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	<title>Giovani Comunisti/e &#187; Lavoro</title>
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	<description>pace, lavoro, giustizia sociale, diritti e libertà</description>
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		<title>10 domande a Mario Monti</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 18:09:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Caro Presidente Mario Monti&#8230; 1) Dato che ritiene il posto fisso noioso, ci può spiegare perché, se non ne abbiamo uno, le banche non ci concedono un mutuo? 2) Pensa davvero che si esca dalla crisi con il dilagare della precarietà? 3) Secondo lei, i giovani precari quale possibilità hanno di costruirsi un futuro? 4)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Caro Presidente Mario Monti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">1) Dato che ritiene il posto fisso noioso, ci può spiegare perché, se non ne abbiamo uno, le banche non ci concedono un mutuo?</p>
<p style="text-align: justify;">2) Pensa davvero che si esca dalla crisi con il dilagare della precarietà?</p>
<p style="text-align: justify;">3) Secondo lei, i giovani precari quale possibilità hanno di costruirsi un futuro?</p>
<p style="text-align: justify;">4) Lei crede che licenziare senza giusta causa sia un modo per combattere la disoccupazione?<span id="more-3309"></span></p>
<p style="text-align: justify;">5) Come mai in Italia salari e stipendi non crescono più da 20 anni?</p>
<p style="text-align: justify;">6) Perché per stipulare un contratto d&#8217;affitto ci viene chiesto spesso il noioso posto fisso come garanzia?</p>
<p style="text-align: justify;">7) Seconde lei è più &#8220;sfigato&#8221; chi si laurea dopo i 28 anni o chi a 28 anni è laureato e non ha un lavoro?</p>
<p style="text-align: justify;">8) Poiché in Italia c&#8217;è un altissimo tasso di disoccupazione giovanile, perché ritardate il pensionamento dei nostri genitori?</p>
<p style="text-align: justify;">9) Perché in Italia non esiste nessuna forma di reddito per i giovani?</p>
<p style="text-align: justify;">10) Dato che vi riempite la bocca con la parola &#8220;meritocrazia&#8221;, come pensa che il merito possa ancora valere riducendo o abolendo il valore legale del titolo di studio?</p>
<p>GIOVANI COMUNISTE/I</p>
<p>5 febbraio 2012</p>
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		<title>Sempre più su&#8230; Lo spreco vs lo spread!</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 22:10:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[disoccupazione precarietà]]></category>
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		<description><![CDATA[di Il nostro tempo è adesso.it Il tasso di disoccupazione giovanile sale sempre più su e ogni mese l&#8217;Istat ci consegna un nuovo record. E&#8217; la conferma che la disoccupazione giovanile e la precarietà, non lo spread, sono la vera emergenza. La fotografia è la seguente: 1 su 3 senza lavoro (e senza alcuna forma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Il nostro tempo è adesso.it</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tasso di disoccupazione giovanile sale sempre più su e ogni mese l&#8217;Istat ci consegna un nuovo record.<strong> E&#8217; la conferma che la disoccupazione giovanile e la precarietà, non lo spread, sono la vera emergenza.</strong> La fotografia è la seguente: 1 su 3 senza lavoro (e senza alcuna forma adeguata di welfare aggiungiamo noi). Gli altri 2 con lavori quasi sempre precari e compensi al di sotto della decenza. Riteniamo che l&#8217;agenda del governo debba ripartire da qui: dallo spreco di una generazione che oggi ottiene il record di disoccupazione nella storia italiana.<span id="more-3296"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ben vengano politiche europee per la creazione dell&#8217;occupazione giovanile, ma sia chiaro che il loro segno deve essere opposto a quello adottato finora: non ci stiamo a proseguire sulla strada fallimentare della riduzione dei diritti e del costo del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema vero è la creazione di nuovi posti di lavoro, con l&#8217;investimento sulla conoscenza, sull&#8217;occupazione dei giovani e delle donne. Bisogna eliminare la precarietà riducendo drasticamente le tipologie contrattuali più precarizzanti, ed estendere gli ammortizzatori sociali, anziché ridurli.</p>
<p style="text-align: justify;">E infine va istituito un reddito di inserimento che tolga i giovani dalla morsa della precarietà e del lavoro nero: e bisogna farlo con risorse vere, non con architetture prive di finanziamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è la crisi a dover dettare l&#8217;agenda di Governo ma i bisogni delle persone e la loro dignitá: lo abbiamo sempre detto, e lo ripetiamo a beneficio dei componenti del Governo e a quanti, come recentemente Eugenio Scalfari, hanno sostenuto il contrario. I sacrifici per uscire da questa crisi economica e sociale li chiediamo alla finanza e ai poteri forti dell&#8217;economia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto questo il comitato <strong>Il nostro tempo é adesso</strong> lancia una staffetta di azioni: <strong>domani a Napoli</strong> alle 11,30 a in piazza del Gesù, i giovani precari daranno la loro lezione al governo dei Professori. Seguiranno azioni nella altre città. <strong>A Roma</strong> l&#8217;appuntamento è per <strong>lunedì</strong> pomeriggio, per prendere la parola sulla precarietà da cancellare, sul welfare da estendere, su una generazione da valorizzare.</p>
<p>IL NOSTRO TEMPO E&#8217; ADESSO.IT</p>
<p>1° febbraio 2012</p>
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		<title>Martone, la nostra sfiga è la tua fortuna</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 15:35:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Anna Belligero e Simone Oggionni «Il figlio d’arte Michel Martone non ha il diritto di parlare di situazioni che non conosce. Facile dire che chi non è amico di Previti e Bunetta è sfigato, facile dirlo per chi ha avuto la “fortuna” che quest’esercito di sfigati non ha. Il vice ministro è mai stato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Anna Belligero e Simone Oggionni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Il figlio d’arte Michel Martone non ha il diritto di parlare di situazioni che non conosce. Facile dire che chi non è amico di Previti e Bunetta è sfigato, facile dirlo per chi ha avuto la “fortuna” che quest’esercito di sfigati non ha. Il vice ministro è mai stato un precario, uno studente lavoratore o ha mai dovuto cambiare 3 volte il proprio piano di studio per ottenere una laurea?</p>
