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	<title>Giovani Comunisti/e &#187; diritti civili</title>
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	<description>pace, lavoro, giustizia sociale, diritti e libertà</description>
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		<title>Le ingerenze del PD nelle lotte delle donne</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 12:07:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
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		<description><![CDATA[di Erica Rampini Il giorno in cui ho preso la tessera di Partito mi sono immediatamente dimessa dal mio ruolo di responsabile locale di UDI (Unione Donne in Italia) di Arezzo, perché ho sempre creduto fortemente nello statuto, considerato da me come una specie di vangelo, dove si diceva a chiare lettere che l’associazione era]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Erica Rampini</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno in cui ho preso la tessera di Partito mi sono immediatamente dimessa dal mio ruolo di responsabile locale di UDI (Unione Donne in Italia) di Arezzo, perché<strong> ho sempre creduto fortemente nello statuto, considerato da me come una specie di vangelo, dove si diceva a chiare lettere che l’associazione era apartitica</strong>. Per me questo era ed è un valore aggiunto, poiché credo fermamente che la politica delle donne non debba essere vista né da destra né da sinistra ma solo esclusivamente dagli occhi femminili. La mia tessera non esclude però la mia militanza, che spero possa essere più attiva e partecipata di prima, come non verrà<span id="more-3106"></span> compresso il mio impegno a favore delle donne e dei loro diritti all’interno del mio partito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho conosciuto UDI durante le lezioni universitarie e per la stesura della mia tesi, una ricerca sulla presenza e sulla partecipazione femminile alla resistenza</strong>. Le donne escono dalla sfera privata e dal ruolo di “angeli del focolare” in cui erano inquadrate, entrano nel pubblico e aderiscono in prima persona, a volte anche a costo della vita, alla causa della liberazione dell’Italia. <strong>Finita la guerra, dal ‘45 al ’56, l’UDI contribuisce a risanare le forme in cui si organizza la vita civile e la pubblica amministrazione, ponendo i primi elementi di una nuova cittadinanza per le donne</strong>. Molte le battaglie che l’associazione fa per favorire una reale emancipazione della donna nella società italiana. Battaglie sociali che hanno portato, ad esempio, a un nuovo diritto di famiglia e al referendum sulla legge 194.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2003 UDI rilegge il proprio acronimo, Unione Donne Italiane, trasformandolo in Unione Donne in Italia, per sottolineare la propria attenzione alle donne che, nate altrove, vivono in Italia. Un’apertura totale verso tutte, senza distinzione né discriminazione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Succede però che il 3 e il 4 Dicembre 2011 durante il Congresso, UDI perde la sua connotazione di associazione apartitica. <strong>Vince una linea diversa, una linea voluta da alcune donne referenti al movimento del Se Non Ora Quando</strong>. Riporto di seguito alcune parti tratte dal blog femminismo al sud “Negli ultimi tempi leggo che le fasi congressuali e le elezioni degli organi direttivi dell’associazione, in modi burocraticamente più che leciti, hanno praticamente fatto fuori tutto il gruppo che stava portando avanti quella modalità. <strong>Persone più vicine a Pd e/o Cgil si riprendono l’Udi e dalle ultime notizie pare che vogliano portare le loro truppe dentro Snoq e alle manifestazioni Snoq-iane</strong>.” Assistiamo così alla perdita totale di quella libertà di criticare qualsivoglia governo o qualsivoglia legge/manovra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci chiediamo “A fronte di questi sommovimenti e di queste cose che restano in ombra ma che sembrano legate all’uso del femminile, delle donne, in piazza a legittimazione di partiti, governi, linee politiche varie,: l’11 dicembre in piazza cosa andate a fare? Quali sono i temi sui quali siete chiamate a manifestare? Il 13 febbraio era la dignità rosa e berlusconi l’orco, e oggi? A sostegno del governo Monti? Per fare da spalla alla finta opposizione della Cgil alla riforma pensionistica?”