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	<title>Giovani Comunisti/e &#187; Questione di genere</title>
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	<description>pace, lavoro, giustizia sociale, diritti e libertà</description>
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		<title>Non ci arrendiamo e continuiamo a lottare. Per Stefania Noce</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 16:00:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Manuela Grano C’erano tante donne e tanti uomini giovedì scorso in piazza a Roma, come in altre città d’Italia, per ricordare Stefania Noce e tutte le altre donne a cui un uomo ha deciso di negare il più elementare dei diritti, quello alla vita. Migliaia di fiaccole si sono accese per far luce su]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Manuela Grano</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’erano tante donne e tanti uomini giovedì scorso in piazza a Roma, come in altre città d’Italia, per ricordare Stefania Noce e tutte le altre donne a cui un uomo ha deciso di negare il più elementare dei diritti, quello alla vita. Migliaia di fiaccole si sono accese per far luce su un tema troppo a lungo ignorato: la violenza maschile sulle donne.<br />
In Italia, un Paese cosiddetto democratico “avanzato”,  le donne vivono una guerra in tempo di pace. I numeri della violenza di genere non lasciano spazio a fraintendimenti: la violenza maschile è la prima causa di morte nel nostro Paese per le donne tra i 16 e i 44 anni; sono sei milioni 743 mila, secondo l’ISTAT, le donne che hanno subito una violenza fisica e sessuale; 97 sono le donne uccise<span id="more-3301"></span> nel 2011, 13 in questo primo scorcio di 2012, e nella maggior parte dei casi l’assassino aveva le chiavi di casa.<br />
Stefania è quindi una delle tante, troppe, donne che ha pagato con il prezzo più alto la sua libertà di decidere della propria vita.<br />
Di fronte alla frequenza impressionante con cui tali episodi di violenza si ripetono non è più consentito chiudere gli occhi, non è più consentita la banalizzazione del fenomeno, né tantomeno una sua riduzione a “casi isolati”  o “raptus di follia”, come spesso avviene sui media meistream. Occorre porsi seriamente il problema della violenza maschile sulle donne, mettendo in discussione radicalmente questo modello di relazioni, sociali, politiche ed economiche, incentrato sulla prevaricazione dell’uomo sulla donna. Non è per niente finita la battaglia per la nostra libertà, sono ancora attuali le idee che hanno mosso la straordinaria esperienza storica dei movimenti femminili e femministi nel nostro Paese. E in questo momento in cui gli attacchi al corpo e all’autodeterminazione delle donne si manifestano con una particolare recrudescenza e anche il più elementare dei diritti ci viene negato, dobbiamo essere ancora più consapevoli che nessun diritto è conquistato per sempre, che la storia della liberazione delle donne dall’oppressione patriarcale non è finita qui.<br />
E’ compito (in primo luogo) delle donne (e poi) degli uomini attive/i nei movimenti e nelle forze politiche e sociali di sinistra, svelare i nessi tra lo svantaggio politico sociale delle donne nella società e la violenza di genere; trasformare l’indignazione e la rabbia in un impegno diretto, in una mobilitazione permanente, perché è in gioco la cittadinanza in un Paese e in un futuro migliore per le donne e anche per gli uomini.<br />
Abbiamo, perciò, di fronte un cammino impegnativo fatto di battaglie politiche per contrastare, senza ambiguità, questo sistema capitalistico, che ha bisogno, per la sua stessa sopravvivenza, di collocare le donne nei gradini inferiori delle gerarchie interne alla forza lavoro. E, ancora, un cammino fatto di battaglie culturali, per scardinare questi rapporti, consolidati, di potere tra i sessi entro cui la violenza maschile viene esercitata, e per decostruire immaginari e pratiche che puntualmente ci ripropongono una concezione della donna come soggetto violabile, ovvero come oggetto di dominio.<br />
Noi giovani comuniste non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci e di lasciar cadere nel vuoto l’appello di Stefania a continuare la lotta affinché nessuna donna sia mai più “proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tantomeno, di una religione.</p>
<p>MANUELA GRANO<br />
Responsabile diritti Giovani Comuniste/i</p>
<p style="text-align: justify;">2 febbraio 2012</p>
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		<title>Stefania, porteremo avanti la tua lotta</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 20:45:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Anna Belligero Domani sarà passato già un mese dall’assassinio di Stefania, la nostra compagna della provincia di Catania, uccisa durante le feste natalizie dal suo ex fidanzato. Loris, il suo assassino, non era un pazzo. Chi lo pensa, chi pensa che non volesse compiere quel che ha compiuto, che è stato solo un gesto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Anna Belligero</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Domani sarà passato già un mese dall’assassinio di Stefania, la nostra compagna della provincia di Catania, uccisa durante le feste natalizie dal suo ex fidanzato.<br />
Loris, il suo assassino, non era un pazzo. Chi lo pensa, chi pensa che non volesse compiere quel che ha compiuto, che è stato solo un gesto estremo, sbaglia. Così come sbaglia chi pensa di essere immune da questo pericolo, dal pericolo di trasformarsi in un assassino perché non è violento, perché crede di rispettare le donne, perché crede nella parità e altre frasi fatte di questo tipo, oppure, semplicemente, perché è un compagno. Per chi non lo sapesse era un compagno pure Loris. Uno a cui sarà capitato, per volontà o per<span id="more-3248"></span> caso, di leggere o ascoltare articoli e dibattiti sulla violenza di genere, che avrà dovuto esprimersi almeno una volta a riguardo (e che sono sicura avrà detto: “io mai”), uno la cui fidanzata era femminista, impegnata tutti i giorni nella lotta contro il maschilismo e la sua violenza. Un compagno che come molti avrà risposto almeno una volta, all’accusa di sessismo, con la mitica frase “ma era una battuta”, o che avrà banalizzato le nostre battaglie e le nostre richieste con un semplice “ ma che bisogno c’è, non lo vedete da sole che non siete più discriminate?”<br />