<p style="text-align: justify;">A 28 anni non siamo sfigati, siamo “scaduti” per un mercato sempre più ingordo e crudele. Chiediamo da sempre di avere scuola e università pubbliche, laiche e non subordinate alle logiche di mercato, e otteniamo l’esatto opposto da tutti i governi.<span id="more-3236"></span> Oppure, come vorrebbe Martone, dovremmo frequentare tutti istituti tecnici? E lui, perché non l’ha fatto?»</p>
<p style="text-align: justify;">ANNA BELLIGERO<br />
SIMONE OGGIONNI<br />
Portavoci nazionali Giovani Comuniste/i</p>
<p style="text-align: justify;">24 gennaio 2012</p>
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		<title>I GC oggi a Rosarno per dire &#8220;Su la testa!&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 13:03:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[comunicato stampa La crisi economica che ci troviamo a subire ha delle pesantissime ricadute sulla vita delle persone: licenziamenti, cancellazione dei diritti, precarizzazione di massa, lotta tra poveri, crisi ambientale e della sovranità popolare. La stessa crisi ci impone momenti di discussione e mobilitazione comuni affinché possiamo lottare insieme per riprenderci il nostro fruturo, un]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>comunicato stampa</strong></p>
<div>
<p style="text-align: justify;">La crisi economica che ci troviamo a subire ha delle pesantissime ricadute sulla vita delle persone: licenziamenti, cancellazione dei diritti, precarizzazione di massa, lotta tra poveri, crisi ambientale e della sovranità popolare. La stessa crisi ci impone momenti di discussione e mobilitazione comuni affinché possiamo lottare insieme per riprenderci il nostro fruturo, un futuro che giorno dopo giorno ci è sempre più negato. Per questo come Giovani comunisti/e raccogliamo il grido &#8220;Su la testa&#8221; e aderiamo alla giornata di lotta a Rosarno del 7 gennaio, perché non abbassiamo la testa di fronte a sfruttamento, precarizzazione, razzismo e devastazione del territorio ma<span id="more-3165"></span> continuiamo ad immaginare un mondo migliore per tutti e tutte e a lottare per ottenerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Uniti per riprenderci il futuro, uniti per la difesa del lavoro del territorio e dei beni comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">GIOVANI COMUNISTE/I<br />
Coordinamento nazionale</p>
<p style="text-align: justify;">7 gennaio 2012</p>
</div>
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		<title>Licenziamenti a mano libera</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 13:00:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Manuele Bonaccorsi Rendere più facili i licenziamenti e liberalizzare il mercato del lavoro produce crescita economica e favorisce i giovani; anche perché in Italia è quasi impossibile licenziare i vecchi assunti, mentre i nuovi l’articolo 18 non sanno neppure cos’è. Due assiomi ripetuti senza sosta nel dibattito pubblico. Eppure basta solo dare un occhio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Manuele Bonaccorsi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rendere più facili i licenziamenti e liberalizzare il mercato del lavoro produce crescita economica e favorisce i giovani; anche perché in Italia è quasi impossibile licenziare i vecchi assunti, mentre i nuovi l’articolo 18 non sanno neppure cos’è. Due assiomi ripetuti senza sosta nel dibattito pubblico. Eppure basta solo dare un occhio a leggi e dati per accorgersi che si tratta di falsità colossali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Milioni di licenziati con l’articolo 18.</strong> Licenziare non è impossibile a causa dell’articolo 18. Altrimenti le lavoratrici della Omsa starebbero ancora producendo calze e gli operai della Fiat di Termini Imerese automobili. I metalmeccanici della Innse non sarebbero dovuti salire su una gru per difendere il proprio posto di lavoro. Messo a rischio senz’altro ingiustamente, da un punto di vista morale ed economico, ma in maniera ineccepibile dal punto di vista legale. «Attualmente ci saranno alcune centinaia di migliaia di lavoratori licenziati che erano difesi dall’articolo 18. E milioni sono stati coloro che hanno perso il posto con le ristrutturazioni degli anni<span id="more-3162"></span> Novanta», afferma Carlo Guglielmi, giuslavorista del Forum Diritti-lavoro. L’articolo 18, insomma, non è certo un problema per le imprese che vogliano disfarsi dei propri dipendenti. Lo Statuto dei lavoratori, messo in forse dal governo, semplicemente obbliga le imprese sopra i 15 dipendenti a reintegrare i singoli lavoratori licenziati «senza giusta causa» o «giustificato motivo» (in questo caso si parla di “tutela reale”). Sotto i 15 dipendenti, dinanzi a un licenziamento immotivato, il giudice non può obbligare l’azienda a rimettere in produzione il dipendente, ma può solo ordinare un indennizzo economico. Infatti l’articolo 18 non si applica nella miriade di piccole e piccolissime imprese che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo italiano. «Su una platea di oltre 20 milioni di dipendenti meno della metà è protetto dall’articolo 18», spiega Guglielmi. Ma attenzione, l’articolo 18 difende i lavoratori dai licenziamenti individuali. Se i licenziamenti sono collettivi (a partire da cinque dipendenti) lo Statuto dei lavoratori non ha alcun impatto. In questo caso il giudice non può entrare nel merito delle libere scelte dell’azienda. L’unico obbligo è che l’imprenditore si attenga a una precisa procedura (comunicazioni e incontri coi sindacati e il ministero del Lavoro) e che rispetti precisi criteri nell’indicare i dipendenti da mettere fuori dall’azienda (anzianità, carichi familiari). Il datore di lavoro, cioè, nel caso di licenziamenti collettivi non può scegliere chi licenziare. Non può salvare, ad esempio, un amico del caposquadra, e condannare il delegato del sindacato più “fastidioso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giustificato motivo.