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	<title>Giovani Comunisti/e &#187; Lavoro</title>
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	<description>pace, lavoro, giustizia sociale, diritti e libertà</description>
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		<title>Sempre più su&#8230; Lo spreco vs lo spread!</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 22:10:11 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[disoccupazione precarietà]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>

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		<description><![CDATA[di Il nostro tempo è adesso.it Il tasso di disoccupazione giovanile sale sempre più su e ogni mese l&#8217;Istat ci consegna un nuovo record. E&#8217; la conferma che la disoccupazione giovanile e la precarietà, non lo spread, sono la vera emergenza. La fotografia è la seguente: 1 su 3 senza lavoro (e senza alcuna forma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Il nostro tempo è adesso.it</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tasso di disoccupazione giovanile sale sempre più su e ogni mese l&#8217;Istat ci consegna un nuovo record.<strong> E&#8217; la conferma che la disoccupazione giovanile e la precarietà, non lo spread, sono la vera emergenza.</strong> La fotografia è la seguente: 1 su 3 senza lavoro (e senza alcuna forma adeguata di welfare aggiungiamo noi). Gli altri 2 con lavori quasi sempre precari e compensi al di sotto della decenza. Riteniamo che l&#8217;agenda del governo debba ripartire da qui: dallo spreco di una generazione che oggi ottiene il record di disoccupazione nella storia italiana.<span id="more-3296"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ben vengano politiche europee per la creazione dell&#8217;occupazione giovanile, ma sia chiaro che il loro segno deve essere opposto a quello adottato finora: non ci stiamo a proseguire sulla strada fallimentare della riduzione dei diritti e del costo del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema vero è la creazione di nuovi posti di lavoro, con l&#8217;investimento sulla conoscenza, sull&#8217;occupazione dei giovani e delle donne. Bisogna eliminare la precarietà riducendo drasticamente le tipologie contrattuali più precarizzanti, ed estendere gli ammortizzatori sociali, anziché ridurli.</p>
<p style="text-align: justify;">E infine va istituito un reddito di inserimento che tolga i giovani dalla morsa della precarietà e del lavoro nero: e bisogna farlo con risorse vere, non con architetture prive di finanziamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è la crisi a dover dettare l&#8217;agenda di Governo ma i bisogni delle persone e la loro dignitá: lo abbiamo sempre detto, e lo ripetiamo a beneficio dei componenti del Governo e a quanti, come recentemente Eugenio Scalfari, hanno sostenuto il contrario. I sacrifici per uscire da questa crisi economica e sociale li chiediamo alla finanza e ai poteri forti dell&#8217;economia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto questo il comitato <strong>Il nostro tempo é adesso</strong> lancia una staffetta di azioni: <strong>domani a Napoli</strong> alle 11,30 a in piazza del Gesù, i giovani precari daranno la loro lezione al governo dei Professori. Seguiranno azioni nella altre città. <strong>A Roma</strong> l&#8217;appuntamento è per <strong>lunedì</strong> pomeriggio, per prendere la parola sulla precarietà da cancellare, sul welfare da estendere, su una generazione da valorizzare.</p>
<p>IL NOSTRO TEMPO E&#8217; ADESSO.IT</p>
<p>1° febbraio 2012</p>
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		<title>Licenziamenti a mano libera</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 13:00:26 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 18]]></category>
		<category><![CDATA[licenziamenti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Manuele Bonaccorsi Rendere più facili i licenziamenti e liberalizzare il mercato del lavoro produce crescita economica e favorisce i giovani; anche perché in Italia è quasi impossibile licenziare i vecchi assunti, mentre i nuovi l’articolo 18 non sanno neppure cos’è. Due assiomi ripetuti senza sosta nel dibattito pubblico. Eppure basta solo dare un occhio]]></description>
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<p style="text-align: justify;"><strong>di Manuele Bonaccorsi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rendere più facili i licenziamenti e liberalizzare il mercato del lavoro produce crescita economica e favorisce i giovani; anche perché in Italia è quasi impossibile licenziare i vecchi assunti, mentre i nuovi l’articolo 18 non sanno neppure cos’è. Due assiomi ripetuti senza sosta nel dibattito pubblico. Eppure basta solo dare un occhio a leggi e dati per accorgersi che si tratta di falsità colossali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Milioni di licenziati con l’articolo 18.</strong> Licenziare non è impossibile a causa dell’articolo 18. Altrimenti le lavoratrici della Omsa starebbero ancora producendo calze e gli operai della Fiat di Termini Imerese automobili. I metalmeccanici della Innse non sarebbero dovuti salire su una gru per difendere il proprio posto di lavoro. Messo a rischio senz’altro ingiustamente, da un punto di vista morale ed economico, ma in maniera ineccepibile dal punto di vista legale. «Attualmente ci saranno alcune centinaia di migliaia di lavoratori licenziati che erano difesi dall’articolo 18. E milioni sono stati coloro che hanno perso il posto con le ristrutturazioni degli anni<span id="more-3162"></span> Novanta», afferma Carlo Guglielmi, giuslavorista del Forum Diritti-lavoro. L’articolo 18, insomma, non è certo un problema per le imprese che vogliano disfarsi dei propri dipendenti. Lo Statuto dei lavoratori, messo in forse dal governo, semplicemente obbliga le imprese sopra i 15 dipendenti a reintegrare i singoli lavoratori licenziati «senza giusta causa» o «giustificato motivo» (in questo caso si parla di “tutela reale”). Sotto i 15 dipendenti, dinanzi a un licenziamento immotivato, il giudice non può obbligare l’azienda a rimettere in produzione il dipendente, ma può solo ordinare un indennizzo economico. Infatti l’articolo 18 non si applica nella miriade di piccole e piccolissime imprese che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo italiano. «Su una platea di oltre 20 milioni di dipendenti meno della metà è protetto dall’articolo 18», spiega Guglielmi. Ma attenzione, l’articolo 18 difende i lavoratori dai licenziamenti individuali. Se i licenziamenti sono collettivi (a partire da cinque dipendenti) lo Statuto dei lavoratori non ha alcun impatto. In questo caso il giudice non può entrare nel merito delle libere scelte dell’azienda. L’unico obbligo è che l’imprenditore si attenga a una precisa procedura (comunicazioni e incontri coi sindacati e il ministero del Lavoro) e che rispetti precisi criteri nell’indicare i dipendenti da mettere fuori dall’azienda (anzianità, carichi familiari). Il datore di lavoro, cioè, nel caso di licenziamenti collettivi non può scegliere chi licenziare. Non può salvare, ad esempio, un amico del caposquadra, e condannare il delegato del sindacato più “fastidioso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giustificato motivo.</strong> Il datore di lavoro può scegliere i dipendenti da licenziare solo se essi sono meno di 5. E potrà farlo solo per una «giusta causa» o un «giustificato motivo ». È questo il caso del licenziamento individuale quello difeso nelle medie e grandi aziende dall’articolo 18. Val la pena però comprendere il significato di queste due parolette. La «giusta causa» è il caso del cosiddetto “licenziamento in tronco”: avviene quando il dipendente assume un comportamento particolarmente grave, tale da rendere impossibile il proseguimento del rapporto di lavoro. Un ingegnere che riveli segreti industriali a un concorrente, ad esempio, o un operaio che sia condannato per reati molto gravi. Se invece il lavoratore viola le parti del contratto, ad esempio si assenta in maniera reiterata senza addurre motivazioni o non rispetta gli ordini di servizio, egli può essere licenziato per un giustificato motivo “soggettivo”, ossia per un motivo dipendente da un suo comportamento individuale. L’altro caso di licenziamento individuale è quello di giustificato motivo “oggettivo”. Ossia, spiega il Roccella, uno dei più noti manuali di diritto del lavoro, l’imprenditore deve dimostrare «l’effettività delle ragioni economiche- produttive adottate a fondamento del licenziamento ». Qualora il licenziato ricorra al giudice, l’imprenditore dovrà dimostrare che quel posto di lavoro è soppresso per valide ragioni e che il dipendente non può essere ricollocato altrove. Anche i nemici dell’articolo 18, a partire dal senatore Pd Pietro Ichino, sostengono di voler far salvo il caso di “licenziamento