E fin quando Stefania era la sua fidanzata andava tutto bene, o quasi. Evidentemente però, quando Stefania ha scelto di interrompere un rapporto che probabilmente non la rendeva felice, la sua lotta, il suo impegno, la sua voglia di libertà, sono diventate per lui un ostacolo troppo grosso da superare. Oltre al rifiuto di una donna non è possibile, per un uomo, accettarne anche l’assoluta maturità e autonomia. Tutto questo andava fermato, era inaccettabile per un uomo che al suo cospetto di sentiva troppo debole. E lo era, perché lei era una donna forte, forte davvero. Non abbastanza forte però sull’unico piano che ai maschi resta quando non hanno nient’altro, il piano fisico, della violenza. Una violenza che difficilmente una donna riesce a fermare, e che è l’ultima speranza, per un uomo, di manifestare la sua superiorità e la conseguente subordinazione della donna. Una donna che non accetta di essere “sua” sta sbagliando, e quindi va rieducata, bisogna dimostrarle che non ha il diritto di farlo. Una donna può giocare finché vuole a fare la femminista, ma quando il maschio dice che è ora di smetterla deve obbedire. Perché in fondo i nostri diritti sono un gioco, uno scherzo, un elemento di serie Z a fronte delle vere emergenze, dentro una coppia, dentro un partito, dentro la società.<br />
E a chi ancora pensa che questo non sia un problema sociale, consiglio di dare per lo meno uno sguardo ai freddi numeri, per rendersi conto che la violenza maschile miete vittime almeno quanto la crisi.<br />
Ad oggi, 26 gennaio 2012, le donne uccise dalla violenza maschile sono 13, senza contare quelle che sono ricoverate in condizioni gravissime e che probabilmente non avranno più la loro vita comunque. La violenza maschile sulle donne è forse l’unica circostanza in cui la storia si ripete sempre uguale, tante, troppe volte, senza mai diventare farsa, bensì restando sempre tragedia.<br />
E molti restano fermi, in silenzio, si coprono gli occhi e si tappano le orecchie, oppure, come spesso accade, sentono senza ascoltare perché hanno cose più importanti a cui pensare, e perché tanto c’è qualcosa che li rendi immuni. Molti uomini ma anche tante donne ancora.<br />
E nel frattempo le nostre vite vanno avanti mentre a troppe donne la loro viene negata, torturata, cancellata.<br />
E Stefania lo sapeva, e non l’ accettava, e ha combattuto anche per tutte le donne che non sanno chi è, per quelle che pensano che tanto non serve, per quelle che credono che siamo già libere e per quelle che non hanno interesse a diventarlo. Stefania aveva tutta la consapevolezza che oggi porterà in tante piazze d’Italia tutte le donne che non vogliono dimenticarla e che sanno che l’unico modo per farlo è portare avanti la nostra lotta, che era anche la sua, perché nessuna di noi abbia più paura, né di camminare sola per strada, né di dire di no, né di sentirsi libera di amare o non amare più un uomo.<br />
Oggi saremo anche noi nelle piazze d’Italia per ricordare Stefania e tutte le altre donne uccise dalla violenza maschile, perché crediamo che se pur non basteranno mille fiaccole a spegnerla, potranno servire almeno per fare luce su un fenomeno ancora troppo oscurato per essere degnamente contrastato.</p>
<p style="text-align: justify;">ANNA BELLIGERO<br />
Portavoce nazionale Giovani Comuniste/i</p>
<p style="text-align: justify;">26 gennaio 2012</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>27 gennaio 2012<br />
appuntamenti contro la violenza sulle donne, i Giovani comunisti: «Anche noi in piazza, per ricordare Stefania Noce e tutte le donne vittime della violenza maschile»</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Domani, 27 gennaio, sarà passato già un mese dall&#8217;assassinio di Stefania Noce, la nostra compagna della provincia di Catania uccisa lo scorso 27 dicembre dal suo ex fidanzato. Nel 2012 le donne uccise dalla violenza maschile sono già 13, senza contare quelle che sono ricoverate in condizioni gravissime. E a chi ancora pensa che questo non sia un problema sociale, consigliamo di dare per lo meno uno sguardo ai freddi numeri, per rendersi conto che la violenza maschile miete vittime almeno quanto la crisi. Oggi saremo anche noi nelle piazze d&#8217;Italia per ricordare Stefania e tutte le altre donne uccise dalla violenza maschile, perché crediamo che se pur non basteranno mille fiaccole a spegnerla, potranno servire almeno per fare luce su un fenomeno ancora troppo oscurato per essere degnamente contrastato».</p>
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		<title>Ha ancora un senso essere femministe?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 11:42:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un articolo scritto da Stefania Noce per il giornale studentesco &#8220;La Bussola&#8221;. Una riflessione sulla necessità e sull&#8217;attualità delle battaglie contro il patriarcato nella nostra società. Ciao compagna Sen! (Marco Giordano) Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c&#8217;è ancora altro da cambiare, che]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Pubblichiamo un articolo scritto da Stefania Noce per il giornale studentesco &#8220;La Bussola&#8221;. Una riflessione sulla necessità e sull&#8217;attualità delle battaglie contro il patriarcato nella nostra società. Ciao compagna Sen!</strong><br />
<em>(Marco Giordano)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c&#8217;è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare. A coloro i quali pensano ancora che il &#8220;femminismo&#8221; sia l&#8217;estremo opposto del &#8220;maschilismo&#8221;: non risulta da nessuna parte che quest&#8217;ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione! <span id="more-3172"></span><br />
Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni &#8217;60 e &#8217;70, epoca dei &#8220;femminismi&#8221;, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizionedi eterne &#8220;minorenni&#8221; sotto &#8220;tutela&#8221; a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come &#8220;lavoratrici madri&#8221; e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di &#8220;lavori morali&#8221; e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi. Abbiamo denunciato qualsiasi forma di &#8220;patriarcato&#8221;, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui. Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.<br />
Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno.<br />
Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell&#8217;immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell&#8217;educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all&#8217;interno e i ragazzi all&#8217;esterno.<br />
Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicchè le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera. Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata &#8220;avrà avuto le sue colpe&#8221;, &#8220;se l&#8217;è cercata&#8221; oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne. Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato. Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere.<br />
Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l&#8217;effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perchè di un&#8217;eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere. Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO. Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.<br />
Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un&#8217;uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l&#8217;orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l&#8217;altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l&#8217;autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">SEN (STEFANIA NOCE)</p>
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		<title>Per ricordare Stefania Noce</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 10:56:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Simone Oggionni Ho pensato molto all’opportunità di scrivere queste righe e al significato che avrebbero potuto avere. Temevo che la rabbia, la frustrazione e l’impotenza prevalessero e partorissero un testo del tutto inadeguato. Lo temo tuttora. Sono quasi convinto di non esserne in grado. Ma è da martedì, dal momento in cui ho saputo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Simone Oggionni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho pensato molto all’opportunità di scrivere queste righe e al significato che avrebbero potuto avere. Temevo che la rabbia, la frustrazione e l’impotenza prevalessero e partorissero un testo del tutto inadeguato. Lo temo tuttora. Sono quasi convinto di non esserne in grado. Ma è da martedì, dal momento in cui ho saputo dell’uccisione di Stefania Noce, che un grumo di pensieri torvi mi perseguita e mi costringe a scrivere, cercando un senso e una via d’uscita.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Stefania era una compagna, una giovane compagna iscritta per anni al nostro partito e alla nostra organizzazione giovanile. Fino ad un paio d’anni fa era la segretaria del circolo di Licodia Eubea, in provincia di Catania. Faceva parte del movimento<span id="more-3157"></span> studentesco, non si perdeva una manifestazione. E scriveva. Ho ritrovato in rete un suo scritto a proposito di condizione femminile, di femminismo. C’è una frase che mi terrorizza: «Abbiamo denunciato – scrive Stefania – qualsiasi forma di patriarcato, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di avere finito. Ma non è finita qui».</p>
<p style="text-align: justify;">Stefania ha pagato con la vita l’assenza di una conclusione, l’impossibilità – dentro le coordinate di questo sistema – di una conclusione. E ciò che mi perseguita, mi terrorizza è precisamente quest’assenza di confini a difendere il nostro mondo, che con ingenuità e presunzione ci illudiamo sia incontaminato da tanta ferocia.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece dobbiamo imparare con il sangue che non ci sono confini, perché la meschinità e la violenza maschile penetrano ogni forma, ogni legge, ogni immaginario. Al punto che il fatto che vittima dell’ennesimo femminicidio sia una giovane compagna, impegnata quotidianamente nella lotta contro la dittatura maschile, è null’altro che un paradosso cinico di questa società e della sua malattia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale può essere, allora, il nostro compito? Quale, se non trasformare il ribrezzo e la rabbia in un grande impegno collettivo? Questa è la straordinarietà della politica, che può restituire senso e speranza a ciò che è inaridito dalle nefandezze innominabili dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimane da capire da che parte iniziare. Forse conviene farlo da due verità poco praticate.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima è la convinzione che fino a che non ribalteremo questo sistema capitalista, nel quale sono codificati e santificati il possesso e lo sfruttamento maschili della donna al loro massimo livello, non ci sarà fine per il patriarcato e la sua violenza. E ciò purtroppo fa piazza pulita di tante ricette facili e retoriche, di tanti sterili riformismi, di tante quote rosa e di tante pari opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda è un monito a chi derubrica il conflitto di genere ad appendice della lotta di classe. Perché la violenza patologica del patriarcato e dei suoi dispositivi, lungi dall’essere appannaggio esclusivo della borghesia e del capitale, è connaturata al nostro essere maschi. Ciò significa che la superficialità, la banalizzazione, l’indifferenza diffuse tra noi al limite dell’incoscienza sono una colpa che non possiamo più permetterci.</p>