</strong> Il datore di lavoro può scegliere i dipendenti da licenziare solo se essi sono meno di 5. E potrà farlo solo per una «giusta causa» o un «giustificato motivo ». È questo il caso del licenziamento individuale quello difeso nelle medie e grandi aziende dall’articolo 18. Val la pena però comprendere il significato di queste due parolette. La «giusta causa» è il caso del cosiddetto “licenziamento in tronco”: avviene quando il dipendente assume un comportamento particolarmente grave, tale da rendere impossibile il proseguimento del rapporto di lavoro. Un ingegnere che riveli segreti industriali a un concorrente, ad esempio, o un operaio che sia condannato per reati molto gravi. Se invece il lavoratore viola le parti del contratto, ad esempio si assenta in maniera reiterata senza addurre motivazioni o non rispetta gli ordini di servizio, egli può essere licenziato per un giustificato motivo “soggettivo”, ossia per un motivo dipendente da un suo comportamento individuale. L’altro caso di licenziamento individuale è quello di giustificato motivo “oggettivo”. Ossia, spiega il Roccella, uno dei più noti manuali di diritto del lavoro, l’imprenditore deve dimostrare «l’effettività delle ragioni economiche- produttive adottate a fondamento del licenziamento ». Qualora il licenziato ricorra al giudice, l’imprenditore dovrà dimostrare che quel posto di lavoro è soppresso per valide ragioni e che il dipendente non può essere ricollocato altrove. Anche i nemici dell’articolo 18, a partire dal senatore Pd Pietro Ichino, sostengono di voler far salvo il caso di “licenziamento discriminatorio”, dovuto a motivazioni politiche o razziali, rispetto al quale l’obbligo del reintegro vale nelle imprese di tutte le dimensioni. «È una presa in giro, il licenziamento discriminatorio è una foglia di fico», tuona Carlo Guglielmi. «Condanne o giudizi su questo sono rarissimi. Infatti se l’imprenditore vuole licenziare un dipendente perché è comunista o nero o iscritto al sindacato, non lo ammetterà mai. Dirà al giudice che esistono altre valide ragioni, disciplinari o organizzative. Ora, se un lavoratore licenziato ricorre al giudice per l’assenza di una giusta causa l’onere di provare le motivazioni del licenziamento spetta all’azienda. Mentre nel caso del licenziamento discriminatorio a provare la discriminazione deve essere il lavoratore. E questo, a meno che al padroncino non scappi di dire al giudice “qui i negri non li vogliamo” è pressoché impossibile nella realtà». Cancellare l’articolo 18, quindi, vuol dire rendere possibili anche i licenziamenti discriminatori? «Ichino non lo ammetterà mai, ma è così», chiosa Guglielmi. «È una partita reale, non ideologica. La posta è se l’imprenditore è o meno colui che ha l’ultima parola. Se può licenziare il dipendente che si lamenta per l’assenza delle norme sulla salute e la sicurezza o che chiede il rispetto delle mansioni. Senza articolo 18 il sindacato si riduce al recupero crediti, a chiedere un risarcimento economico a chi licenzia ingiustamente».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’articolo 18 che aiuta i precari. </strong> «È falso che l’articolo 18 non protegge i precari. Vale per tutti, per chi ne è difeso e per coloro che ne sono esclusi», spiega Guglielmi. «Nel caso di un precario assunto con un contratto atipico in maniera irregolare l’avvocato può mandare una lettera all’azienda dicendo: il vostro contratto è irregolare, quindi per noi è a tempo indeterminato. Bene, se non ci fosse l’articolo 18 l’azienda se ne fregherebbe. E risponderebbe così: per noi il contratto è regolare, però, per cautelarci, qui c’è la lettera di licenziamento. E tanti saluti». Insomma, è l’articolo 18 che permette anche al precario di far valere i propri diritti. Vale per il falso contratto a progetto, per i dipendenti obbligati ad aprire una partita Iva, per il titolare di un contratto a tempo determinato rinnovato per anni senza soluzione di continuità. «Chi, come Ichino, dice di voler togliere l’articolo 18 ai padri per far uscire dalla precarietà i figli dice una stupidaggine», dice Gugliemi. Senza articolo 18 siamo tutti precari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scambio.</strong> Eppure proprio di questo si discute: di ridurre o cancellare un diritto, l’articolo 18, che evita gli abusi di potere e non impedisce i licenziamenti economici. Tramite uno scambio: licenziamenti più facili in cambio di meno tipologie di precariato. Sul tema esistono in Parlamento almeno 5 diverse posizioni. Di cui 4 convivono all’interno del Pd. C‘è quella di Pietro Ichino, molto amata dal governo, che prevede l’istituzione del cosiddetto «contratto unico », senza articolo 18 per i nuovi assunti. Attenzione, nuovi assunti, dice il progetto di Ichino. Quindi anche i lavoratori di Termini Imerese, se riassunti in un’altra azienda, non avranno l’articolo 18. Ed è un contratto unico fino a un certo punto, perché resterebbero valide alcune tipologie di lavoro precario (interinale, partite Iva). C’è poi la proposta del senatore ex Cgil Paolo Nerozzi, che istituirebbe un «contratto unico di ingresso» nel quale l’articolo 18 non varrebbe per tre anni. E la proposta dell’ex ministro del lavoro del Pd Cesare Damiano che istituirebbe un«contratto unico di inserimento formativo», anche in questo caso senza articolo 18 per un periodo che va dai sei mesi ai tre anni, secondo quanto deciso nei contratti nazionali. Il vantaggio di queste ultime due proposte è però quello di stabilire limiti più stringenti nell’uso dei contratti a progetto e di quelli a tempo determinato. Infine c’è la proposta ufficiale del Pd, quella del responsabile Economia e lavoro Stefano Fassina, che non prevede modifiche all’articolo 18 e si basa sulla parola d’ordine: «Il lavoro atipico deve costare di più di quello a tempo indeterminato». E poi, la posizione del Pdl, ben espressa da Michele Tiraboschi, tecnico di Maurzio Sacconi, che non vuole ritocchi alla legge 30 e alle sue 46 diverse tipologie di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Cgil non si piega.</strong> Meno articolo 18, meno precariato, è lo scambio su cui si tratta. «Non ci convince nessuna di queste proposte, esclusa quella di Fassina, su cui si può ragionare», afferma Claudio Treves, responsabile del dipartimento mercato del lavoro della Cgil. «Il tema dell’articolo 18 non si può e non si deve porre. È una maniera per rovinare il negoziato. L’articolo 18 è un deterrente, serve a scoraggiare licenziamenti indiscriminati. È una norma di civiltà. Per questo, sin dai tre milioni del Circo massimo nel 2002, la Cgil lo difende». I veri problemi sono altri: «Non c’è alcuna relazione tra libertà di licenziamento e crescita economica. La stessa Ocse, che negli anni Novanta fu paladina della teoria secondo la quale minori protezioni sul lavoro equivalgono a maggiore crescita economica, è stata costretta ad ammettere che a sostegno di questa tesi non esiste alcuna evidenza econometrica», spiega Treves. La crisi, per il sindacato, si affronta in un’altra maniera: «La discussione deve partire da un