discriminatorio”, dovuto a motivazioni politiche o razziali, rispetto al quale l’obbligo del reintegro vale nelle imprese di tutte le dimensioni. «È una presa in giro, il licenziamento discriminatorio è una foglia di fico», tuona Carlo Guglielmi. «Condanne o giudizi su questo sono rarissimi. Infatti se l’imprenditore vuole licenziare un dipendente perché è comunista o nero o iscritto al sindacato, non lo ammetterà mai. Dirà al giudice che esistono altre valide ragioni, disciplinari o organizzative. Ora, se un lavoratore licenziato ricorre al giudice per l’assenza di una giusta causa l’onere di provare le motivazioni del licenziamento spetta all’azienda. Mentre nel caso del licenziamento discriminatorio a provare la discriminazione deve essere il lavoratore. E questo, a meno che al padroncino non scappi di dire al giudice “qui i negri non li vogliamo” è pressoché impossibile nella realtà». Cancellare l’articolo 18, quindi, vuol dire rendere possibili anche i licenziamenti discriminatori? «Ichino non lo ammetterà mai, ma è così», chiosa Guglielmi. «È una partita reale, non ideologica. La posta è se l’imprenditore è o meno colui che ha l’ultima parola. Se può licenziare il dipendente che si lamenta per l’assenza delle norme sulla salute e la sicurezza o che chiede il rispetto delle mansioni. Senza articolo 18 il sindacato si riduce al recupero crediti, a chiedere un risarcimento economico a chi licenzia ingiustamente».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’articolo 18 che aiuta i precari. </strong> «È falso che l’articolo 18 non protegge i precari. Vale per tutti, per chi ne è difeso e per coloro che ne sono esclusi», spiega Guglielmi. «Nel caso di un precario assunto con un contratto atipico in maniera irregolare l’avvocato può mandare una lettera all’azienda dicendo: il vostro contratto è irregolare, quindi per noi è a tempo indeterminato. Bene, se non ci fosse l’articolo 18 l’azienda se ne fregherebbe. E risponderebbe così: per noi il contratto è regolare, però, per cautelarci, qui c’è la lettera di licenziamento. E tanti saluti». Insomma, è l’articolo 18 che permette anche al precario di far valere i propri diritti. Vale per il falso contratto a progetto, per i dipendenti obbligati ad aprire una partita Iva, per il titolare di un contratto a tempo determinato rinnovato per anni senza soluzione di continuità. «Chi, come Ichino, dice di voler togliere l’articolo 18 ai padri per far uscire dalla precarietà i figli dice una stupidaggine», dice Gugliemi. Senza articolo 18 siamo tutti precari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scambio.</strong> Eppure proprio di questo si discute: di ridurre o cancellare un diritto, l’articolo 18, che evita gli abusi di potere e non impedisce i licenziamenti economici. Tramite uno scambio: licenziamenti più facili in cambio di meno tipologie di precariato. Sul tema esistono in Parlamento almeno 5 diverse posizioni. Di cui 4 convivono all’interno del Pd. C‘è quella di Pietro Ichino, molto amata dal governo, che prevede l’istituzione del cosiddetto «contratto unico », senza articolo 18 per i nuovi assunti. Attenzione, nuovi assunti, dice il progetto di Ichino. Quindi anche i lavoratori di Termini Imerese, se riassunti in un’altra azienda, non avranno l’articolo 18. Ed è un contratto unico fino a un certo punto, perché resterebbero valide alcune tipologie di lavoro precario (interinale, partite Iva). C’è poi la proposta del senatore ex Cgil Paolo Nerozzi, che istituirebbe un «contratto unico di ingresso» nel quale l’articolo 18 non varrebbe per tre anni. E la proposta dell’ex ministro del lavoro del Pd Cesare Damiano che istituirebbe un«contratto unico di inserimento formativo», anche in questo caso senza articolo 18 per un periodo che va dai sei mesi ai tre anni, secondo quanto deciso nei contratti nazionali. Il vantaggio di queste ultime due proposte è però quello di stabilire limiti più stringenti nell’uso dei contratti a progetto e di quelli a tempo determinato. Infine c’è la proposta ufficiale del Pd, quella del responsabile Economia e lavoro Stefano Fassina, che non prevede modifiche all’articolo 18 e si basa sulla parola d’ordine: «Il lavoro atipico deve costare di più di quello a tempo indeterminato». E poi, la posizione del Pdl, ben espressa da Michele Tiraboschi, tecnico di Maurzio Sacconi, che non vuole ritocchi alla legge 30 e alle sue 46 diverse tipologie di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Cgil non si piega.</strong> Meno articolo 18, meno precariato, è lo scambio su cui si tratta. «Non ci convince nessuna di queste proposte, esclusa quella di Fassina, su cui si può ragionare», afferma Claudio Treves, responsabile del dipartimento mercato del lavoro della Cgil. «Il tema dell’articolo 18 non si può e non si deve porre. È una maniera per rovinare il negoziato. L’articolo 18 è un deterrente, serve a scoraggiare licenziamenti indiscriminati. È una norma di civiltà. Per questo, sin dai tre milioni del Circo massimo nel 2002, la Cgil lo difende». I veri problemi sono altri: «Non c’è alcuna relazione tra libertà di licenziamento e crescita economica. La stessa Ocse, che negli anni Novanta fu paladina della teoria secondo la quale minori protezioni sul lavoro equivalgono a maggiore crescita economica, è stata costretta ad ammettere che a sostegno di questa tesi non esiste alcuna evidenza econometrica», spiega Treves. La crisi, per il sindacato, si affronta in un’altra maniera: «La discussione deve partire da un dato di realtà: siamo in una fase recessiva, ci sono 800mila posti di lavoro a rischio. E quindi il problema è universalizzare le tutele e gli ammortizzatori sociali, e sostenere le imprese che assumono a tempo indeterminato», afferma Treves. Sul tema la Cgil ha presentato una proposta: riunificare ed estendere a tutti i settori (oggi vale solo per l’industria) la cassa integrazione. Dare a tutti il diritto di accedere all’indennità di disoccupazione. «E diciamo anche come finanziare questa riforma. Il costo dev’essere assicurativo, cioè a pagare gli ammortizzatori devono essere i contributi. Chiediamo alla finanza pubblica solo una cifra di 5-600milioni di euro, più o meno quanto si spendeva per gli ammortizzatori in deroga prima dello scoppio della crisi. E questo si può fare con una semplificazione dei diversi 37 regimi contributivi che esistono in Italia. Chi pagava meno contributi per il welfare ne pagherà di più, chi ne pagava molti pagherà di meno». In poche parole, aumenterebbe di poco il costo del lavoro nei servizi e nelle piccole imprese (dove oggi esistono meno protezioni), si ridurrebbe di poco nell’industria. Ma tutti, precari e no, dipendenti della Fiat o della fabbrichetta sotto casa, sarebbero protetti. «La trattativa col governo parte con un problema di metodo. Dev’esserci la possibilità di un confronto nel merito delle proposte che miri a un accordo tra tutte le parti», spiega Treves.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Incontri separati.</strong> In altre parole: niente incontri separati tra le singole sigle e il governo, questa la strategia della Cgil. Su cui pesa l’incognita della Cisli che in questi anni non ha lesinato colpi bassi alla Cgil. «La Cisl, dopo aver avallato l’impianto di Sacconi, in un periodo di recessione come questo non può che mettere il problema della salvaguardia dell’occupazione al centro delle sue richieste. Spero in una convergenza», afferma Treves. Tra le diverse posizioni del Pd, gli stop del Pdl, le divergenze tra i sindacati, la strada di un accordo che vada bene per tutti, per il governo Monti è molto stretta. E il ritornello «ce lo chiede l’Europa », dopo una manovra durissima e con lo spreed fisso a quota 500, ormai suona stonato.</p>
<p style="text-align: justify;">MANUELE BONACCORSI</p>
<p style="text-align: justify;">da Left, gennaio 2012</p>
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		<title>Liberiamoci della precarietà</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 16:44:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Assemblea nazionale 19 e 20 novembre La precarietà non è un destino, né un dato immodificabile a causa di oscure leggi di mercato. Per questo possiamo liberarcene! La precarietà è il frutto di scelte (e non scelte) politiche. E&#8217; un problema di felicità e di libertà negate, di diritti, di continuità di lavoro e di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Assemblea nazionale 19 e 20 novembre</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong>La precarietà non è un destino, né un dato immodificabile a causa di oscure leggi di mercato. Per questo possiamo liberarcene! La precarietà è il frutto di scelte (e non scelte) politiche. E&#8217; un problema di felicità e di libertà negate, di diritti, di continuità di lavoro e di reddito, è un problema di opportunità e di competenze sprecate. E&#8217; un problema di soldi, di previdenza e di tempo rubato. E&#8217; la difficoltà a vivere il presente, ad avere una casa, a immaginare il futuro. E’ la paura di invecchiare in miseria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Emblema della crisi. </strong><br />