<p style="text-align: justify;">La banalità del male è qui, nella nostra vita quotidiana, nei nostri infiniti errori, nel nostro linguaggio, nell’utilizzo del nostro corpo, nelle pretese e nei deliri di onnipotenza, nella categoria di “passione” che meschinamente utilizziamo per giustificare le nostre ossessioni, persino nella violenza, nella mediocrità e nella pornografia che trasuda sovente dalla nostra attività politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so dove può condurre questa riflessione, che per noi deve essere una presa di coscienza dolorosa ma indifferibile. Forse non spetta a me indicarlo né ipotizzarlo, ma in primo luogo alle donne e alle compagne. Non lasciamo però che tutto ci scivoli addosso e che la nostra vita – privata e pubblica – prosegua come se niente fosse. Come se niente fosse accaduto, anche tra di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefania, in quell’articolo che già prima richiamavo, scriveva: «Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo». Enrico Berlinguer adattò al conflitto di genere la celebre frase di Marx sull’impossibilità per i popoli oppressori di essere liberi, sostenendo che nessun uomo opprimente una donna avrebbe potuto ritenersi libero. Proviamo per una volta ad essere liberi per davvero. Proviamo a farlo insieme. Non lasciamo cadere la bandiera di Stefania, mettiamoci in discussione.</p>
<p style="text-align: justify;">SIMONE OGGIONNI</p>
<p style="text-align: justify;">da www.reblab.it del 2 gennaio 2012</p>
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		<title>L’altra metà della manovra</title>
		<link>http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/l%e2%80%99altra-meta-della-manovra.html</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 00:44:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Irene Bregola Oggi le donne italiane, in continuità con la manifestazione tenutasi a Roma lo scorso 13 febbraio contro il governo Berlusconi (il cui retrivo profilo patriarcale e violentemente familistico ha diffuso un’immagine femminile reificata, mercificata e subalterna), torneranno in piazza ci auguriamo numerose e più determinate che mai. Il mantenere l’appuntamento di oggi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Irene Bregola</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi le donne italiane, in continuità con la manifestazione tenutasi a Roma lo scorso 13 febbraio contro il governo Berlusconi (il cui retrivo profilo patriarcale e violentemente familistico ha diffuso un’immagine femminile reificata, mercificata e subalterna), torneranno in piazza ci auguriamo numerose e più determinate che mai. Il mantenere l’appuntamento di oggi è una scelta coraggiosa che ci parla di un prezioso protagonismo trasformativo, nonché della consapevolezza sempre più radicata che nessun cambiamento è possibile prescindendo dal coinvolgimento della nostra specifica soggettività, fatta di differenze che meritano una piena valorizzazione.<span id="more-3101"></span><br />
La mobilitazione, prevista e organizzata ben prima della caduta del tutto imprevedibile del governo Berlusconi, pone noi tutti, donne e uomini, di fronte ad una sfida decisiva, perché è l’esordio di una stagione di rivendicazioni, speriamo intensa e risoluta, nella fase postberlusconiana, segnata dalle scelte devastanti e più che mai inique del governo Monti, legato al precedente da una pericolosa continuità politica. Tale giudizio appare tanto più vero se si considera che ad una prima lettura di genere la manovra aggiuntiva anticrisi appare, nella sua sprezzante virulenza, orientata contro il lavoro dipendente, a favore di una riduzione consistente della spesa pubblica, di un innalzamento irricevibile dell’età pensionabile.<br />
Così operando si dimostra di non voler affatto aggredire quella che è una realtà di disparità insopportabile, segno di tutta l’arretratezza civile del nostro paese che non si è mai fatto pienamente carico della rimozione di quegli ostacoli sostanziali che impediscono un’effettiva parità tra i sessi.<br />
È un dato inquietante che in Italia le donne lavorino 60 ore settimanali, che la media dell’occupazione femminile sia di 14 punti percentuali al di sotto di quella europea, che le precarie superino di gran lunga i precari, che molte di noi non riescano ad esprimere la propria professionalità a causa dell’assenza di servizi, che siano in preoccupante aumento licenziamenti o dimissioni indotte poiché la maternità è ancora interpretata come una indesiderabile condizione di massima improduttività. Pare pertanto del tutto evidente che ci si dovrà impegnare in una lunga e tenace stagione di mobilitazioni, durante la quale presidiare su quelli che sono tutt’altro che diritti acquisiti, ma soglie di civiltà sulle quali occorre vigilare massimamente, poiché il triste decennio che abbiamo alle spalle ci ha insegnato che nulla è scontato, che i traguardi non sono facilmente trasmissibili poiché le generazioni possono essere agevolmente corrotte da stagioni culturali regressive.<br />
Il movimento delle donne ha avuto il merito di riporre al centro della politica nodi di cui si è sempre preteso e si continua a pretendere di negare la dirompente politicità, quali il rapporto tra i sessi, il rapporto tra personale e politico, il rapporto tra corpo e legge. L’ordine patriarcale nella sua declinazione proprietaria, egemonizzante e violenta ha costruito un tempo ed uno spazio fondati sulla presunta neutralità del maschile, declinando la politica sulla rimozione e sulla subalternità di uno dei due sessi, promuovendo nella società relazioni asimmetriche e costrittive. Tale ordine è tutt’altro che scardinato ed esibisce ora un volto forse esteticamente più convincente, ma ugualmente discriminante, rispetto al quale la prima tappa oppositiva e caratterizzante potrà essere la manifestazione di oggi. Una manifestazione che ci consentirà di uscire dal silenzio, riconsegnando alle donne la centralità politica e sociale che meritano, per ricondurre al centro del dibattito gli obiettivi più che mai ineludibili dell’autodeterminazione, della difesa e della piena applicazione della legge 194, dell’abrogazione della legge 40, della critica al familismo, della lotta contro la violenza maschile sul corpo femminile e dell’estensione dei diritti civili.<br />