dato di realtà: siamo in una fase recessiva, ci sono 800mila posti di lavoro a rischio. E quindi il problema è universalizzare le tutele e gli ammortizzatori sociali, e sostenere le imprese che assumono a tempo indeterminato», afferma Treves. Sul tema la Cgil ha presentato una proposta: riunificare ed estendere a tutti i settori (oggi vale solo per l’industria) la cassa integrazione. Dare a tutti il diritto di accedere all’indennità di disoccupazione. «E diciamo anche come finanziare questa riforma. Il costo dev’essere assicurativo, cioè a pagare gli ammortizzatori devono essere i contributi. Chiediamo alla finanza pubblica solo una cifra di 5-600milioni di euro, più o meno quanto si spendeva per gli ammortizzatori in deroga prima dello scoppio della crisi. E questo si può fare con una semplificazione dei diversi 37 regimi contributivi che esistono in Italia. Chi pagava meno contributi per il welfare ne pagherà di più, chi ne pagava molti pagherà di meno». In poche parole, aumenterebbe di poco il costo del lavoro nei servizi e nelle piccole imprese (dove oggi esistono meno protezioni), si ridurrebbe di poco nell’industria. Ma tutti, precari e no, dipendenti della Fiat o della fabbrichetta sotto casa, sarebbero protetti. «La trattativa col governo parte con un problema di metodo. Dev’esserci la possibilità di un confronto nel merito delle proposte che miri a un accordo tra tutte le parti», spiega Treves.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Incontri separati.</strong> In altre parole: niente incontri separati tra le singole sigle e il governo, questa la strategia della Cgil. Su cui pesa l’incognita della Cisli che in questi anni non ha lesinato colpi bassi alla Cgil. «La Cisl, dopo aver avallato l’impianto di Sacconi, in un periodo di recessione come questo non può che mettere il problema della salvaguardia dell’occupazione al centro delle sue richieste. Spero in una convergenza», afferma Treves. Tra le diverse posizioni del Pd, gli stop del Pdl, le divergenze tra i sindacati, la strada di un accordo che vada bene per tutti, per il governo Monti è molto stretta. E il ritornello «ce lo chiede l’Europa », dopo una manovra durissima e con lo spreed fisso a quota 500, ormai suona stonato.</p>
<p style="text-align: justify;">MANUELE BONACCORSI</p>
<p style="text-align: justify;">da Left, gennaio 2012</p>
</div>
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		<title>Liberiamoci della precarietà</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 16:44:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Assemblea nazionale 19 e 20 novembre La precarietà non è un destino, né un dato immodificabile a causa di oscure leggi di mercato. Per questo possiamo liberarcene! La precarietà è il frutto di scelte (e non scelte) politiche. E&#8217; un problema di felicità e di libertà negate, di diritti, di continuità di lavoro e di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Assemblea nazionale 19 e 20 novembre</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong>La precarietà non è un destino, né un dato immodificabile a causa di oscure leggi di mercato. Per questo possiamo liberarcene! La precarietà è il frutto di scelte (e non scelte) politiche. E&#8217; un problema di felicità e di libertà negate, di diritti, di continuità di lavoro e di reddito, è un problema di opportunità e di competenze sprecate. E&#8217; un problema di soldi, di previdenza e di tempo rubato. E&#8217; la difficoltà a vivere il presente, ad avere una casa, a immaginare il futuro. E’ la paura di invecchiare in miseria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Emblema della crisi. </strong><br />
Proprio la precarietà è il filo rosso che lega il modello economico che ha prodotto la crisi e le politiche di austerity invocate per contrastarla. E&#8217; il terreno su cui questo modello di sviluppo ha mostrato il suo volto più feroce: lo smantellamento del welfare<span id="more-3034"></span>, l&#8217;instabilità del lavoro e la negazione dei diritti sono la bandiera di un sistema che mette in secondo piano le persone &#8211; i loro bisogni e i loro desideri – rispetto ai privilegi e alle rendite di pochi.  La crisi nel nostro paese ha il volto della generazione precaria, del 30% dei giovani italiani senza lavoro, sotto il ricatto dell’incertezza e del lavoro nero, a carico di famiglie sempre più povere. Ha il volto delle studentesse e degli studenti a cui viene, di fatto, negato l&#8217;accesso a una conoscenza sempre più costosa e sempre meno  valorizzata. E&#8217; in questo ricatto che si manifesta la distanza abissale tra l’economia globalizzata e la nostra vita quotidiana, nel senso d&#8217;impotenza rispetto alla possibilità di decidere delle nostre esistenze.<br />
E non è più un problema solo generazionale. L’acuirsi della crisi e l’incapacità politica di contrastarne gli effetti stanno estendendo a tutti il modello di precarietà, di lavoro e di vita, che fino ad oggi ha gravato soprattutto sulle nuove generazioni, per questo non cadiamo nella trappola di chi vorrebbe vederci in lotta con i nostri genitori in una contrapposizione tra “garantiti e non garantiti” che non ha, oggi più che mai, ragione di essere. In Italia, come in Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riprenderci la vita.</strong><br />
Vogliamo riprenderci la nostra vita. E vogliamo farlo adesso. Vogliamo liberarci della precarietà, che significa, prima di tutto, affermare il valore delle nostre competenze e del nostro lavoro. Un lavoro che corrisponda alle nostre aspirazioni, che ci dia gli strumenti per realizzare i nostri progetti di vita, affettivi e professionali. Vogliamo vedere nel pubblico impiego una risorsa e non un altro attore della precarizzazione, e nel mercato un’espressione della società e non la società stessa. Vogliamo contratti di lavoro stabili per lavori stabili, vogliamo una continuità di reddito per affrontare la vita quando il lavoro è discontinuo, un reddito minimo, fatto di sussidi e servizi, per garantire la dignità della vita e del lavoro com&#8217;è in tutti i paesi europei (e come definito nella risoluzione europea 2010/2039), vogliamo una casa, vogliamo poter scegliere di essere madri e padri. Vogliamo liberarci dal ricatto di un lavoro senza diritti né protezioni. Vogliamo che tutti possano studiare e formarsi a prescindere dal reddito. Vogliamo un paese che ci somigli di più, che creda nella qualità dello sviluppo e che faccia della conoscenza uno degli elementi fondanti e includenti di questa democrazia. Possiamo vincere, ma solo insieme. Il nostro riscatto non può che essere collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Assemblea Nazionale del 19 e 20 novembre: perché bisogna esserci?</strong><br />