Proprio la precarietà è il filo rosso che lega il modello economico che ha prodotto la crisi e le politiche di austerity invocate per contrastarla. E&#8217; il terreno su cui questo modello di sviluppo ha mostrato il suo volto più feroce: lo smantellamento del welfare<span id="more-3034"></span>, l&#8217;instabilità del lavoro e la negazione dei diritti sono la bandiera di un sistema che mette in secondo piano le persone &#8211; i loro bisogni e i loro desideri – rispetto ai privilegi e alle rendite di pochi.  La crisi nel nostro paese ha il volto della generazione precaria, del 30% dei giovani italiani senza lavoro, sotto il ricatto dell’incertezza e del lavoro nero, a carico di famiglie sempre più povere. Ha il volto delle studentesse e degli studenti a cui viene, di fatto, negato l&#8217;accesso a una conoscenza sempre più costosa e sempre meno  valorizzata. E&#8217; in questo ricatto che si manifesta la distanza abissale tra l’economia globalizzata e la nostra vita quotidiana, nel senso d&#8217;impotenza rispetto alla possibilità di decidere delle nostre esistenze.<br />
E non è più un problema solo generazionale. L’acuirsi della crisi e l’incapacità politica di contrastarne gli effetti stanno estendendo a tutti il modello di precarietà, di lavoro e di vita, che fino ad oggi ha gravato soprattutto sulle nuove generazioni, per questo non cadiamo nella trappola di chi vorrebbe vederci in lotta con i nostri genitori in una contrapposizione tra “garantiti e non garantiti” che non ha, oggi più che mai, ragione di essere. In Italia, come in Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riprenderci la vita.</strong><br />
Vogliamo riprenderci la nostra vita. E vogliamo farlo adesso. Vogliamo liberarci della precarietà, che significa, prima di tutto, affermare il valore delle nostre competenze e del nostro lavoro. Un lavoro che corrisponda alle nostre aspirazioni, che ci dia gli strumenti per realizzare i nostri progetti di vita, affettivi e professionali. Vogliamo vedere nel pubblico impiego una risorsa e non un altro attore della precarizzazione, e nel mercato un’espressione della società e non la società stessa. Vogliamo contratti di lavoro stabili per lavori stabili, vogliamo una continuità di reddito per affrontare la vita quando il lavoro è discontinuo, un reddito minimo, fatto di sussidi e servizi, per garantire la dignità della vita e del lavoro com&#8217;è in tutti i paesi europei (e come definito nella risoluzione europea 2010/2039), vogliamo una casa, vogliamo poter scegliere di essere madri e padri. Vogliamo liberarci dal ricatto di un lavoro senza diritti né protezioni. Vogliamo che tutti possano studiare e formarsi a prescindere dal reddito. Vogliamo un paese che ci somigli di più, che creda nella qualità dello sviluppo e che faccia della conoscenza uno degli elementi fondanti e includenti di questa democrazia. Possiamo vincere, ma solo insieme. Il nostro riscatto non può che essere collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Assemblea Nazionale del 19 e 20 novembre: perché bisogna esserci?</strong><br />
Abbiamo mosso i nostri primi passi lo scorso 9 aprile, in una giornata che ha visto scendere in piazza a Roma e in tante città d&#8217;Italia associazioni, reti, coordinamenti di lavoratrici e lavoratori precari, stagisti, disoccupati, studentesse e studenti. Volevamo raccontarci e non essere raccontati, prendere la parola per denunciare lo scandalo di un paese che ci spreme e ci spreca allo stesso tempo. Adesso non è più tempo solo di denuncia. All’assemblea nazionale del 19 e 20 novembre ci riprendiamo un tempo e uno spazio troppo spesso negati. Un tempo e uno spazio dove costruire risposte.<br />
Non si parte da zero. Abbiamo idee e proposte su cui riflettere e lavorare insieme. Essere compagni in questo viaggio è una grande occasione che ci rende più forti per costruire un presente e un futuro diversi. Più liberi, più nostri.<br />
Ti aspettiamo all’assemblea nazionale del 19 e 20 novembre perché le nostre storie siano una ricchezza e le nostre idee siano soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per adesioni: <a href="mailto:info@ilnostrotempoeadesso.it">info@ilnostrotempoeadesso.it</a></p>
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		<title>Tutte le piazze dello SCIOPERO GENERALE!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 22:36:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Cgil]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrero]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero generale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paolo Ferrero Lo sciopero generale di oggi è molto importante. Per questo voglio innanzitutto voglio ringraziare tutti i lavoratori e le lavoratrici che lo stanno facendo in queste ore e ringraziare la CGIL e il sindacalismo di base che lo hanno proclamato. Uno sciopero importante non solo perché la manovra del governo è una]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Paolo Ferrero</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero generale di oggi è molto importante. Per questo voglio innanzitutto voglio ringraziare tutti i lavoratori e le lavoratrici che lo stanno facendo in queste ore e ringraziare la CGIL e il sindacalismo di base che lo hanno proclamato.<br />
Uno sciopero importante non solo perché la manovra del governo è una manovra ingiusta: difende i ricchi e i privilegi delle caste mentre attacca pesantemente i diritti sindacali e le condizioni di vita dei pensionati, delle lavoratrici e dei lavoratori &#8211; pubblici e privati – dei precari.<br />
La manovra, oltre ad essere ingiusta è anche recessiva &#8211; cioè aggraverà la crisi economica &#8211; e favorirà la speculazione finanziaria, che continua tranquillamente a fare il suo sporco lavoro in tutta Europa. <span id="more-2817"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il punto fondamentale è quindi che la manovra del governo produrrà effetti opposti a quelli sbandierati: è un manovra che aggrava la crisi economica e pone le condizioni per un ulteriore attacco speculativo contro l’Italia. La ricetta che stanno applicando all’Italia – come al Portogallo, alla Spagna, all’Irlanda – è uguale a quella applicata alla Grecia: demolire i diritti dei lavoratori, privatizzare tutto e produrre quindi la recessione. Parallelamente permettere alle banche e alle finanziarie di speculare sul debito pubblico impossessandosi delle risorse sottratte ai lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario di cosa dicono l’Unione Europea, la Banca Centrale Europea, il governo Italiano, il Presidente della Repubblica, i grandi mezzi di informazione, la speculazione finanziaria non nasce dai debiti degli stati ma dal fatto che la Banca Centrale Europea agisce come una banca privata e non come una banca centrale. I paesi più deboli dell’’Europa subiscono la speculazione sul debito pubblico unicamente perché la BCE non fa quello che fanno tutte le altre Banche centrali dell’Universo, cioè non compra direttamente, al tasso di sconto ufficiale, i titoli di stato dei paesi europei. Se la BCE facesse il suo mestiere non vi sarebbe in Europa alcuna speculazione. Ad esempio il Giappone ha un debito pubblico del 220 % eppure non è sottoposto a nessun attacco speculativo. Questo per la semplice ragione che la Banca Centrale giapponese – come tutte le banche centrali del mondo – compra direttamente i titoli di stato pubblici senza passare dal mercato. Ovviamente anche i paesi europei facevano così prima che i trattati di Maastricht dessero vita all’Euro e costruissero questa follia finanziaria che si chiama Banca Centrale Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo quindi nell’occhio del ciclone di una gigantesca truffa attuata dalle classi dominanti europee &#8211; dai banchieri ai padroni, dai popolari ai socialdemocratici ai liberali &#8211; a scapito dei popoli europei. Vi è un livello di falsificazione dei motivi della crisi e dei motivi della speculazione al cui confronto la propaganda nazista di Goebbels impallidisce. Il neoliberismo è in crisi ma il pensiero unico neoliberista funziona a pieno regime e manipola le coscienze raccontando balle clamorose che paiono vere solo perché sono ripetute quotidianamente a reti unificate da tutti coloro a cui viene concessa la parola. Questa è la ragione strutturale della vergognosa censura che subiamo. Anche per questo è così importante questo sciopero: rompe il coro dell’unanimismo e dell’Union Sacree in cui gli interessi dei ricchi vengono contrabbandati come gli interessi dei popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà la speculazione finanziaria viene consapevolmente utilizzata dalle