Se non ora quando? Perché la fuoriuscita dalla crisi impone il riconoscimento della dignità del lavoro di noi tutte, la definizione di un welfare rispondente alle nostre esigenze, la costruzione di una democrazia realmente paritaria in grado di sradicare pregiudizi pervasivi e riformulare la triste rappresentazione diffusa della donna.</p>
<p>IRENE BREGOLA</p>
<p>Liberazione, 11 dicembre 2011</p>
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		<title>L&#8217;8 Marzo delle donne che lottano</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 14:55:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Carlotta Sorrentino Molte sono le leggende sull’origine dell’8 marzo, un fatto però sembra esser certo: la scelta di questa data per la celebrazione della Giornata Internazionale della Donna, venne formalizzata durante la II Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste, tenutasi a Mosca nel 1921. Altra certezza è senza dubbio la natura simbolica che questo giorno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong><a class="lightbox" title="paroladidonna" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/paroladidonna.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2270" style="margin: 4px;" title="paroladidonna" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/paroladidonna.jpg" alt="" width="214" height="190" /></a>di Carlotta Sorrentino</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Molte sono le leggende sull’origine  dell’8 marzo, un fatto però sembra esser certo: la scelta di questa data  per la celebrazione della Giornata Internazionale della Donna, venne  formalizzata durante la II Conferenza Internazionale delle Donne  Comuniste, tenutasi a Mosca nel 1921. Altra certezza è senza dubbio la natura simbolica che questo giorno ha assunto.  L’8  marzo è stato da sempre sinonimo di lotta per la libertà delle donne di  determinarsi nelle scelte sul proprio corpo, nel lavoro e nella  società. E’ stato il simbolo delle battaglie delle donne per affermare il proprio diritto ad avere piena autonomia sul proprio corpo. E’  stato il simbolo delle rivendicazioni perché venisse loro riconosciuto  un ruolo come soggetti attivi nella vita pubblica e privata. <span id="more-2269"></span><br />
E’  stato il simbolo delle lotte per il miglioramento delle condizioni  materiali di vita, senza le quali non sarebbe mai stata possibile una  reale emancipazione.</p>
<div style="text-align: justify;">
<div>Oggi, dopo un secolo, il significato di questa data è più attuale che mai.</div>
<div>La  ricorrenza dell’8 marzo irrompe con forza e diventa ancora una volta un  appuntamento di mobilitazione nazionale, e non solo, per dare una  risposta decisa alle continue aggressioni all’ autodeterminazione ed  alla dignità delle donne.</div>
<div>Siamo  di fronte ad un continuo attacco che mina le conquiste ottenute e cerca  di cancellarle, relegando ancora una volta la donna ad un ruolo  marginale e svilente.</div>
<div>Il  pericolo si manifesta in modi diversi: da un lato le politiche del  governo che, insieme a quelle dei padroni, smantellano i diritti dei  lavoratori e delle lavoratrici, senza curarsi di quanto è sancito  dall’articolo 41 della nostra Costituzione, che limita la libertà  d’impresa al perseguimento dell’utilità sociale ed alla tutela della  sicurezza e della dignità umana.</div>
<div>Inoltre,  in un paese come l’Italia, agli ultimi posti in Europa per occupazione  femminile (secondo dati OCSE in Italia lavora in media una donna su  due), il Governo cerca palliativi in politiche familiste conservatrici, a  fronte di un welfare che viene smantellato, con tagli sempre più  pesanti alla scuola e alla sanità, scaricando così il peso del lavoro di  cura sulle spalle delle donne, obbligandole a tornare nel focolare  domestico e minandone di fatto l’autonomia nelle scelte di vita e in  quelle professionali.</div>
<div>D’altro  canto l’attacco si manifesta anche sul piano culturale: vengono  continuamente proposti modelli svilenti di donna,  indicati dalla  società e dalla tv di stato come “vere donne”, ovvero, per dirla con  Simone de Beauvoir, “…frivole, puerili, irresponsabili, le donne  sottomesse all’uomo.”</div>
<div>Per  questo ancora una volta l’8 marzo sarà un simbolo, un simbolo del  riscatto delle donne dal potere del mercato e della società patriarcale,  che non solo le riduce a “merce di scambio”, ma che le spinge ai  margini della sociètà, facendole diventare “ornamenti” del “potere  maschile”.</div>
<div>Domani  le donne, le lavoratrici, le madri, le precarie e le studentesse,  porteranno in piazza le loro richieste, rimettendo al centro la loro  storia, fatta di lotte e di conquiste, che troppo spesso viene  mortificata e messa all’angolo.</div>
<div>“Lasciate  che un sentimento allegro del servire la causa comune della classe  operaia e di lottare simultaneamente per l&#8217;emancipazione femminile  ispiri le lavoratrici ad unirsi alle celebrazioni per il Giorno della  Donna.” (A.Kollontaj)</div>
<div>CARLOTTA SORRENTINO</div>
<div>Collettivo StregheperSempre &#8211; Giovani Comunisti</div>
</div>
<div style="text-align: justify;">8 Marzo 2011</div>
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		<title>Contro la libertà di stupro delle menti e dei corpi</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 13:13:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giorgia Bertolino Le donne e gli uomini di Rifondazione Comunista hanno aderito alla manifestazione “se non ora quando?” nella convinzione che il potere non è soltanto un insieme di fattori materiali ma anche il prodotto delle culture dominanti. La strategia berlusconiana ha costruito la cultura della libertà di stupro attraverso la codificazione quotidiana dei]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="bastabasta" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/bastabasta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2203" style="margin: 4px;" title="bastabasta" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/bastabasta.jpg" alt="" width="253" height="180" /></a><strong><em>di Giorgia Bertolino</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le donne e gli uomini di Rifondazione Comunista hanno aderito alla  manifestazione “se non ora quando?” nella convinzione che il potere non  è soltanto un insieme di fattori materiali ma anche il prodotto delle culture  dominanti. La strategia berlusconiana ha costruito la cultura della libertà di stupro  attraverso la codificazione quotidiana dei  messaggi televisivi, la pubblicità, i programmi d’intrattenimento e le  battutacce del presidente del consiglio.<br />