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La visibilità acquisita da SNOQ è solo frutto di una campagna politica nata sull’antiberlusconismo, e UDI non ha bisogno di questa pubblicità: la notorietà l’ha acquistata grazie a lotte e campagne (50e50, Immagine Amiche, La staffetta) fatte nei territori grazie all’azione di donne che ci credevano a priori, senza una forte politicizzazione piovuta dall’alto</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Trovo assurdo continuare a fare battaglie solo sulla rappresentanza politica e nei luoghi dove si decide, e come invitò Alfio Nicotra durante il congresso del PRC, dobbiamo tornare ad occuparci di problemi sociali, come UDI ha sempre fatto; perché accade ancora oggi, che una ragazza di 16 anni sia costretta ad inventarsi uno stupro commesso da un rom, pur di nascondere ai genitori la perdita della verginità per paura e timore del loro giudizio. C’è ancora molto da fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei ringraziare le mie compagne di avventura che continuano a fare una forte resistenza (<a href="http://udichesiamo.wordpress.com/" target="_blank">udichesiamo.com</a>),  in quanto, come me, si sentono private di alcuni diritti fondamentali. E vorrei ricordare loro che UDI nacque dalla resistenza, che magari grazie a voi e alla vostra battaglia, potrebbe ritornare.</p>
<p style="text-align: justify;">ERICA RAMPINI</p>
<p style="text-align: justify;">Giovani Comuniste/i &#8211; Arezzo</p>
<p style="text-align: justify;">14 dicembre 2011</p>
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		<title>Berlusconismo, lo specchio peggiore del Paese</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 13:15:29 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
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		<description><![CDATA[di Annamaria Rivera Per favore, non si chiami sultanato il regime berlusconiano. E non si parli di harem o di suq quando si cerca di definire le pratiche sessuo-mercantili dell’indegno capo del governo italiano. Gli stereotipi orientalisti, lasciamoli a Giovanni Sartori, l’illustre politologo. Il quale a tal punto è ossessionato dall’invasione dei saraceni da teorizzare,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a class="lightbox" title="berlusconi-e-le-donne" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi-e-le-donne.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2132" style="margin: 4px;" title="berlusconi-e-le-donne" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi-e-le-donne.jpg" alt="" width="180" height="249" /></a>di Annamaria Rivera </em></strong>Per favore, non si chiami <em>sultanato </em>il regime berlusconiano. E non si parli di <em>harem</em> o di <em>suq</em> quando si cerca di definire le pratiche sessuo-mercantili dell’indegno capo del governo italiano. Gli stereotipi orientalisti, lasciamoli a Giovanni Sartori, l’illustre politologo. Il quale a tal punto è ossessionato dall’invasione dei saraceni da teorizzare, fin dal 2000 la “radicale non integrabilità” degli “islamici” (si noti il linguaggio, davvero da fine studioso), suggerendo come rimedio l’<em>immigration choisie</em> di migranti di confessioni altre da quella musulmana: alla faccia del conclamato liberalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, non v’è certo bisogno di ricorrere a cliché esotisti per descrivere il fenomeno Berlusconi: nel suo triplice versante -politico, culturale, comportamentale- esso appartiene interamente  alla storia italiana. Se ci soffermiamo a considerare la psicologia berlusconiana, colpisce fino a qual punto sia dominata da un immaginario, anche sessuale, da venditore di spazzole dei tardi anni <span id="more-2131"></span>Cinquanta. Le sue freddure ricalcano archetipi che poi sarebbero stati sovvertiti dal ‘68, quanto meno messi in crisi. Le donne, se piacenti, sono tutte puttane a sua disposizione. Lo sterminio degli ebrei null’altro che oggetto di barzellette sadiche e idiote<sup><a name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup>. Perfino i “voli della morte”<em> </em>della dittatura argentina (di cui niente sa il poveruomo) sono solo il pretesto per facezie ciniche e di pessimo gusto<sup><a name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></sup>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo ciarpame stantio, fatto di sessismo maniacale, di qualunquismo, di ignoranza dei fondamenti della storia e della democrazia (avrà mai letto la Costituzione?) è stato rimacinato dalla società dello spettacolo, riplasmato nel crogiolo del populismo moderno e del neoliberismo. Così, per rimuovere il dubbio atroce dell’impotenza, placare l’ansia da prestazione, scacciare il fantasma della decadenza e della morte, il mediocre dongiovanni di provincia non va al casino, bensì costruisce un complesso sistema di potere-mercimonio in cui tutto “si tiene”: la politica, gli affari, il consenso elettorale, le alleanze, il sistema di corruzione, le tangenti, i corpi femminili, lo sfogo sessuo-narcisistico…Tutto si tiene poiché tutto è ridotto a merce-spettacolo, a sua volta manipolata grazie all’impero mediatico di sua proprietà e all’acquiescenza anche di media non suoi.