Abbiamo mosso i nostri primi passi lo scorso 9 aprile, in una giornata che ha visto scendere in piazza a Roma e in tante città d&#8217;Italia associazioni, reti, coordinamenti di lavoratrici e lavoratori precari, stagisti, disoccupati, studentesse e studenti. Volevamo raccontarci e non essere raccontati, prendere la parola per denunciare lo scandalo di un paese che ci spreme e ci spreca allo stesso tempo. Adesso non è più tempo solo di denuncia. All’assemblea nazionale del 19 e 20 novembre ci riprendiamo un tempo e uno spazio troppo spesso negati. Un tempo e uno spazio dove costruire risposte.<br />
Non si parte da zero. Abbiamo idee e proposte su cui riflettere e lavorare insieme. Essere compagni in questo viaggio è una grande occasione che ci rende più forti per costruire un presente e un futuro diversi. Più liberi, più nostri.<br />
Ti aspettiamo all’assemblea nazionale del 19 e 20 novembre perché le nostre storie siano una ricchezza e le nostre idee siano soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per adesioni: <a href="mailto:info@ilnostrotempoeadesso.it">info@ilnostrotempoeadesso.it</a></p>
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		<title>Lavoro, rivolte e diritto alla rabbia</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 23:01:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giovani Comunisti]]></category>
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		<category><![CDATA[Fincantieri]]></category>
		<category><![CDATA[operai]]></category>
		<category><![CDATA[rabbia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francesco Bellina Li vediamo avanzare davanti le porte del Comune fino ad occuparlo, li vediamo bloccare strade e autostrade, li vediamo alzare le barricate contro le forze dell&#8217;ordine: sono teppisti o sono vittime? Probabilmente sono i genitori di quegli studenti che in autunno hanno infiammato le piazze, reclamando saperi e cultura gratuiti per tutt*.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a class="lightbox" title="fincantieri01g" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/fincantieri01g.jpg"><img class="size-full wp-image-2501 alignleft" style="margin: 4px;" title="fincantieri01g" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/fincantieri01g.jpg" alt="" width="251" height="190" /></a>di Francesco Bellina</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Li vediamo avanzare davanti le porte del Comune fino ad occuparlo, li vediamo bloccare strade e autostrade, li vediamo alzare le barricate contro le forze dell&#8217;ordine: sono teppisti o sono vittime? Probabilmente sono i genitori di quegli studenti che in autunno hanno infiammato le piazze, reclamando saperi e cultura gratuiti per tutt*.</p>
<p style="text-align: justify;">Quegli studenti che, sempre in autunno, andavano in piazza non solo per parlare di Istruzione ma anche di reddito e lavoro. Gli stessi studenti che hanno apppoggiato le lotte operaie di Pomigliano, Termini Imerese e Mirafiori. Ma è anche probabile che i loro figli non vadano all&#8217;università ma che lavorino in fabbrica o altrove, perchè ancora, per certi versi, l&#8217;università per molti è un lusso.<span id="more-2498"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa: siamo arrivati al punto in cui, per farsi ascoltare, si è costretti a urlare molto più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe lecito pensare che non è &#8220;democratico&#8221; e &#8220;pacifico&#8221; distruggere la sede del Comune di Castellammare di Stabia, bloccare le strade in modo selvaggio, occupare sedi istituzionali. Ma ogni comportamento e ogni lotta deve essere necessariamente contestualizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo in un Paese in cui la parola &#8220;democrazia&#8221; è stata ormai svuotata e violentata nel suo significato più profondo, un Paese preda delle politiche economiche di Banca Mondiale, FMI ed Unione Europea che, unita alla macelleria sociale del Governo, sa solo seminare diseguaglianze e diminuire le tutele per i lavoratori e le lavoratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo, ahimè, in un Paese privo di opposizione parlamentare e costretto a trovare sbocchi non istituzionali per far uscire il malcontento delle classi più deboli.</p>
<p style="text-align: justify;">La rabbia di operai, studenti e studentesse, lavoratori, lavoratrici, precari e precarie</p>
<p style="text-align: justify;">necessita di una contestualizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai cantieri navali di Trapani, agli operai sulle gru e sui tetti, alle rivolte dei migranti, passando per Palermo, Catania, fino ad arrivare ai No Tav vediamo un vento di rabbia che è più facile aggredire e demonizzare piuttosto che difendere e sorreggere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questi blocchi stradali, queste occupazioni, queste pietre in aria non sono frutto dell&#8217;immaginazione ma bensì di un disegno ben costruito che porta nomi e cognomi:</p>
<p style="text-align: justify;">Finanziaria, Legge Gelmini, Legge Bossi-Fini, Legge 30/2003 e ancora prima Riforma Moratti, legge Turco-Napolitano e Pacchetto Treu.</p>
<p style="text-align: justify;">Le destre e i riformisti hanno portato a tutto questo e adesso, volenti o nolenti, devono farci i conti.</p>
<p style="text-align: justify;">Marcos parla di &#8220;degna rabbia&#8221;, qualcun altro di &#8220;Diritto alla Rabbia&#8221;, i media parlano di &#8220;teppismo&#8221;, i sindaci chiedono &#8220;sgomberi ed esercito&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna i compagni e le compagne del nordafrica e di tanti altri paesi nel mondo, ci ricordano che un altro mondo è ancora possibile e che non è con il riformismo che si battono le destre.</p>
<p style="text-align: justify;">A noi, ce lo ricordano gli operai di Genova e di Castellammare!</p>
<p>FRANCESCO BELLINA<br />
Coordinamento Nazionale Giovani Comuniste/i</p>
<p>26 Maggio 2011</p>