classi dominanti europee per due motivi: innanzitutto obbligare i governi dei vari paesi con minore produttività del lavoro a tagliare brutalmente lo stato sociale, gli stipendi e i diritti dei lavoratori. Senza lo spauracchio della speculazione Berlusconi non sarebbe mai riuscito a varare due stangate come quelle contro cui stiamo lottando. Non ci sarebbero riusciti il governo Greco, quello Portoghese, Spagnolo e via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo la speculazione finanziaria viene utilizzata per determinare un enorme spostamento di risorse dal basso verso l’alto, dai lavoratori alle banche. Stiamo vivendo nel mezzo del più gigantesco furto legalizzato che la storia dell’umanità abbia mai visto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo delle classi dirigenti europee è semplice quanto brutale: determinare una pesante riduzione del tenore di vita del popolo e del potere dei lavoratori per aumentare la competitività dell’Europa a livello mondiale basata sulla drastica riduzione del costo del lavoro. Non stiamo parlando di qualche sacrificio ma di un vero e proprio salto indietro nella storia, del dimezzamento dei salari e delle tutele. La speculazione serve a costruire un “vincolo esterno” che permetta di fare questa vera e propria rivoluzione passiva contro i popoli europei. Per questo mettono attaccano sia i diritti civili che i diritti sociali, la Costituzione come il Contratto nazionale di lavoro e la sanità pubblica: vogliono cancellare il ‘45, quel gigantesco movimento di liberazione dal nazifascismo che ha cambiato la faccia all’Europa e al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo noi comunisti dobbiamo lottare contro il governo Berlusconi e costruire le alleanze necessarie per mandarlo a casa. Parallelamente però dobbiamo costruire un fronte di lotta contro il capitale finanziario, le politiche europee e il neoliberismo. Solo sconfiggendo il neoliberismo è possibile uscire dalla crisi che il neoliberismo ha provocato. Per questo proponiamo una manovra alternativa a quella di Berlusconi ma proponiamo anche il rovesciamento delle politiche della BCE e la nazionalizzazione delle grandi banche, al fine di mettere la mordacchia al capitalismo finanziario e ricostruire un serio intervento pubblico in economia. Lo facciamo in piena sintonia con gli altri partiti della sinistra europea, che portano avanti nei loro paesi le nostre stesse parole d’ordine. Lo facciamo puntando a costruire – paese per paese – una rivolta contro le politiche europee.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero generale è quindi per noi il primo passo per costruire una consapevole rivolta contro questo enorme attacco delle classi dominanti contro il popolo italiano e contro i popoli europei.</p>
<p style="text-align: justify;">PAOLO FERRERO</p>
<p style="text-align: justify;">da Liberazione del 6 Settembre 2011</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;">SCIOPERO GENERALE IN TUTTA ITALIA, DOVE E QUANDO</p>
<p style="text-align: justify;">Abruzzo:<br />
• Teramo &#8211; concentramento corteo ore 9.30 largo Madonna delle Grazie.</p>
<p style="text-align: justify;">Alto Adige:<br />
• Bolzano &#8211; partenza corteo ore 9.30 Piazza Matteotti.</p>
<p style="text-align: justify;">Basilicata:<br />
• Matera &#8211; partenza corteo ore 9 Piazza Matteotti.<br />
• Potenza &#8211; partenza corteo ore 9 San Rocco.</p>
<p style="text-align: justify;">Campania:<br />
• Napoli &#8211; partenza corteo ore 9.30 Piazza Mancini. Comizio coclusivo del Segretario Confederale CGIL, Vincenzo Scudiere.<br />
• Benevento &#8211; partenza corteo ore 9.30 Piazza Santa Maria.<br />
• Salerno &#8211; partenza corteo ore 9.30 Piazza Vittorio Veneto.<br />
• Caserta &#8211; partenza corteo ore 9.30 Piazza Ferrovia.<br />
• Grottaminarda &#8211; partenza corteo ore 9.30 Piazzale Padre Pio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lazio:<br />
• Roma &#8211; Concentramento corteo ore 9 in Piazza dei Cinquecento (angolo via Cavour). Il corteo passerà per via Cavour, sfiorerà la Basilica di Santa Maria Maggiore, per proseguire su via Merulana, via Labicana, via Celio e concludersi verso le ore 11 nei pressi del Colosseo, vicino all&#8217;Arco di Costantino, con il comizio del Segretario Generale CGIL, Susanna Camusso.</p>
<p style="text-align: justify;">Liguria:<br />
• Genova &#8211; Cortei a partire dalle ore 9 dal Terminal Traghetti, Via Milano (Coop A. Negro) e dai Giardini Stazione Brignole (lato p.zza della Vittoria). Comizio conclusivo in piazza De Ferrari con la Segretaria Confederale CGIL, Vera Lamonica.<br />
• Savona &#8211; Concentramento in piazza Sisto IV alle ore 9.<br />
• Imperia &#8211; Corteo con partenza da Piazza Bianchi alle ore 9 con arrivo in Piazza Della Vittoria verso le ore 11 dove si svolgerà il comizio conclusivo.<br />
• La Spezia &#8211; Corteo da Piazza Europa alle 9.30 con arrivo in Piazza del Bastione.</p>
<p style="text-align: justify;">Lombardia:<br />
• Bergamo &#8211; Corteo alle 9,30 dalla Stazione (Piazzale Marconi) a Piazza Vittorio Veneto.<br />
• Brescia &#8211; Corteo alle 9 da Piazza Garibaldi a Piazza della Loggia.<br />
• Brianza &#8211; Corteo alle 9,30 dalla stazione di Monza a Piazza San Paolo.<br />
• Como &#8211; Presidio alle 10 sotto la sede della Prefettura in Piazza Vittoria.<br />
• Cremona &#8211; Corteo alle 9 da Palazzo Cittanova ai Giardini Pubblici di P.zza Roma.<br />
• Lecco &#8211; Corteo alle 9 dalla sede sindacale di via Besonda a P.zza Garibaldi.<br />
• Lodi &#8211; Presidio alle 9,30 sotto la sede della Prefettura in Corso Umberto.<br />
• Mantova &#8211; Corteo alle 9 da Largo Pradella a Piazza Mantegna.<br />
• Milano &#8211; Corteo alle 9,30 dai Bastioni di Porta Venezia a Piazza del Duomo. Comizio conclusivo del Segretario Confederale CGIL, Fulvio Fammoni.<br />
• Pavia &#8211; Presidio alle 10 sotto la sede della Prefettura in Piazza Guicciardini.<br />
• Sondrio &#8211; Presidio alle 10 sotto la sede della Prefettura.<br />
• Ticino Olona &#8211; Corteo alle 9,30 da P.zza Alberto da Giussano a Piazza San Magno a Legnano.<br />
• Valle Camonica-Sebino &#8211; Corteo alle 9,30 dal Piazzale della stazione di Boario al municipio di Darfo.<br />
• Varese &#8211; Corteo alle 9,30 da Piazza della Repubblica a P.zza Montegrappa.</p>
<p style="text-align: justify;">Marche:<br />
• Ancona &#8211; concentramento corteo ore 9, C.so C. Alberto (Salesiani). Comizio ore 10.30 Piazza Roma.<br />
• Ascoli Piceno &#8211; concentramento corteo ore 9.30, P.zza Giaconini (Lungo Tronto). Comizio ore 11 P.zza Simonetti.<br />
• Fermo &#8211; concentramento e comizio ore 10 P.zzale Azzolino.<br />
• Macerata &#8211; corteo ore 9 P.zza della Vittoria. Comizio ore 10.30 P.zza V. Veneto (S.Giovanni).<br />
• Pesaro-Urbino &#8211; corteo ore 9 P.le 1^ Maggio. Comizio ore 10.30 P.le Lazzarini.</p>
<p style="text-align: justify;">Piemonte:<br />
• Vercelli &#8211; ore 10-12 manifestazione e presidio davanti Prefettura.<br />
• Biella &#8211; ore 10-12 presidio davanti Prefettura, ore 14-18.30 volantinaggio in centro città.<br />
• Cuneo &#8211; partenza corteo ore 10 da Piazza Europa. Comizio conclusivo al Parco della Resistenza.<br />
• Torino &#8211; concentramento corteo ore 9 Piazza Vittorio. Comizio conclusivo del Segreterio Confederale CGIL Danilo Barbi in piazza San Carlo.<br />
• Alessandria &#8211; presidio dalle ore 10 in Piazza della Lega.<br />
• Novara &#8211; concentramento corteo ore 9,30 in piazza Matteotti.<br />
• Verbania &#8211; ore 9 manifestazione e presidio in piazza Ranzoni.<br />
• Asti &#8211; ore 9 -12.30 manifestazione e presidio in Piazza del Palio.</p>
<p style="text-align: justify;">Puglia:<br />
• Bari &#8211; Comizio conclusivo del Segretario Confederale CGIL, Fabrizio Solari.</p>
<p style="text-align: justify;">Sardegna:<br />
• Cagliari &#8211; Concentramento ore 9.30 in Piazza Garibaldi. Comizio conclusivo in Piazza del Carmine del Segretario Confederale CGIL, Nicola Nicolosi.<br />
• Sassari &#8211; Concentramento ore 10 in Piazza Castello.<br />
• Nuoro &#8211; Concentramento ore 9.30 in Piazza Italia e corteo fino alla sede della Prefettura.<br />
• Oristano &#8211; Concentramento ore 10 in Piazza Roma.<br />
• Olbia/Tempio &#8211; Concentramento ore 10 davanti al Comune di Olbia e corteo fino a Piazza Regina Margherita.<br />
• Carbonia/Iglesias &#8211; Concentramento in Piazza Roma ore 9.30 e corteo fino a Via Mannu.<br />
• Medio/Campidano &#8211; Concentramento a Sanluri, Piazza San Pietro (Municipio) ore 9.30. Alle ore 11 assemblea aperta nel Montegranatico.<br />
• Ogliastra &#8211; Concentramento a Tortolì, Piazza Fra Locci ore 10.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicilia:<br />
• Palermo &#8211; Concentramento ore 9 in piazza Croci e comizio in Piazza Cavour.<br />
