ogni modo, se la prenderanno, ce la prenderemo. A Roma, chi sfasciava, non era certamente solo chi pagava il prezzo della crisi. C’era infantile voglia di azione, c’era voglia di distruggere un percorso politico. Delegittimare chi con pazienza aveva costruito un’enorme mobilitazione. Ma l’esasperazione esiste e l’abbiamo vista in Campania, l’abbiamo vista in Val Susa, l’abbiamo vista in tanti gesti estremi in giro per il nostro Paese.

Oggi è a rischio la possibilità di manifestarla. I fatti di Roma hanno solo accelerato la deriva repressiva del Governo e dell’opposizione parlamentare. Il susseguirsi di ipocrite condanne sta incoraggiando chi vuole isolare, annientare, criminalizzare chiunque porti avanti il conflitto sociale. La crisi tende a renderci soli, uno contro l’altro. Vergognati e colpevolizzati per la condizione che viviamo. La povertà ci rinchiude nelle nostre case, a meno che non abbiamo perso anche quelle.

Il nostro compito è unire emarginati, precari, sfruttati. Reclamare reddito, case e diritti.

Per farlo non possiamo fare il loro gioco. Non possiamo accettare, senza resistere, le loro parole d’ordine. Non possiamo abbassarci al loro livello. Non possiamo assecondare il loro “politicamente corretto”. Non possiamo venderci allo squallido contingente calcolo elettorale. Per resistere al Sistema ed alla sua violenza, per non dar ancora più spazio all’inutile violenza di strada, dobbiamo comprendere, confrontarci, ragionare piuttosto che isolare.

Ho avuto paura nelle strade di Roma il 15 ottobre. Avrei voluto fermarli. Ho provato tanta rabbia. Ma non condanno. La rabbia, la sofferenza, la violenza sono colpa del Sistema, colpa del Governo.

Noi, tutte e tutti, siamo le vittime.

La rivoluzione non è un pranzo di gala.

MATTEO IANNITTI
Esecutivo Nazionale Giovani Comuniste/i

19 ottobre 2011