Fra il bigottismo clericale e la mercificazione liberista del corpo femminile,  Rifondazione</p>
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		<title>Berlusconismo, lo specchio peggiore del Paese</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 13:15:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Annamaria Rivera Per favore, non si chiami sultanato il regime berlusconiano. E non si parli di harem o di suq quando si cerca di definire le pratiche sessuo-mercantili dell’indegno capo del governo italiano. Gli stereotipi orientalisti, lasciamoli a Giovanni Sartori, l’illustre politologo. Il quale a tal punto è ossessionato dall’invasione dei saraceni da teorizzare,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a class="lightbox" title="berlusconi-e-le-donne" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi-e-le-donne.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2132" style="margin: 4px;" title="berlusconi-e-le-donne" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi-e-le-donne.jpg" alt="" width="180" height="249" /></a>di Annamaria Rivera </em></strong>Per favore, non si chiami <em>sultanato </em>il regime berlusconiano. E non si parli di <em>harem</em> o di <em>suq</em> quando si cerca di definire le pratiche sessuo-mercantili dell’indegno capo del governo italiano. Gli stereotipi orientalisti, lasciamoli a Giovanni Sartori, l’illustre politologo. Il quale a tal punto è ossessionato dall’invasione dei saraceni da teorizzare, fin dal 2000 la “radicale non integrabilità” degli “islamici” (si noti il linguaggio, davvero da fine studioso), suggerendo come rimedio l’<em>immigration choisie</em> di migranti di confessioni altre da quella musulmana: alla faccia del conclamato liberalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, non v’è certo bisogno di ricorrere a cliché esotisti per descrivere il fenomeno Berlusconi: nel suo triplice versante -politico, culturale, comportamentale- esso appartiene interamente  alla storia italiana. Se ci soffermiamo a considerare la psicologia berlusconiana, colpisce fino a qual punto sia dominata da un immaginario, anche sessuale, da venditore di spazzole dei tardi anni <span id="more-2131"></span>Cinquanta. Le sue freddure ricalcano archetipi che poi sarebbero stati sovvertiti dal ‘68, quanto meno messi in crisi. Le donne, se piacenti, sono tutte puttane a sua disposizione. Lo sterminio degli ebrei null’altro che oggetto di barzellette sadiche e idiote<sup><a name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup>. Perfino i “voli della morte”<em> </em>della dittatura argentina (di cui niente sa il poveruomo) sono solo il pretesto per facezie ciniche e di pessimo gusto<sup><a name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></sup>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo ciarpame stantio, fatto di sessismo maniacale, di qualunquismo, di ignoranza dei fondamenti della storia e della democrazia (avrà mai letto la Costituzione?) è stato rimacinato dalla società dello spettacolo, riplasmato nel crogiolo del populismo moderno e del neoliberismo. Così, per rimuovere il dubbio atroce dell’impotenza, placare l’ansia da prestazione, scacciare il fantasma della decadenza e della morte, il mediocre dongiovanni di provincia non va al casino, bensì costruisce un complesso sistema di potere-mercimonio in cui tutto “si tiene”: la politica, gli affari, il consenso elettorale, le alleanze, il sistema di corruzione, le tangenti, i corpi femminili, lo sfogo sessuo-narcisistico…Tutto si tiene poiché tutto è ridotto a merce-spettacolo, a sua volta manipolata grazie all’impero mediatico di sua proprietà e all’acquiescenza anche di media non suoi.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora di quale “sultano” o “raìs”, di quale “harem” o “suq” parliamo? Il fenomeno Berlusconi è squisitamente nostrano, è il parto di quell’italietta mai affrancatasi del tutto dall’eredità del fascismo e del qualunquismo, se non per brevi stagioni felici. Che pensa di poter rispondere alle sfide complesse della modernizzazione, della globalizzazione, della pluralizzazione culturale con gli espedienti vetusti dell’imbroglio e del raggiro, col solito <em>mélange</em> d’individualismo e cinismo, senso civico debole e spirito provinciale, futilità etica e intellettuale. Insomma, le notti di Arcore allietate da giovani o giovanissime -educate da <em>Drive in </em>e similari, sostenute da genitori che, pur di veder emergere le figliole, se ne fanno prosseneti- nient’altro sono se non lo specchio del Paese. Perciò, più che pubblicare paginate d’intercettazioni, meglio sarebbe interrogarsi sul contesto. Che altro potrebbe produrre una società –non arcaica, non contadina, bensì immersa nel flusso della globalizzazione, del consumismo, del bombardamento mediatico- nella quale solo una donna su due lavora, la metà dei giovani non studia, non lavora, né cerca lavoro (ultimo rapporto Istat), in cui si legge pochissimo e, secondo una ricerca autorevole, solo il 20 per cento della popolazione adulta possiede gli strumenti indispensabili per leggere, scrivere e far di conto? Sicché essa risulta un Paese relativamente avanzato sul piano materiale, dello sviluppo del consumo e del mercato, della liberalizzazione-privatizzazione, ma arretrato sul versante della vita democratica e civile, intellettuale e morale. Se di questo versante si considera un indicatore fondamentale, le relazioni di genere, il quadro appare ancor più desolante. Secondo il più recente rapporto (2010) del <em>World