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		<title>Per uno sciopero garantito</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 07:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Belligero]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero garantito]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero generale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Anna Belligero E’ dovuto passare non solo un autunno, ma quasi tutto l’inverno, prima che la Cgil convocasse lo sciopero generale. A gran voce l’hanno chiesto studentesse e studenti, operai metalmeccanici, lavoratrici e lavoratori precari, perfino i cassintegrati delle centinaia di aziende in crisi in giro per l’Italia. Ma perché? Per quale ragione queste/i]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a class="lightbox" title="scioperogenmil" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/scioperogenmil.jpg"><img class="size-full wp-image-2458 alignright" title="scioperogenmil" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/scioperogenmil.jpg" alt="" width="171" height="240" /></a>di Anna Belligero</strong><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>E’ dovuto passare non solo un autunno, ma quasi tutto l’inverno, prima che la Cgil convocasse lo sciopero generale. A gran voce l’hanno chiesto studentesse e studenti, operai metalmeccanici, lavoratrici e lavoratori precari, perfino i cassintegrati delle centinaia di aziende in crisi in giro per l’Italia. Ma perché? Per quale ragione queste/i cittadine/i, giovani e meno giovani, hanno ritenuto di poter affidare la loro rabbia , le loro rivendicazioni, ad uno strumento a tratti così obsoleto come uno sciopero, addirittura <em>generale</em>? Nell’era in cui il lavoro diviene una “gentile concessione” dei padroni, i diritti sono sempre più un “retaggio” del passato, la speranza <span id="more-2448"></span>nel futuro è ridotta a un privilegio per pochissimi, ecco che,forse, si riaffaccia nel Paese il senso, l’importanza, la forza, della lotta collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà forse per “merito” della Ministra Gelmini, e dei suoi tagli sconsiderati a Scuola, Università, Arte e Cultura? Sarà forse per “merito” di Tremonti e delle sue finanziarie con sempre più lacrime e sangue per chi già piange di suo? O forse sarà grazie al Ministro La Russa, di cui non serve citare nessun provvedimento particolare?! Ad oggi ciò che è chiaro, è che nel Paese è sempre più viva una nuova voglia di legare le lotte, di non isolarsi nei propri <em>microconflitti</em>, di non opporsi solo ad una delle facce del sistema, ma di frantumare il sistema stesso, tutto intero. E quindi per gli studenti il nemico non è solo la Gelmini, ma è Tremonti, ed è Marchionne, responsabile del ricatto propinato ai metalmeccanici di Mirafiori e Pomigliano, mentre i metalmeccanici “ricambiano il favore”, scendendo in piazza con gli studenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scorsi mesi ci hanno regalato delle immagini di conflitto e di rivolta che in un altro Paese (magari che si affaccia sullo stesso mare) ne avrebbero già cambiato la storia. Eravamo tutte/i assieme, donne e uomini, giovani e meno giovani, lavoratori “garantiti” e precari, studenti e ricercatori. Tutte/i assieme per la stessa lotta, contro i padroni e contro il liberismo, in Italia, in Europa, nel mondo. Una lotta che ha parlato con la voce di oltre un milione di donne scese nelle piazze d’Italia il 13 febbraio, o attraverso il movimento per l’acqua pubblica il 26 marzo, o agli Stati generali della precarietà e alla manifestazione del 9 aprile delle precarie e dei precari. Un movimento che sempre più diventa compatto, pur nella sua eterogeneità, e che, ne sono certa, riscalderà il Paese ancora una volta, dato che la primavera stenta ad arrivare, anche oggi. Non sarà un punto d’arrivo, purtroppo, questo sciopero generale, e sarebbe sbagliato leggerlo come un punto di partenza dopo tutte le “esplosioni” che ci sono state nei mesi scorsi in Italia. E’, però, anzitutto un’importante occasione di confronto tra coloro che si oppongono a questo Governo, e, ancora una volta, di conflitto contro il Governo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario un Paese diverso, e credo anche che ce lo meritiamo. Un Paese rigenerato, liberato dal peso delle mafie che in una stretta asfissiante col neoliberismo hanno divorato pezzi sempre più rilevanti di <em>stato sociale</em>. Un Paese libero dal Vaticano, che oltre a voler normare costantemente le nostre vite “si ciba” <em>di </em>uno Stato che è nostro ma non è suo, attraverso i fondi alle scuole private, in gran parte ecclesiastiche, e attraverso le decine di agevolazioni fiscali riservate alla Chiesa. Un Paese libero da lavoro nero, precario e dalla disoccupazione, dove il lavoro torni ad essere un diritto, e non un favore o un elemento di ricatto per gli uomini e, soprattutto, per le donne. Un Paese libero dalla guerra, dove possiamo tornare a vivere senza il senso di colpa per le bombe che cadono “altrove”, e senza la paura per le conseguenze che ogni guerra ha, anche quando non l’hai decisa, né voluta, né votata.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere in piazza oggi è un dovere per chi ancora ha questo diritto e vuole mantenerlo, e per estenderlo anche a chi non ce l’ha. Vorrei al mio fianco le migliaia di miei coetanei, precari e precarie, che non potranno esserci perché “non è un loro diritto”appunto. Qualcuno, speriamo, racconterà attraverso la voce di altri le ragioni della loro assenza; a partire dalla mobilitazione del 9 aprile si sono cercate le forme più diverse per permettere al Paese di ascoltare <em>anche </em>la voce dei precari, forse per la prima volta, ad uno sciopero generale. E’ un passo, importantissimo, perché segna l’uscita da quell’<strong><em> invisibilità</em></strong> che è la caratteristica comune di ogni precaria ed ogni precario, ma l’obiettivo  per i partiti, i sindacati, i comitati,  i movimenti, per la sinistra politica e sociale che oggi sarà ancora in piazza dev’essere<strong><em> garantire </em></strong>gli stessi diritti a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori. Perché sui diritti siamo indisponibili a fare anche un solo passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Buono sciopero generale e generalizzato a tutte/i!</p>
<p style="text-align: justify;">ANNA BELLIGERO</p>