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora di quale “sultano” o “raìs”, di quale “harem” o “suq” parliamo? Il fenomeno Berlusconi è squisitamente nostrano, è il parto di quell’italietta mai affrancatasi del tutto dall’eredità del fascismo e del qualunquismo, se non per brevi stagioni felici. Che pensa di poter rispondere alle sfide complesse della modernizzazione, della globalizzazione, della pluralizzazione culturale con gli espedienti vetusti dell’imbroglio e del raggiro, col solito <em>mélange</em> d’individualismo e cinismo, senso civico debole e spirito provinciale, futilità etica e intellettuale. Insomma, le notti di Arcore allietate da giovani o giovanissime -educate da <em>Drive in </em>e similari, sostenute da genitori che, pur di veder emergere le figliole, se ne fanno prosseneti- nient’altro sono se non lo specchio del Paese. Perciò, più che pubblicare paginate d’intercettazioni, meglio sarebbe interrogarsi sul contesto. Che altro potrebbe produrre una società –non arcaica, non contadina, bensì immersa nel flusso della globalizzazione, del consumismo, del bombardamento mediatico- nella quale solo una donna su due lavora, la metà dei giovani non studia, non lavora, né cerca lavoro (ultimo rapporto Istat), in cui si legge pochissimo e, secondo una ricerca autorevole, solo il 20 per cento della popolazione adulta possiede gli strumenti indispensabili per leggere, scrivere e far di conto? Sicché essa risulta un Paese relativamente avanzato sul piano materiale, dello sviluppo del consumo e del mercato, della liberalizzazione-privatizzazione, ma arretrato sul versante della vita democratica e civile, intellettuale e morale. Se di questo versante si considera un indicatore fondamentale, le relazioni di genere, il quadro appare ancor più desolante. Secondo il più recente rapporto (2010) del <em>World Economic Forum</em> sul <em>Global Gender Gap</em>, nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 Stati di tutti i continenti, l’Italia è scesa dal 72esimo posto del 2009 all’attuale 74esimo: collocata dopo il Malawi e il Ghana, poco più su dell’Angola e del Bangladesh. Come si può parlare, quindi, di post-patriarcato o di soggettività femminili trionfanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Il contrasto fra crescita materiale e declino democratico, culturale, morale condanna buona parte degli italiani, secondo il più recente rapporto del Censis, a un “presente senza profondità di memoria e futuro” e a “una diffusa ed inquietante sregolazione pulsionale”. Che non è desiderio, è anzi sintomo della caduta del desiderio e quindi crisi del conflitto sociale. Formata dalla televisione berlusconiana e da una mediocrità culturale che coinvolge quasi tutti gli schieramenti politici, priva dunque di riferimenti alternativi convincenti, una parte rilevante della componente maschile della società italiana non sa far altro che rispecchiarsi nelle imprese del Parvenu, coltivandone il culto in modo feticistico. A sua volta, il Parvenu, travolto dal successo, in preda al delirio di onnipotenza, terrorizzato dalla fine, incarna una pulsione tendenzialmente totalitaria, per quanto nulla di cupo e tragico vi sia nel suo crepuscolo. Neanche il crepuscolo di Ben Ali è stato cupo o tragico, solo una mediocre fuga con la cassa. Ma il popolo tunisino ha saputo accelerarlo con uno scatto di dignità e di coraggio collettivi. E allora non è impudente parlare di sultanato, harem e suq?</p>
<div id="sdfootnote4" style="text-align: justify;">
<p>ANNAMARIA RIVERA</p>
<p style="text-align: justify;">26 Gennaio 2011</p>
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		<title>17 Novembre: sapere, diritti, felicità. Che le battaglie si incontrino. Che il conflitto esploda</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 19:33:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Matteo Iannitti Era il 17 novembre 1939. Migliaia di ragazze e ragazzi scendevano in piazza in Cecoslovacchia. Studentesse e studenti che si ribellavano al nazismo e alla guerra. Migliaia di giovani appartenenti a quella sfortunata generazione che visse i regimi nazifascisti, i campi di concentramento, l&#8217;atroce guerra. Il sonno della ragione. Quegli studenti furono]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong><a class="lightbox" title="lottaperidiritti" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/11/lottaperidiritti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1852" style="margin: 4px;" title="lottaperidiritti" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/11/lottaperidiritti.jpg" alt="" width="253" height="190" /></a>di Matteo Iannitti</strong> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Era il 17 novembre 1939. Migliaia di ragazze e ragazzi scendevano in piazza in Cecoslovacchia. Studentesse e studenti che si ribellavano al nazismo e alla guerra. Migliaia di giovani appartenenti a quella sfortunata generazione che visse i regimi nazifascisti, i campi di concentramento, l&#8217;atroce guerra. Il sonno della ragione. Quegli studenti furono arrestati e uccisi dall&#8217;esercito nazista.