• Catania &#8211; Concentramento ore 9 in piazza Bellini. Comizio conclusivo del Segretario Confederale CGIL Serena Sorrentino, alle 11.30 in piazza Manganelli.<br />
• Messina &#8211; Concentramento ore 9.30 in piazza Antonello. Comizio in piazza Lo Sardo.<br />
• Agrigento &#8211; Concentramento ore 10.30 in piazza Cavour.<br />
• Caltanissetta &#8211; Sit-in di fronte Prefettura dalle ore 10.<br />
• Enna &#8211; Corteo ore 10 in piazza S. Francesco.<br />
• Ragusa &#8211; Sit-in ore 10 di fronte alla Prefettura.<br />
• Siracusa &#8211; Concentramento ore 9 davanti alla Prefettura.<br />
• Trapani &#8211; Partenza corteo ore 9 piazza Vittorio Veneto, che si concluderà a Piazza Saturno.</p>
<p style="text-align: justify;">Toscana:<br />
• Arezzo &#8211; Corteo per le vie della città e comizio conclusivo in piazza.<br />
• Firenze &#8211; La manifestazione partirà da piazza Cavalleggeri, di fronte alla Biblioteca Nazionale.<br />
• Grosseto &#8211; Dalla mattina di lunedì 5 presidio permanente davanti alla Prefettura. Notte bianca di lotta con iniziative, raccolta di firme, musica.<br />
• Livorno &#8211; Concentramento ore 9 in piazza Magenta, il corteo sfilerà lungo le vie del centro per arrivare in Piazza Civica dove hanno sede le istituzioni.<br />
• Lucca &#8211; Corteo per le vie cittadine e comizio conclusivo nella piazza civica.<br />
• Massa Carrara &#8211; Ore 9 concentramento presso la Ex Eaton. Corteo cittadino. Ore 12 Piazza Mercurio Comizio Conclusivo.<br />
• Pisa &#8211; Presidio di massa davanti alla Prefettura e comizio.<br />
• Pistoia &#8211; Presidio davanti alla Prefettura e comizio.<br />
• Prato &#8211; Presidio in Piazza Duomo davanti alla prefettura.<br />
• Siena &#8211; Corteo con comizio conclusivo in Piazza Salimbeni.</p>
<p style="text-align: justify;">Umbria:<br />
• Perugia &#8211; ore 10 Piazza della Repubblica.<br />
• Terni &#8211; ore 10, in viale della Stazione, davanti alla Provincia.</p>
<p style="text-align: justify;">Veneto:<br />
• Mestre &#8211; Partenza corteo ore 9. Comizio conclusivo del Segretario Confederale CGIL Enrico Panini, alle ore 10.30 in Piazza Ferretto.</p>
<p>6 Settembre 2011</p>
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		<title>L’unità parte dai diritti</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 20:09:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Consiglio ai compagni la lettura di questo articolo di Campetti a proposito di un intervento di Emanuele Macaluso. Lo ritengo utile per la nettezza della critica e per la sobrietà nell&#8217;indicare un rischio &#8211; quello delle divisioni  &#8211; che sarebbe mortale. (S.O.) di Loris Campetti Nel conflitto che divide il sindacato più importante per numeri,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Consiglio ai compagni la lettura di questo articolo di Campetti a proposito di un intervento di Emanuele Macaluso. Lo ritengo utile per la nettezza della critica e per la sobrietà nell&#8217;indicare un rischio &#8211; quello delle divisioni  &#8211; che sarebbe mortale. (S.O.)</em></strong></p>
<p><strong><em>di Loris Campetti</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel conflitto che divide il sindacato più importante  per numeri, storia e cultura, la Cgil, c&#8217;è un punto di analisi comune,  quasi un&#8217;ovvietà: l&#8217;unità dei sindacati è fondamentale per vincere. <strong>Chi  pensa che la rottura possa avere un effetto palingenetico, liberatorio,  si sbaglia di grosso. Ha ragione Maurizio Landini a dire che la Fiom non  intende uscire dalla Cgil per la semplice ragione che la Fiom è la  Cgil, l&#8217;ha fatta nascere. </strong>La Fiom fa i suoi primi vagiti nel 1901 come  sindacato generale e tale è rimasto nei 110 anni della sua vita. <span id="more-2615"></span><br />
La  Fiom dà e darà battaglia per far passare, nella sua confederazione una  diversa e più compiuta idea di democrazia. C&#8217;è però chi, come Emanuele  Macaluso sul Riformista di ieri, legge l&#8217;accordo siglato da Cgil, Cisl e  Uil con la Confindustria come un passo avanti nella ricostruzione  dell&#8217;unità sindacale. Dunque è buono, e male fa Landini a parlare e  comportarsi come gli estremisti parolai del manifesto. Per sostenere la  sua tesi Macaluso ricorda il ruolo fondamentale svolto dai  metalmeccanici della Flm nel superamento delle rotture degli anni &#8217;50. E  qui Macaluso sbaglia, perché dimentica che l&#8217;unità della Flm all&#8217;inizio  degli anni &#8217;70 fu costruita nelle fabbriche, grazie alle lotte comuni  degli operai nell&#8217;autunno caldo che imposero il superamento delle sigle e  il rimescolamento delle appartenenze. Oggi, al contrario, l&#8217;unità di  Cgil, Cisl e Uil è un&#8217;operazione di vertice che divide i lavoratori ed è  spinta da motivi politici e non sindacali. Sancisce una riduzione della  democrazia, dei diritti e della partecipazione dei lavoratori proprio  mentre nel paese cresce una domanda di democrazia, diritti,  partecipazione. È dentro questo vento di libertà che può rinascere  un&#8217;unità vera, non nei sottoscala di Confindustria, sotto la spinta del  Marchionne pensiero.<br />
Emanuele Macaluso, che è un vecchio compagno,  ricco di esperienza e storia, dovrebbe osservare la realtà di oggi, che è  di oggi e non di un passato piuttosto lontano.</p>
<p>LORIS CAMPETTI</p>
<p>il manifesto, 2 Luglio 2011</p>
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		<title>La Camusso, l’accordo ed il ruolo della sinistra. Il coraggio di divorziare dalla CGIL</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 11:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Matteo Iannitti Chissà se Susanna Camusso ha pensato alle straordinarie giornate del 16 ottobre, del 28 gennaio e del 6 maggio mentre firmava l’accordo su contratti e democrazia sindacale con Confindustria, Cisl, Uil e Ugl? Probabilmente ha rivisto nei suoi occhi quei migliaia di giovani, di cui il 29,6 % disoccupati, che sfilavano davanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di Matteo Iannitti</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chissà se Susanna Camusso ha pensato alle straordinarie giornate del 16 ottobre, del 28 gennaio e del 6 maggio mentre firmava l’accordo su contratti e democrazia sindacale con Confindustria, Cisl, Uil e Ugl? Probabilmente ha rivisto nei suoi occhi quei migliaia di giovani, di cui il 29,6 % disoccupati, che sfilavano davanti alle fabbriche e nelle piazze di tutte le città d’Italia. Ha ricordato quelle tute blu che minacciate da Marchionne hanno comunque, nonostante le sue velate direttive, votato per la dignità, anche a costo di perdere il posto di lavoro. Per alcuni secondi sarà addirittura ritornata a quelle contestazioni a Bonanni, Angeletti, Confindustria, Marchionne di chi non accettava di svendere i propri diritti.  Chissà se ha rivisto quegli studenti arrabbiati che chiedevano da ottobre<span id="more-2610"></span> uno sciopero generale? Sicuramente Susanna Camusso e con lei tutti coloro che in CGL hanno condiviso quella firma su quell’inaccettabile accordo hanno pensato a tutto questo. E proprio per questo hanno firmato.<br />
Non era normale per l’Italia infatti la straordinaria mobilitazione dell’autunno e dell’inverno, non era normale uno sciopero generale convocato in assurdo ritardo ma comunque partecipatissimo, non era normale la rabbia di operai e studenti, dalla Sapienza ai Cantieri Navali, che, per la prima volta da tanto tempo, affrontava potenti e potere senza la paura della loro repressione. E occorreva ritornare alla normalità: lasciare gratuitamente lotta e conflitto per restaurare una concertazione al ribasso. Troppo schiamazzo facevano quei rozzi operai e quegli ignoranti degli studenti. Avevano perfino vinto un referendum palesemente antiliberista, per il pubblico contro le privatizzazioni, per i beni comuni contro i profitti. Infondo non si poteva fare altrimenti, l’Italia si prepara al post-Berlusconi e bisogna apparire affidabili, migliori di quelli che c’erano prima, più coraggiosi e meno combattivi, pacati e moderati. Ovviamente agli occhi dei poteri forti.<br />
Non credo che in questa sede occorra addentrarsi nella valutazione sistematica dell’accordo sottoscritto. Per capire a cosa va incontro tutto il mondo del lavoro probabilmente basta leggere le reazioni di Governo e Confindustria o gli articoli di Loris Campetti su Il Manifesto o le dichiarazioni di Giorgio Cremaschi.<br />
Ciò su cui vorrei che con onestà ci confrontassimo, senza quell’orrendo opportunismo politico che contraddistingue qualsiasi discussione che tira in ballo il maggiore sindacato italiano, è il ruolo della sinistra alla luce del ricompattamento di destra, Confindustria e Cgil, il nostro ruolo nei confronti di coloro che credono ancora nell’efficacia della lotta e del conflitto, il nostro rapporto con la dirigenza sindacale della Cgil francamente incompatibile con tutte le parole d’ordine urlate in piazza nello scorso autunno e durante le mobilitazioni dell’inverno.<br />