<p style="text-align: justify;">Portavoce nazionale Giovani Comuniste/i &#8211; Resp. Lavoro</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il 9 Aprile in piazza con i precari</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 12:27:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Anna Belligero Il 9 aprile è stata indetta una manifestazione del mondo dei precari/e. Come Giovani Comuniste/i aderiamo alla giornata di mobilitazione “Il nostro tempo è adesso”; ne siamo convinti, per questo crediamo che quella giornata debba dare voce a tutti coloro che sono stanchi dell&#8217;incertezza continua, della speranza in un futuro che non]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong><a class="lightbox" title="Giovani-Precari" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/Giovani-Precari.jpg"><img class="size-medium wp-image-2361 alignleft" style="margin: 4px;" title="Giovani-Precari" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/Giovani-Precari-400x343.jpg" alt="" width="237" height="203" /></a>di Anna Belligero</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il 9 aprile è stata indetta una manifestazione del mondo dei precari/e. Come Giovani Comuniste/i aderiamo alla giornata di mobilitazione “Il nostro tempo è adesso”; ne siamo convinti, per questo crediamo che quella giornata debba dare voce a tutti coloro che sono stanchi dell&#8217;incertezza continua, della speranza in un futuro che non si vede nemmeno.</p>
<p style="text-align: justify;">La precarietà come cifra delle nostre esistenze, dalla formazione al lavoro alle relazioni. E&#8217; una storia che inizia da lontano, con le riforme che negli ultimi 15 anni hanno massacrato scuola e università, trasformate in luoghi di asservimento al sistema e al mercato, e non più fucine di emancipazione e liberazione. E prosegue con i decreti e le leggi che nel 2003 hanno stravolto il senso dei contratti di lavoro e del lavoro stesso, a partire dalla cosiddetta Legge 30.<span id="more-2360"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La nostra organizzazione è impegnata da tempo nella battaglia per l&#8217;abrogazione di questa legge, capofila delle normative che hanno reso il lavoro precario la regola, e non l&#8217;eccezione, in questo Paese e per la nostra generazione. Saremo in piazza per ribadirlo, per lavorare  ad esportare quei modelli, quelle coraggiose esperienze di dignità di Pomigliano e Mirafiori e renderle patrimonio collettivo della nostra società.</p>
<p style="text-align: justify;">Riteniamo necessaria un’inversione di tendenza rispetto alla distruzione che si opera ai danni del Contratto Nazionale di Lavoro, vogliamo regole contrattuali certe, efficaci e universali, portatrici dell’abbattimento delle diseguaglianze normative e salariali.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo distruggere l&#8217;idea del lavoro come elemento di ricattabilità, come simbolo di una guerra tra poveri, e ricostruire la cultura del lavoro come strumento di emancipazione e di esercizio di diritti, che non leda mai la dignità di nessun lavoratore e di nessuna lavoratrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo inoltre che lo sciopero generale del 6 maggio, che può diventare una data realmente importante per il Paese, vada costruito anche così, non abbassando cioè il livello del conflitto e riempiendolo anche delle nostre proposte. Un modo per portare dentro quella giornata tutte le piazze di questi ultimi mesi, che, fatta eccezione per la grandiosa partecipazione delle donne al 13 febbraio, sono state sostanzialmente “piazze giovani”. Generalizzare lo sciopero per noi vuol dire questo, e quindi rendere la giornata del 9 aprile un appuntamento anche in vista del 6 maggio. Il 9 aprile questa generazione si incontra, manifesta, discute, fa delle proposte, che allo sciopero generale devono essere prese in considerazione, dato che temi come precarietà, ma anche democrazia e rappresentanza riguardano davvero tantissimo soprattutto la nostra generazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Riteniamo inoltre che sia essenziale rivendicare forme di reddito, diretto e indiretto, a fronte dell&#8217;annientamento del welfare nel quale stiamo crescendo. Oggi, di fronte alla guerra, è ancora più urgente, per esempio, chiedere di tagliare le spese militari e destinarle al welfare, anziché alimentare l&#8217;odioso conflitto generazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto questo saremo in piazza anche il 9 aprile.</p>
<p style="text-align: justify;">ANNA BELLIGERO</p>
<p style="text-align: justify;">Portavoce nazionale Giovani Comuniste/i.-Resp. lavoro</p>
<p style="text-align: justify;">1° Aprile 2011</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I GC di Torino sulle dinamiche di Mirafiori</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 19:24:45 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Dai territori]]></category>
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		<description><![CDATA[Giovani Comunisti e giovani operai I Giovani Comunisti Torino, spesso soprannominati il &#8220;Circolo Garibaldi 2.0&#8243;, sono una piccola ma dignitosa organizzazione giovanile che in questi mesi, spesso senza alcun supporto ed aiuto del partito, ha lavorato per dare una svolta proletaria e operaia. Il compito è del tutto superiore alle nostre forze politiche, ma buona]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="gctorino" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/gctorino.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2158" style="margin: 4px;" title="gctorino" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/gctorino-400x266.jpg" alt="" width="280" height="186" /></a>Giovani Comunisti e giovani operai<br />
I Giovani Comunisti Torino, spesso soprannominati il &#8220;Circolo Garibaldi  2.0&#8243;, sono una piccola ma dignitosa organizzazione giovanile che in  questi mesi, spesso senza alcun supporto ed aiuto del partito, ha  lavorato per dare una svolta proletaria e operaia. Il compito è del  tutto superiore alle nostre forze politiche, ma buona parte del nostro  impegno militante è dedicato a questo nobile compito. In questi mesi  siamo stati impegnati in presidi e volantinaggi in alcune fabbriche in  crisi, dal gruppo Fiat e indotto, a fabbriche di altri settori. Abbiamo  partecipato alle manifestazioni nazionali dell&#8217;USB e della FIOM,  immergendoci col sindacato in lotta. Questo<span id="more-2157"></span> stremante impegno ha  contribuito a creare un legame, ma siamo onesti. Pensiamo di conoscere  molte problematiche interne, merito non dei volantinaggi, ma dal fatto che molti di noi in  fabbrica ci lavorano.<br />
La rabbia e la sfiducia verso istituzioni, partiti e sindacati dilaga e  rimane il sentimento maggioritario delle fabbriche dimenticate dalla  politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Rappresentanza e il compito dei comunisti<br />