Economic Forum</em> sul <em>Global Gender Gap</em>, nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 Stati di tutti i continenti, l’Italia è scesa dal 72esimo posto del 2009 all’attuale 74esimo: collocata dopo il Malawi e il Ghana, poco più su dell’Angola e del Bangladesh. Come si può parlare, quindi, di post-patriarcato o di soggettività femminili trionfanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Il contrasto fra crescita materiale e declino democratico, culturale, morale condanna buona parte degli italiani, secondo il più recente rapporto del Censis, a un “presente senza profondità di memoria e futuro” e a “una diffusa ed inquietante sregolazione pulsionale”. Che non è desiderio, è anzi sintomo della caduta del desiderio e quindi crisi del conflitto sociale. Formata dalla televisione berlusconiana e da una mediocrità culturale che coinvolge quasi tutti gli schieramenti politici, priva dunque di riferimenti alternativi convincenti, una parte rilevante della componente maschile della società italiana non sa far altro che rispecchiarsi nelle imprese del Parvenu, coltivandone il culto in modo feticistico. A sua volta, il Parvenu, travolto dal successo, in preda al delirio di onnipotenza, terrorizzato dalla fine, incarna una pulsione tendenzialmente totalitaria, per quanto nulla di cupo e tragico vi sia nel suo crepuscolo. Neanche il crepuscolo di Ben Ali è stato cupo o tragico, solo una mediocre fuga con la cassa. Ma il popolo tunisino ha saputo accelerarlo con uno scatto di dignità e di coraggio collettivi. E allora non è impudente parlare di sultanato, harem e suq?</p>
<div id="sdfootnote4" style="text-align: justify;">
<p>ANNAMARIA RIVERA</p>
<p style="text-align: justify;">26 Gennaio 2011</p>
</div>
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		<title>25 Novembre. Contro la violenza maschile sulle donne. Tutti i giorni!</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 11:01:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“La guerra è stata sempre l&#8217;attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile” Carla Lonzi di Anna Belligero Anche quest&#8217;anno il numero dei femminicidi in Italia è a 3 cifre. Drammaticamente. E il numero delle violenze sessuali che hanno come vittime le donne, solo a Milano, è di oltre 330 dal 1]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="lightbox" title="notizie_violenza_sulle_donne" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/11/notizie_violenza_sulle_donne.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1907" style="margin: 4px;" title="notizie_violenza_sulle_donne" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/11/notizie_violenza_sulle_donne.jpg" alt="" width="200" height="285" /></a>“<em><strong>La guerra è stata sempre l&#8217;attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile”<br />
Carla Lonzi</strong></em></p>
<p><strong><em>di Anna Belligero</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anche quest&#8217;anno il numero dei femminicidi in Italia è a 3 cifre. Drammaticamente. E il numero delle violenze sessuali che hanno come vittime le donne, solo a Milano, è di oltre 330 dal 1 Gennaio al 30 Ottobre 2010. Non serve aggiungere altri dati, credo, per comprendere quindi quanto scriteriato sia il taglio dei fondi ai centri antiviolenza che in tutto il Paese chiudono, o rischiano di farlo. Se pure, paradossalmente, ci trovassimo di fronte ad una diminuzione drastica delle violenze sulle donne, i tagli non sarebbero giustificabili. In questo caso sono semplicemente criminali, a fronte della crescita, e non della diminuzione delle “cifre” in questione.<span id="more-1906"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La violenza aumenta, e forse, però, possiamo dire che sta aumentando, impercettibilmente quasi, anche il numero di donne che trovano il coraggio di denunciarla, senza vergognarsi, con la consapevolezza di essere <em>“solo delle vittime”, </em>e non di avere delle responsabilità. Il pensiero dominante, che è maschilista e patriarcale, oltre ad impedire, nei fatti, qualunque forma di critica al “modus vivendi” maschile, porta, inconsapevolmente, troppe donne a vivere ancora oggi come una colpa, e non come una<em> “semplice violenza”</em> gli abusi che subiscono. Troppo facile sarebbe parlar male di questo sciagurato Governo, dei tagli già citati, delle abitudini e del sessismo di alcuni suoi noti esponenti. Così scontato che non approfondirò. Voglio soffermarmi invece, su un elemento che nessuno schieramento politico, nessuna forza politica, può dire di avere al centro del suo dibattito: la relazione tra i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando parliamo di violenza maschile sulle donne parliamo di stupri, parliamo di botte, parliamo di omicidi (femminicidi, appunto); ma parliamo anche di violenza verbale costante, di atteggiamenti costanti di discriminazione, di linguaggi e pratiche che delle donne  provano ad annullare l&#8217;esistenza. Parliamo del mondo monosessuato, dove quello che conta è sempre “partorito” da un uomo, dove le regole e i tempi sono decisi dagli uomini, dove la superiorità dell&#8217;uomo sulla donna è un fatto così naturale, da risultare addirittura banale che se ne discuta. E invece l&#8217;origine della violenza sta proprio là, nella concezione radicatissima della subalternità della donna all&#8217;uomo, nella <em>disparità</em> (che è altro dalla <em>differenza</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Credere che sia davvero così porta <em>naturalmente </em>gli uomini ad essere convinti di poter disporre liberamente dei corpi delle donne, di poterle soggiogare, di poter decidere al posto loro, di poterle picchiare, di poterle uccidere. Il confine, credetemi, è davvero sottile. Non sono i raptus di follia ad uccidere le donne, ma la convinzione profonda che l&#8217;uomo sia superiore. E proprio a fronte di una ripresa di parola sempre più forte e costante da parte delle donne, che per gli uomini rappresenta la messa in discussione concreta dell&#8217;unico sistema da loro immaginabile, quello patriarcale, gli uomini reagiscono con la violenza, che è sempre più la volontà di riportare le cose all&#8217;<em>ordine costituito. </em>Inconsapevoli o consci, poco importa. In entrambi i casi è necessaria una rivoluzione culturale che parta appunto dal senso e dalle modalità di relazione tra i sessi, che tolga agli uomini l&#8217;arroganza del sentirsi pienamente rappresentativi del genere umano nella sua complessità, e che dia alle donne gli strumenti necessari per portare avanti la battaglia di sempre: coniugare la differenza dei generi con l&#8217;uguaglianza dei diritti. Una rivoluzione che è delle donne, ma che deve cambiare, necessariamente, anche gli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">La mano, l&#8217;arma, la rabbia che uccidono, sono solo la parte finale. La violenza maschile inizia molto prima. Ed è davvero ora che finisca.