La Cgil infatti non è più davanti ad un bivio. Ha legittimamente imboccato una strada. Quella sbagliata. Al vento di cambiamento si è preferita l’afa della compatibilità di sistema, al sollevamento di intere fasce della popolazione italiana si è preferito l’ossequioso inchino ai soliti potenti. Proprio mentre un referendum puntellava gli equilibri e il silenzio intorno al sistema neoliberista dominante, mentre si affacciava la speranza di mettere all’ordine del giorno del dibattito politico la critica ed il cambiamento dell’attuale modello di sviluppo, la Cgil ha deciso di salire sul carro di quei perdenti che, purtroppo e speriamo ancora per poco, detengono il potere.<br />
E di fronte a ciò, che fare? Certo non si può fare di tutta l’erba un fascio, la Cgil non è tutta uguale, il suo dibattito interno è composito e acceso, le sue categorie, a partire da FIOM e FLC, hanno spesso osato e dato battaglia. Ma ci sono delle regole “democratiche” e chi parla, chi firma, lo fa a nome di tutti. La sinistra, quella vera, quella che continua ad avere le stesse posizioni dell’autunno su CCNL e diritti dei lavoratori, da una parte non può che caldeggiare un cambiamento di rotta della Cgil, un mutamento dei rapporti di forza al suo interno. Ma dall’altro non può che prendere una posizione netta, drastica, efficace sul più grande sindacato italiano.<br />
Basterebbe, con chiarezza, rompere la subalternità. La sinistra assomiglia infatti sempre più ad un coniuge continuamente cornificato, tradito, umiliato ma che, chissà se per amore o interessi, non ha mai uno scatto d’orgoglio, non chiede mai la separazione. Continua a subire, con la consapevolezza di non essere più amato. Forse, dopo trent’anni di concertazione al ribasso nei quali stipendi e diritti si sono via via assottigliati, è ora di emanciparsi. Di chiedere il divorzio. Infondo abbiamo ragione noi, lo hanno dimostrato i fatti. Se l’amore si dovesse riaccendere e chi ha tradito e fallito riconoscerà gli errori commessi allora la grande madre o moglie o marito che è la Cgil potrà pure tornare. Chiedendo scusa. E certamente non dovrà inginocchiarsi di fronte ad un ceto politico della sinistra sistematicamente complice delle cattive scelte del sindacato, ma di fronte a migliaia di donne e uomini che credono ancora nel conflitto, nella dignità del lavoro, nell’imprescindibilità dei diritti, di fronte a tante e tanti che proprio per la delusione verso un sindacato moderato e troppo opportunista, hanno perso la voglia di combattere.<br />
D’altronde per la sinistra c’è in Italia un mare aperto e sconfinato, fatto di movimenti, comitati, sindacati di base, centri sociali, associazioni, sezioni di partito. C’è quel mare di gente che, nonostante tutto, ha detto no alla privatizzazione dell’acqua e al nucleare. Quella gente esasperata che a Napoli ha votato per il cambiamento radicale. C’è per la sinistra ed è la sinistra quella moltitudine che non ha mai smesso di lottare che spesso in solitudine ha creato conflitti e battaglie, che ha avuto il coraggio di mantenere passione e coerenza, che ha prodotto percorsi politici indipendenti e radicali. Non è una minoranza né inutile, né minoritaria. È la forza di un cambiamento che nel nostro Paese e nel mondo è quanto mai necessario.<br />
La sinistra e non la Cgil è davanti a un bivio. Può continuare nel solco dell’ambiguità, come ben continua a fare Sinistra Ecologia e Libertà, da un lato retoricamente vicina ai movimenti sociali e dall’altro piegata alle logiche politiciste ed affariste del Partito Democratico, o come fa Lavoro e Solidarietà, area della CGIL interna alla Federazione della Sinistra, che da un lato chiede lo sciopero generale contro il piano Marchionne e poi difende la firma al piano Marchionne nazionale rappresentato dall’accordo con Confindustria sui contratti. Oppure possiamo guardare oltre.<br />
Gli ultimi avvenimenti politici italiani dimostrano che cambiamento radicale, coerenza e determinazione sono vincenti, sono maggioritari. Bisogna, ora o mai più, trovare il coraggio di stare dalla parte del cambiamento. Che esso provenga da una minoranza della Cgil, dai sindacati di base, dai movimenti. Se vinceremo questa sfida, daremo una speranza in più a chi ogni giorno combatte.<br />
Se questa sfida decideremo di non affrontarla, schiavi dei nostri equilibri, allora avremo già perso. Il vento di cambiamento calerà definitivamente. E torneremo ad un’Italia normale. Ad un’Italia francamente insopportabile.</p>
<p>MATTEO IANNITTI<br />
Esecutivo Nazionale Giovani Comuniste/i</p>
<p>2 Luglio 2011</p>
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		<title>Lavoro, rivolte e diritto alla rabbia</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 23:01:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Francesco Bellina Li vediamo avanzare davanti le porte del Comune fino ad occuparlo, li vediamo bloccare strade e autostrade, li vediamo alzare le barricate contro le forze dell&#8217;ordine: sono teppisti o sono vittime? Probabilmente sono i genitori di quegli studenti che in autunno hanno infiammato le piazze, reclamando saperi e cultura gratuiti per tutt*.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a class="lightbox" title="fincantieri01g" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/fincantieri01g.jpg"><img class="size-full wp-image-2501 alignleft" style="margin: 4px;" title="fincantieri01g" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/fincantieri01g.jpg" alt="" width="251" height="190" /></a>di Francesco Bellina</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Li vediamo avanzare davanti le porte del Comune fino ad occuparlo, li vediamo bloccare strade e autostrade, li vediamo alzare le barricate contro le forze dell&#8217;ordine: sono teppisti o sono vittime? Probabilmente sono i genitori di quegli studenti che in autunno hanno infiammato le piazze, reclamando saperi e cultura gratuiti per tutt*.</p>
<p style="text-align: justify;">Quegli studenti che, sempre in autunno, andavano in piazza non solo per parlare di Istruzione ma anche di reddito e lavoro. Gli stessi studenti che hanno apppoggiato le lotte operaie di Pomigliano, Termini Imerese e Mirafiori. Ma è anche probabile che i loro figli non vadano all&#8217;università ma che lavorino in fabbrica o altrove, perchè ancora, per certi versi, l&#8217;università per molti è un lusso.<span id="more-2498"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa: siamo arrivati al punto in cui, per farsi ascoltare, si è costretti a urlare molto più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe lecito pensare che non è &#8220;democratico&#8221; e &#8220;pacifico&#8221; distruggere la sede del Comune di Castellammare di Stabia, bloccare le strade in modo selvaggio, occupare sedi istituzionali. Ma ogni comportamento e ogni lotta deve essere necessariamente contestualizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo in un Paese in cui la parola &#8220;democrazia&#8221; è stata ormai svuotata e violentata nel suo significato più profondo, un Paese preda delle politiche economiche di Banca Mondiale, FMI ed Unione Europea che, unita alla macelleria sociale del Governo, sa solo seminare diseguaglianze e diminuire le tutele per i lavoratori e le lavoratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo, ahimè, in un Paese privo di opposizione parlamentare e costretto a trovare sbocchi non istituzionali per far uscire il malcontento delle classi più deboli.</p>
<p style="text-align: justify;">La rabbia di operai, studenti e studentesse, lavoratori, lavoratrici, precari e precarie</p>
<p style="text-align: justify;">necessita di una contestualizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai cantieri navali di Trapani, agli operai sulle gru e sui tetti, alle rivolte dei migranti, passando per Palermo, Catania, fino ad arrivare ai No Tav vediamo un vento di rabbia che è più facile aggredire e demonizzare piuttosto che difendere e sorreggere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questi blocchi stradali, queste occupazioni, queste pietre in aria non sono frutto dell&#8217;immaginazione ma bensì di un disegno ben costruito che porta nomi e cognomi:</p>
<p style="text-align: justify;">Finanziaria, Legge Gelmini, Legge Bossi-Fini, Legge 30/2003 e ancora prima Riforma Moratti, legge Turco-Napolitano e Pacchetto Treu.</p>
<p style="text-align: justify;">Le destre e i riformisti hanno portato a tutto questo e adesso, volenti o nolenti, devono farci i conti.</p>
<p style="text-align: justify;">Marcos parla di &#8220;degna rabbia&#8221;, qualcun altro di &#8220;Diritto alla Rabbia&#8221;, i media parlano di &#8220;teppismo&#8221;, i sindaci chiedono &#8220;sgomberi ed esercito&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna i compagni e le compagne del nordafrica e di tanti altri paesi nel mondo, ci ricordano che un altro mondo è ancora possibile e che non è con il riformismo che si battono le destre.</p>