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il mondo non è cambiato. Il futuro è precarietà e disoccupazione, umiliazione e sfruttamento. I sogni hanno lasciato il posto al cinismo individualista. Le piazze sono diventate virtuali ed i balordi sono soli nelle strade e nei palazzi. I “diversi”, che siano essi omosessuali o neri, zingari o romeni, sono espulsi, culturalmente e fisicamente. È violenza e deportazione. I lager sono riempiti da <span id="more-1848"></span>migranti e la società è parimenti silenziosa, connivente e cieca.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;Impero è succeduta la crescita globale, la competizione internazionale. Parole come PIL, borsa, rating, Maastricht, BCE e fondo monetario internazionale hanno preso il posto di Dio, patria e famiglia. Prima l&#8217;allargamento dell&#8217;Impero ora i parametri economici europei sono l&#8217;unica bussola della politica. A farne le spese, come ieri, lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti. Un&#8217;umanità annichilita e stuprata. Un mondo privo di dignità, diritti e felicità. A ridere sono sempre in pochi, sempre gli stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma esiste una resistenza che esige un riscatto. Parla inglese nelle strade di Londra mentre si attacca la sede del partito conservatore britannico. Parla greco in un&#8217;Atene infiammata dalle bandiere nere, nel nome di Alexis e della giustizia sociale. Parla spagnolo e portoghese nell&#8217;America Latina di Marcos e Morales. Parla italiano a Pomigliano, Terzigno, in alto su una gru a Brescia, dentro un provveditorato occupato, nell&#8217;aula magna di una scuola autogestita, durante le lezioni universitarie interrotte dalla protesta di studenti e ricercatori.</p>
<p style="text-align: justify;">È una resistenza che esiste ed occupa le piazze. Come il 16 ottobre a Roma, il 30 a Napoli, il 6 novembre contro la repressione.</p>
<p style="text-align: justify;">È un&#8217;alleanza sociale tra mondi diversi che hanno incominciato a parlarsi. Studenti, lavoratori, migranti, donne, omosessuali, precari. Un intreccio, spesso esistenziale, pronto a contaminarsi e marciare compatto, con la consapevolezza che non può esistere una gerarchia delle rivendicazioni ma al tempo stesso la miccia del conflitto sociale non può che essere accesa da una giovanissima generazione che sta vedendo smaterializzarsi qualsiasi diritto ed ogni prospettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo scuole e università devono essere il centro dell&#8217;elaborazione politica, del conflitto, della riscossa. Luoghi del sapere definitivamente attaccati dai tagli governativi e da una Riforma universitaria che vuole sabotare qualsiasi garanzia democratica all&#8217;interno dell&#8217;università e vuole cancellare il carattere pubblico e statale dell&#8217;istruzione italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 17 novembre 2010, settantuno anni dopo le manifestazioni cecoslovacche, vuole essere un nuovo innesco di conflitto sociale. Un altro duro colpo a questo Governo. Un grido di allarme per l&#8217;istruzione pubblica italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Le potenzialità perché questo avvenga sono nei fatti. Nella dichiarazione di sciopero dei lavoratori della conoscenza, nelle mille assemblee che si succedono in tutta Italia, nell&#8217;adesione dei metalmeccanici alla mobilitazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il 17 novembre sarà un grande giorno di lotta e conflitto dipende da noi. Dalle nostre scuole, dalle nostre facoltà, dai nostri luoghi di lavoro. Dal nostro coraggio di tornare in piazza, nonostante le tante sconfitte, con l&#8217;ambizione, finalmente, di guadagnare un futuro diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">MATTEO IANNITTI</p>
<p style="text-align: justify;">Esecutivo nazionale Giovani Comuniste/i</p>
<p style="text-align: justify;">16 Novembre 2010</p>
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		<title>Cari GC, i comunisti non fanno lotte diseguali per eguali</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 22:56:12 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[gay pride]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualitò]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Sferini Lettera aperta in merito al dibattito apertosi sulle pagine del sito nazionale dei Giovani Comuniste/i sull’omosessualità e i Pride Alle giovani comuniste e ai giovani comunisti Alle compagne e ai compagni del PRC Care compagne, cari compagni, perdonate questa intrusione nel vostro mondo che non è più il mio, anagraficamente parlando, da]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em><strong><a class="lightbox" title="comingout" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/comingout.jpg"><img class="size-full wp-image-1297 alignright" style="margin: 4px;" title="comingout" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/07/comingout.jpg" alt="" width="211" height="200" /></a>di Marco Sferini</strong> Lettera aperta in merito al  dibattito apertosi sulle pagine del sito nazionale dei Giovani  Comuniste/i sull’omosessualità e i Pride</em></p>