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em><strong>La forza dell&#8217;uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla”<br />
Carla Lonzi</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">ANNA BELLIGERO<br />
Portavoce nazionale Giovani Comuniste/i</p>
<p>25 Novembre 2010</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La preside di Psicologia nega la parola ai GC di Caserta</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 23:16:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Oggi 23 aprile 2010 si conclude la campagna &#8220;Donne e diritti negati, chi paga di più la crisi del capitalismo?&#8221;, promossa dai Comitati in difesa della scuola pubblica di Caserta e di Aversa e dal Coordinamento provinciale delle/dei Giovani comuniste/i, dopo 20 giorni di lavoro all’interno delle scuole di Terra di Lavoro attraverso l’allestimento di]]></description>
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<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-890 alignright" style="margin: 4px;" title="donnedirittinegat" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/04/donnedirittinegat.jpg" alt="" width="200" height="284" />Oggi 23 aprile 2010 si conclude la campagna &#8220;Donne e diritti negati, chi paga di più la crisi del capitalismo?&#8221;, promossa dai Comitati in difesa della scuola pubblica di Caserta e di Aversa e dal Coordinamento provinciale delle/dei Giovani comuniste/i, dopo 20 giorni di lavoro all’interno delle scuole di Terra di Lavoro attraverso l’allestimento di mostre fotografiche sulle conquiste del movimento femminista oggi sotto attacco e diffusione di materiale politico di controinformazione sulla questione femminile ai tempi della crisi economica. L’assemblea pubblica conclusiva avrà luogo alle ore 15:30 nella federazione provinciale del Partito della Rifondazione Comunista, sita in Via de Martino 13, (Parco Snicer) a Caserta.<span id="more-889"></span><br />
In principio l’assemblea conclusiva doveva svolgersi al Polo Scientifico di Caserta, nell’aula A della facoltà di Psicologia,ma a 24 ore dall’iniziativa quest’aula ci è stata negata attraverso diverse manovre burocratiche.<br />
Lo scorso 9 aprile infatti, due studentesse di Psicologia, in qualità di rappresentanti delle organizzazioni promotrici dell’iniziativa, hanno fatto richiesta dell’aula concordando con la presidenza la formula migliore per evitare di intralciare le regolari attività accademiche.<br />
Soltanto mercoledì scorso, il 21 aprile, siamo venuti a conoscenza della contrarietà della preside, Alida Labella, di concedere uno spazio su richiesta di uno studente qualunque della facoltà (che secondo la preside non ha la possibilità di richiederlo) e che per tanto era necessaria la mediazione di un rappresentante di facoltà che garantisse la sua supervisione sull’iniziativa. Dopo la ricerca estenuante di un rappresentante in grado di poter difendere il diritto all&#8217;agibilità democratica della facoltà, la mattina del 22 aprile ci è stata negata nuovamente l’aula poiché la stessa preside telefonicamente ha imposto un’ulteriore condizione, ovvero l’attesa di un consiglio di facoltà per vagliare la possibilità di concedere uno spazio per un’iniziativa dai contenuti politici. Al di là della totale disattenzione verso l’importanza della tematica che affronteremo in questa assemblea (in una fase generale di violenti attacchi ai più elementari diritti democratici), è scandaloso come la presidenza di Psicologia accolga senza problemi richieste di occupazione di suolo pubblico interne all’università, per propaganda elettorale finalizzata al rinnovo del CNSU, da parte di organizzazioni studentesche legate a partiti politici di destra, on tanto di simboli e volantini informativi, denunciamo anche una mancata attenzione alle nostre richieste e all&#8217;iter seguito nel rispetto delle regole e dei tempi accademici, non corrisposti: in più di 10 giorni a nessuno è venuto in mente di negare in forma scritta l&#8217;utilizzo dell&#8217;aula, di fatto provando a farci trovare di fronte al fatto compiuto, senza alcuna modalità di rispetto dei comuni canoni democratici.<br />
Ci domandiamo, a questo punto, quale sia il concetto di democrazia che vige nelle nostre facoltà e soprattutto per chi vale la democrazia, ma non ci arrendiamo. L’assemblea sulla questione femminile e la crisi economica si farà comunque anche se in una sede più piccola dell’aula A di Psicologia,interverranno esponenti dell&#8217;associazione Spazio Donna,del centro Luna Piena, per la prevenzione e il parto naturale,lo sportello immigrati della CGIL, e rappresentanti del comitato insegnati precari istituitosi quest&#8217;anno a Caserta e Benevento. La battaglia per la difesa dell’agibilità politica degli studenti e del loro diritto alla libertà d’espressione non tarderà ad essere al centro del lavoro del Comitato in difesa della scuola pubblica e dei Giovani Comunisti a Caserta e in tutta la provincia, anche questa è una testimonianza dei tempi bui che imperversano sulla società italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">COORDINAMENTO PROVINCIALE DEI GC DI CASERTA</p>
<p style="text-align: justify;">23 Aprile 2010</p>
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