<p style="text-align: justify;">A noi, ce lo ricordano gli operai di Genova e di Castellammare!</p>
<p>FRANCESCO BELLINA<br />
Coordinamento Nazionale Giovani Comuniste/i</p>
<p>26 Maggio 2011</p>
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		<title>Per uno sciopero garantito</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 07:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Belligero]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero garantito]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero generale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Anna Belligero E’ dovuto passare non solo un autunno, ma quasi tutto l’inverno, prima che la Cgil convocasse lo sciopero generale. A gran voce l’hanno chiesto studentesse e studenti, operai metalmeccanici, lavoratrici e lavoratori precari, perfino i cassintegrati delle centinaia di aziende in crisi in giro per l’Italia. Ma perché? Per quale ragione queste/i]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a class="lightbox" title="scioperogenmil" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/scioperogenmil.jpg"><img class="size-full wp-image-2458 alignright" title="scioperogenmil" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/scioperogenmil.jpg" alt="" width="171" height="240" /></a>di Anna Belligero</strong><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em></em>E’ dovuto passare non solo un autunno, ma quasi tutto l’inverno, prima che la Cgil convocasse lo sciopero generale. A gran voce l’hanno chiesto studentesse e studenti, operai metalmeccanici, lavoratrici e lavoratori precari, perfino i cassintegrati delle centinaia di aziende in crisi in giro per l’Italia. Ma perché? Per quale ragione queste/i cittadine/i, giovani e meno giovani, hanno ritenuto di poter affidare la loro rabbia , le loro rivendicazioni, ad uno strumento a tratti così obsoleto come uno sciopero, addirittura <em>generale</em>? Nell’era in cui il lavoro diviene una “gentile concessione” dei padroni, i diritti sono sempre più un “retaggio” del passato, la speranza <span id="more-2448"></span>nel futuro è ridotta a un privilegio per pochissimi, ecco che,forse, si riaffaccia nel Paese il senso, l’importanza, la forza, della lotta collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà forse per “merito” della Ministra Gelmini, e dei suoi tagli sconsiderati a Scuola, Università, Arte e Cultura? Sarà forse per “merito” di Tremonti e delle sue finanziarie con sempre più lacrime e sangue per chi già piange di suo? O forse sarà grazie al Ministro La Russa, di cui non serve citare nessun provvedimento particolare?! Ad oggi ciò che è chiaro, è che nel Paese è sempre più viva una nuova voglia di legare le lotte, di non isolarsi nei propri <em>microconflitti</em>, di non opporsi solo ad una delle facce del sistema, ma di frantumare il sistema stesso, tutto intero. E quindi per gli studenti il nemico non è solo la Gelmini, ma è Tremonti, ed è Marchionne, responsabile del ricatto propinato ai metalmeccanici di Mirafiori e Pomigliano, mentre i metalmeccanici “ricambiano il favore”, scendendo in piazza con gli studenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scorsi mesi ci hanno regalato delle immagini di conflitto e di rivolta che in un altro Paese (magari che si affaccia sullo stesso mare) ne avrebbero già cambiato la storia. Eravamo tutte/i assieme, donne e uomini, giovani e meno giovani, lavoratori “garantiti” e precari, studenti e ricercatori. Tutte/i assieme per la stessa lotta, contro i padroni e contro il liberismo, in Italia, in Europa, nel mondo. Una lotta che ha parlato con la voce di oltre un milione di donne scese nelle piazze d’Italia il 13 febbraio, o attraverso il movimento per l’acqua pubblica il 26 marzo, o agli Stati generali della precarietà e alla manifestazione del 9 aprile delle precarie e dei precari. Un movimento che sempre più diventa compatto, pur nella sua eterogeneità, e che, ne sono certa, riscalderà il Paese ancora una volta, dato che la primavera stenta ad arrivare, anche oggi. Non sarà un punto d’arrivo, purtroppo, questo sciopero generale, e sarebbe sbagliato leggerlo come un punto di partenza dopo tutte le “esplosioni” che ci sono state nei mesi scorsi in Italia. E’, però, anzitutto un’importante occasione di confronto tra coloro che si oppongono a questo Governo, e, ancora una volta, di conflitto contro il Governo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario un Paese diverso, e credo anche che ce lo meritiamo. Un Paese rigenerato, liberato dal peso delle mafie che in una stretta asfissiante col neoliberismo hanno divorato pezzi sempre più rilevanti di <em>stato sociale</em>. Un Paese libero dal Vaticano, che oltre a voler normare costantemente le nostre vite “si ciba” <em>di </em>uno Stato che è nostro ma non è suo, attraverso i fondi alle scuole private, in gran parte ecclesiastiche, e attraverso le decine di agevolazioni fiscali riservate alla Chiesa. Un Paese libero da lavoro nero, precario e dalla disoccupazione, dove il lavoro torni ad essere un diritto, e non un favore o un elemento di ricatto per gli uomini e, soprattutto, per le donne. Un Paese libero dalla guerra, dove possiamo tornare a vivere senza il senso di colpa per le bombe che cadono “altrove”, e senza la paura per le conseguenze che ogni guerra ha, anche quando non l’hai decisa, né voluta, né votata.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere in piazza oggi è un dovere per chi ancora ha questo diritto e vuole mantenerlo, e per estenderlo anche a chi non ce l’ha. Vorrei al mio fianco le migliaia di miei coetanei, precari e precarie, che non potranno esserci perché “non è un loro diritto”appunto. Qualcuno, speriamo, racconterà attraverso la voce di altri le ragioni della loro assenza; a partire dalla mobilitazione del 9 aprile si sono cercate le forme più diverse per permettere al Paese di ascoltare <em>anche </em>la voce dei precari, forse per la prima volta, ad uno sciopero generale. E’ un passo, importantissimo, perché segna l’uscita da quell’<strong><em> invisibilità</em></strong> che è la caratteristica comune di ogni precaria ed ogni precario, ma l’obiettivo  per i partiti, i sindacati, i comitati,  i movimenti, per la sinistra politica e sociale che oggi sarà ancora in piazza dev’essere<strong><em> garantire </em></strong>gli stessi diritti a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori. Perché sui diritti siamo indisponibili a fare anche un solo passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Buono sciopero generale e generalizzato a tutte/i!</p>
<p style="text-align: justify;">ANNA BELLIGERO</p>
<p style="text-align: justify;">Portavoce nazionale Giovani Comuniste/i &#8211; Resp. Lavoro</p>
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		<title>Lo sciopero generale di una generazione in lotta</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 23:05:21 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[6 Maggio]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero]]></category>

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		<description><![CDATA[di Filippo Cannizzo* e Giordano Lorefice** E finalmente fu sciopero generale. Non poteva andare diversamente. Nella storia della nostra Repubblica, non si ricorda una simile escalation di provvedimenti di un governo volti ad aggredire, colpevolizzare ed umiliare il lavoro, come quelli messi a segno negli ultimi mesi da Berlusconi. Nell’agenda politica di questo governo, il]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><a class="lightbox" title="sciopero-6-maggio-2011" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/sciopero-6-maggio-2011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2445" style="margin: 4px;" title="sciopero-6-maggio-2011" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/sciopero-6-maggio-2011.jpg" alt="" width="248" height="233" /></a>di Filippo Cannizzo* e Giordano Lorefice**</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">E finalmente fu sciopero generale. Non poteva andare diversamente. Nella storia della nostra Repubblica, non si ricorda una simile escalation di provvedimenti di un governo volti ad aggredire, colpevolizzare ed umiliare il lavoro, come quelli messi a segno negli ultimi mesi da Berlusconi. Nell’agenda politica di questo governo, il tema all’ordine del giorno non è la ricerca di una via d’uscita dalla crisi, bensì il modo di sfruttare la stessa crisi per accentuare le differenze sociali, colpendo alla radice le più basilari garanzie sindacali e del lavoro, e per realizzare quel processo, in atto da anni, di assoggettamento di tutte le istituzioni democratiche. <span id="more-2444"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questi obiettivi passano innanzitutto attraverso il ridimensionamento, diretto o indiretto, delle forme rappresentative del lavoro, siano esse politiche o sindacali. Nel corso di questi ultimi anni, nella più totale assenza di una opposizione parlamentare, l’unica vera forma di resistenza è stata messa in atto da tutte quelle forze politiche e sociali che, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, hanno sperimentato nuove forme di lotta e cooperazione, dando vita a generose battaglie per la difesa dei diritti e del lavoro, come lo straripante movimento studentesco dell’Onda, o la coraggiosa difesa del lavoro da parte della FIOM a Pomigliano e a Mirafiori. Siamo riusciti ad arrivare alla convocazione dello sciopero generale grazie alla spinta spontanea, dal basso, di tutti i lavoratori, a partire dai metalmeccanici. Lo sciopero generale del 6 Maggio è, infatti, figlio della manifestazione della Fiom del 16 Ottobre.</p>