Il nostro compito, anzi il nostro dovere è quello di dare voce a quel  46% di NO, di dare rappresentanza a questo spirito resistente, a questo  corpo pieno di cuore e dignità. E&#8217; un voto dignitoso, il NO ha vinto nei  seggi più importanti, nelle catene di montaggio (seggi 6-7-8-9). Se si  escludono i voti dei colletti bianchi, dei dirigenti e del reparto  verniciatura, il NO è ben sopra al 51%. L&#8217;impressione che percepivamo  nella città durante i numerosi volantinaggi non era così positiva. Ma si  sa, chi conosce quel mondo di fatica, sa cosa c&#8217;era in gioco. Venerdi  siamo stati 12 ore al presidio davanti porta 2 di Mirafiori, insieme ai  compagni, agli operai, alle rsu, per una notte di speranza e gloria. Una  sconfitta dignitosa, ben sopra tutte le aspettative. Il<br />
comitato del SI nei giorni precedenti annunciava che il NO non avrebbe  superato il 20%.<br />
Tutto il mondo della politica si è schierato con Marchionne, dalle  destre, al Partito Democratico. Vendola non ha avuto il coraggio di  schierarsi apertamente e noi eravamo soli, contro il partito del  capitale. Il Partito Democratico, IDV e il Terzo Polo lunedì 10 gennaio  hanno addirittura negato un incontro con la FIOM e domenca 23 gennaio il  Partito Democratico ha scaricato i comunisti della Federazione della  Sinistra in ottica comunali. Il piano Marchionne ha finalmente fatto  chiarezza nei partiti dell&#8217;ex unione, ci ha aiutato nel comprendere  meglio il quadro politico.<br />
Ora tocca a noi costruire un partito degno di questo nome, capace di  dare rappresentanza a quel 46% di Mirafiori, perchè chi come noi ha  fatto inchiesta in questi luoghi, sa che siamo lontanissimi da questo  obiettivo. Nonostante siamo l&#8217;unico partito a pieno sostegno di questi  lavoratori, non riusciamo ad essere attrattivi e credibili. Il motivo è  semplice. Gli operai non hanno bisogno di un partito che gli dice:  &#8220;avete ragione, noi siamo con voi&#8221;. Hanno bisogno di un partito che si  prenda carico di questi problemi e con una progettualità concreta e  pragmatica che riesca a risolverli. Questa dovrà essere la nostra sfida,  siamo realmente troppo lontani da questo compito, negarlo non ci aiuterà  a risolvere il problema.</p>
<p style="text-align: justify;">I Mass media vogliono eliminarci<br />
I media, soprattutto quelli di sinistra, stanno in tutti i modi tentando  di oscurarci. Credo che questo sia lampante. Spesso le rare occasioni di  visibilità ci vengono concesse dai destri, pensiamo a &#8220;L&#8217;ultima parola&#8221;  di Paragone o al &#8220;Il Tempo&#8221; di Sechi.<br />
Molti compagni avranno notato come in quest&#8217;ultimo mese i media, i TG  nazionali piuttosto che dare spazio al nostro partito, hanno  ripetutamente dato visibilità al presunto compagno Rizzo e al progetto  fantasma Sinistra Popolare. Credo che il perchè sia chiaro a tutti.<br />
Piccolo aneddoto: alla manifestazione nazionale dell&#8217;USB del 9 ottobre  Marco Rizzo è comparso all&#8217;improvviso e pochi minuti dopo è stato  cacciato dagli operai. Questo per far comprendere quando sia lontano dal  nostro popolo. Mai la sua formazione politica si è vista nei pressi di  Mirafiori. La Federazione della Sinistra, al contrario, da quasi 8 mesi  è presente ai cancelli della Fiat, il segretario di Rifondazione  Comunista spesso è stato dei nostri. Paolo Ferrero infatti è l&#8217;unico  politico che è andato a parlare con gli operai sempre, molto prima del  referendum, pochi giorni prima di esso, ma soprattutto l&#8217;unico che è  andato dopo il referendum. Quindi logica la domanda: perchè danno spazio  a lui e non a noi?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;obiettivo dei Giovani Comunisti<br />
Come giovani comunisti, ma soprattutto come giovani operai nell&#8217;era del  precariato dilagante, conosciamo sulla nostra pelle un problema che  poche volte viene affrontato dal mondo della politica. Un problema  dilagante nella nostra generazione che volutamente viene oscurato.  Spesso noi giovani lavoratori non veniamo assunti direttamente  dall&#8217;azienda, ma lavoriamo tramite agenzie interinali e cooperative. La  giovane classe lavoratrice viene così disunita, spezzettata.<br />
Difatto ci è impedito lo sciopero e l&#8217;adesione al sindacato. Succede non  di rado che lavoratori con la stessa mansione hanno diritti diversi, a  partire dalla paga e delle pause. Credeteci, è un problema che in  fabbrica, ma anche in altri posti di lavoro, si inizia a sentire molto  che se non affrontato seriamente potrà contribuire ad aumentare la  guerra tra poveri, tra operai stessi. La fine del contratto nazionale e  l&#8217;avvenire dei nuovi contratti individuali nascono per disunire i  lavoratori e indebolire le richieste degli stessi. Dobbiamo sforzarci di  rappresentare maggiormente questa nuova generazione disillusa dalla  politica degli affari, dai sindacati padronali. La battaglia dei Giovani  Comunisti sul collegato lavoro è l&#8217;inizio di un giusto e indispensabile  lavoro. Noi abbiamo una risorsa importantissima lobotomizzata dalla<br />
televisione, culturalmente ammaliata dallo stile Berlusconi,  politicamente e civilmente ignorante.<br />
Gli ultimi dati istat dicono che la disoccupazione giovanile è al 28,9%,  questo significa che il dato reale è ben superiore. In questi mesi di  lotte operaie, di lotte dei lavoratori, dove sta la quasi totalità dei  giovani? Tocca a noi portare questi apatici dalle poltrone di casa alle  piazze, alle lotte. E&#8217; un&#8217;impresa sicuramente impossibile, ma &#8220;chi lotta  può perdere, chi non lotta ha già perso&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">28 gennaio 2011<br />
Noi facciamo nostro questo spirito rivoluzionario. Questa mattina alle 5  abbiamo aderito, sotto invito della Fiom, al picchetto dell&#8217;Iveco. E&#8217;  riuscito benissimo, il nostro contributo è stato utile e necessario.  Poche ore dopo abbiamo partecipato compatti alla bellissima e  partecipata manifestazione regionale indetta dalla FIOM. Sarebbe dovuto  e sensato creare nelle prossime mobilitazioni un&#8217;azione e una presenza  unita di tutti i giovani comunisti, tutti i giovani della Federazione  della Sinistra perchè solo quando siamo uniti nelle lotte il padrone trema.<br />
Questo è il nostro obiettivo. Siamo realisti, esigiamo l&#8217;impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovani Comunisti Torino</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=pFzi2TC0eAE">http://www.youtube.com/watch?v=pFzi2TC0eAE</a> (video di Sorrentino)</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://giovanicomunistitorino.blogspot.com/2011/01/anche-se-tutti-noi-2326-no.html">http://giovanicomunistitorino.blogspot.com/2011/01/anche-se-tutti-noi-2326-no.html</a> (link dell&#8217;articolo)</p>
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