<p style="text-align: justify;">Alle giovani comuniste e ai giovani  comunisti<br />
Alle compagne e ai compagni del PRC</p>
<p style="text-align: justify;">Care compagne, cari compagni, perdonate  questa intrusione nel vostro mondo che non è più il mio, anagraficamente  parlando, da ormai parecchi anni. Vorrei poter essere molto sintetico, e  so che non ci riuscirò, nel dirvi che le comuniste e i comunisti non  sono persone che fanno lotte diseguali per uguali. Non si può  francamente accettare che vi sia una sorta di classificazione dei  diritti in base al loro legame storicamente provato o meno con  l’operaismo, col movimento dei lavoratori che ha fondato la lotta per la  liberazione degli esseri umani dal profitto.<span id="more-1296"></span><br />
Non vorrei che ci ritrovassimo a dover fare i conti un giorno con un  partito monotematico, monotono e distante da tante problematiche che  pure interessano quelle persone che vogliamo rappresentare e che ci sono  diventate aliene da un po’ di tempo a questa parte.<br />
E non credo che questa alienazione dal voto, dal consenso sia  ascrivibile all’interessamento costante che Rifondazione Comunista e i  Giovani Comunisti/e hanno mostrato e dimostrato per il movimento  omosessuale, transgender e bisexual. Sarebbe come affermare che, in  epoche ormai trascorse, i comunisti in Italia deviarono dalla lotta di  classe per seguire, ad esempio, le vicende del divorzio o dell’aborto.  Sono state battaglie promosse e dirette dai comunisti ed è un patrimonio  di libertà che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità e che  complementa un quadro più generale peraltro contemplato dalla nostra  Costituzione che si regge su un impianto sociale e che si allarga alla  schiera di tutti i diritti civili e sociali.<br />
Alle compagne e ai compagni che rivendicano per il Partito un carattere  meno disponibile con la “contaminazione” (parola peraltro riesumata da  loro stessi) con il movimento omosessuale, vorrei ricordare quelle belle  frasi di Brecht che riecheggiano il palpito di un cuore che sente il  pericolo della scomparsa di tutte le libertà se anche solo una è  minacciata.<br />
Voglio dirlo con grande franchezza: la posizione dei compagni torinesi  (la chiamo così per opportunità di sintesi, e chiedo venia ai compagni  di Torino) è fuori dallo schema della “rifondazione comunista”, così  come lo sarebbe una posizione che affermasse che la lotta per la libertà  di espressione è secondaria rispetto alla lotta operaia, e via di  seguito.<br />
Io penso che se si vuole fare un dibattito, lo si deve fare sapendo che  Rifondazione Comunista ha nel suo Dna, nel suo preambolo di Statuto, e  nella sua storia ormai conosciuta e riconoscibile, un principio di  libertarismo che non inquina e non inficia la spinta ideale e pragmatica  verso il superamento del capitalismo, verso il Comunismo.<br />
Qualcuno potrebbe pensare che io mi esprimo in questi termini perché  sono omosessuale, o almeno tale mi ritengo sino ad oggi. Non è così. Ho  la presunzione (lasciatemela…) di sapere che un comunista non prescinde  da nessuna libertà, perché si batte ovunque sia per l’espansione della  libertà, per la vita vera, non per la sopravvivenza.<br />
La rigidità di certe interpretazioni del Comunismo, non ci aiuta ad  essere propositivi, spontanei e vicini con quella gente che non ci  capisce, ma che ci vede quando vendiamo il pane, quando volantiniamo per  strada, quando testardamente cambiamo ogni giorno il giornale in  bacheca ben sapendo che Liberazione non può competere con tg, radio e  web, ma che se non ci fosse sarebbe peggio.<br />
E’ per questo che non comprendo la posizione dei compagni di Torino.  Perché esclude o tende ad escludere. Perché schematizza e semplifica e,  in ciò, è deficitaria rispetto allo stesso concetto di lotta.<br />
Io non posso credere che la lotta di Stonewall e di tanti e tanti  omosessuali nel mondo sia inferiore o meno importante di quella dei  lavoratori dell’Eutelia o di Pomigliano. Sono lotte diverse, certo. Ma  equipollenti. Entrambe tendono ad assicurare a soggetti deboli o  emarginati, vittime del profitto e del pregiudizio, una speranza di  riscatto, una vita migliore.<br />
E il senso della nostra lotta è solamente questo, come diceva Togliatti:  “Fate in modo di rendere la vita degna di essere vissuta”.<br />
Un caro saluto.</p>
<p style="text-align: justify;">MARCO SFERINI</p>
<p style="text-align: justify;">12 Luglio 2010</p>
]]></content:encoded>
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