<p style="text-align: justify;">La piazza del 16 Ottobre poneva dei temi dirimenti per il nostro paese, che non rappresentavano la rivendicazione di una parte del Paese o di una minoranza, ma parlava di temi generali quali le condizioni materiali di vita di tutte e di tutti: quella piazza ha rappresentato un momento cruciale per tutti i lavoratori, ma anche per tutti gli studenti che hanno finalmente sviluppato piena consapevolezza della propria soggettività, del proprio ruolo centrale nei processi di lotta e di trasformazione di questa società, e quindi, in una espressione, hanno maturato una vera consapevolezza di classe. La capacità degli studenti di legare la propria battaglia di difesa dell’università e della scuola pubblica ai temi del lavoro e alle lotte sindacali, rompendo la separatezza dei propri microcosmi, ha rappresentato la vera nota positiva dell’ultimo biennio di lotte. Questo sciopero generale può essere il valore aggiunto per dare un’anima popolare ad una politica ormai abbarbicata nei palazzi del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero del 6 Maggio può e deve essere la miccia per innescare un’alternativa al berlusconismo, anche perché nel nostro Paese aleggia un malessere ed una domanda di cambiamento assai più profondi della opaca rappresentazione data dagli articoli di stampa o dalla percentuale di “SI”, “NO”, “forse” dei sondaggi. Si è davvero superato il limite. A dirlo non è più la sola FIOM, o la FLC CGIL, ma sono anche i lavoratori del pubblico impiego, i pensionati e quelle migliaia di donne e di uomini che sono precari, che subiscono il ricatto di un lavoro senza diritti, oppure che hanno perso il posto di lavoro e che probabilmente non lo ritroveranno più, o peggio non l’hanno mai avuto. Tra questi, tantissimi sono giovani ragazze e ragazzi privati del diritto allo studio, all’istruzione, al lavoro, e, più in generale, del diritto al futuro. E’ necessario svelare lo scandalo principale dell’Italia di oggi, cioè l’estromissione di un’intera generazione da un’immagine di futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">La precarietà è il nemico che indichiamo, un peso insopportabile sulle spalle di una generazione, ovvero quelli che oggi hanno dai 14 ai 40 anni. La precarietà è un una nube grigia che avvolge le nostre città, le nostre famiglie, le nostre vite; la precarietà è il destino terribile che ci hanno costruito addosso ma al quale ci ribelliamo con forza, a partire dallo sciopero generale, lottando per il nostro riscatto collettivo, alla riconquista del futuro che ci è stato rubato. Far credere che la storia sia ineluttabile è il grande inganno di chi vuol conservare l’esistente. La storia è nella mani dell’uomo, perché è dal sudore, dalla lotta, dal lavoro che passa il riscatto dell’uomo; perché solo dalla riconquista dei diritti e della dignità del lavoro si da vita ad una nuova stagione di cambiamento nel nostro Paese: viva lo sciopero generale!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">*Coordinatore regionale Giovani comunisti/e Lazio **Resp. nazionale movimenti e coordinatore FGCI Lazio</p>
<p>3 Maggio 2011</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il 9 Aprile in piazza con i precari</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 12:27:06 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Belligero]]></category>
		<category><![CDATA[precari]]></category>
		<category><![CDATA[precarietà]]></category>

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		<description><![CDATA[di Anna Belligero Il 9 aprile è stata indetta una manifestazione del mondo dei precari/e. Come Giovani Comuniste/i aderiamo alla giornata di mobilitazione “Il nostro tempo è adesso”; ne siamo convinti, per questo crediamo che quella giornata debba dare voce a tutti coloro che sono stanchi dell&#8217;incertezza continua, della speranza in un futuro che non]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong><a class="lightbox" title="Giovani-Precari" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/Giovani-Precari.jpg"><img class="size-medium wp-image-2361 alignleft" style="margin: 4px;" title="Giovani-Precari" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/04/Giovani-Precari-400x343.jpg" alt="" width="237" height="203" /></a>di Anna Belligero</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il 9 aprile è stata indetta una manifestazione del mondo dei precari/e. Come Giovani Comuniste/i aderiamo alla giornata di mobilitazione “Il nostro tempo è adesso”; ne siamo convinti, per questo crediamo che quella giornata debba dare voce a tutti coloro che sono stanchi dell&#8217;incertezza continua, della speranza in un futuro che non si vede nemmeno.</p>
<p style="text-align: justify;">La precarietà come cifra delle nostre esistenze, dalla formazione al lavoro alle relazioni. E&#8217; una storia che inizia da lontano, con le riforme che negli ultimi 15 anni hanno massacrato scuola e università, trasformate in luoghi di asservimento al sistema e al mercato, e non più fucine di emancipazione e liberazione. E prosegue con i decreti e le leggi che nel 2003 hanno stravolto il senso dei contratti di lavoro e del lavoro stesso, a partire dalla cosiddetta Legge 30.<span id="more-2360"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La nostra organizzazione è impegnata da tempo nella battaglia per l&#8217;abrogazione di questa legge, capofila delle normative che hanno reso il lavoro precario la regola, e non l&#8217;eccezione, in questo Paese e per la nostra generazione. Saremo in piazza per ribadirlo, per lavorare  ad esportare quei modelli, quelle coraggiose esperienze di dignità di Pomigliano e Mirafiori e renderle patrimonio collettivo della nostra società.</p>
<p style="text-align: justify;">Riteniamo necessaria un’inversione di tendenza rispetto alla distruzione che si opera ai danni del Contratto Nazionale di Lavoro, vogliamo regole contrattuali certe, efficaci e universali, portatrici dell’abbattimento delle diseguaglianze normative e salariali.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo distruggere l&#8217;idea del lavoro come elemento di ricattabilità, come simbolo di una guerra tra poveri, e ricostruire la cultura del lavoro come strumento di emancipazione e di esercizio di diritti, che non leda mai la dignità di nessun lavoratore e di nessuna lavoratrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo inoltre che lo sciopero generale del 6 maggio, che può diventare una data realmente importante per il Paese, vada costruito anche così, non abbassando cioè il livello del conflitto e riempiendolo anche delle nostre proposte. Un modo per portare dentro quella giornata tutte le piazze di questi ultimi mesi, che, fatta eccezione per la grandiosa partecipazione delle donne al 13 febbraio, sono state sostanzialmente “piazze giovani”. Generalizzare lo sciopero per noi vuol dire questo, e quindi rendere la giornata del 9 aprile un appuntamento anche in vista del 6 maggio. Il 9 aprile questa generazione si incontra, manifesta, discute, fa delle proposte, che allo sciopero generale devono essere prese in considerazione, dato che temi come precarietà, ma anche democrazia e rappresentanza riguardano davvero tantissimo soprattutto la nostra generazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Riteniamo inoltre che sia essenziale rivendicare forme di reddito, diretto e indiretto, a fronte dell&#8217;annientamento del welfare nel quale stiamo crescendo. Oggi, di fronte alla guerra, è ancora più urgente, per esempio, chiedere di tagliare le spese militari e destinarle al welfare, anziché alimentare l&#8217;odioso conflitto generazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto questo saremo in piazza anche il 9 aprile.</p>
<p style="text-align: justify;">ANNA BELLIGERO</p>
<p style="text-align: justify;">Portavoce nazionale Giovani Comuniste/i.-Resp. lavoro</p>
<p style="text-align: justify;">1° Aprile 2011</p>
]]></content:encoded>
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