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	<title>Giovani Comunisti/e &#187; Diritti</title>
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	<description>pace, lavoro, giustizia sociale, diritti e libertà</description>
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		<title>Non ci arrendiamo e continuiamo a lottare. Per Stefania Noce</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 16:00:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Manuela Grano C’erano tante donne e tanti uomini giovedì scorso in piazza a Roma, come in altre città d’Italia, per ricordare Stefania Noce e tutte le altre donne a cui un uomo ha deciso di negare il più elementare dei diritti, quello alla vita. Migliaia di fiaccole si sono accese per far luce su]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Manuela Grano</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’erano tante donne e tanti uomini giovedì scorso in piazza a Roma, come in altre città d’Italia, per ricordare Stefania Noce e tutte le altre donne a cui un uomo ha deciso di negare il più elementare dei diritti, quello alla vita. Migliaia di fiaccole si sono accese per far luce su un tema troppo a lungo ignorato: la violenza maschile sulle donne.<br />
In Italia, un Paese cosiddetto democratico “avanzato”,  le donne vivono una guerra in tempo di pace. I numeri della violenza di genere non lasciano spazio a fraintendimenti: la violenza maschile è la prima causa di morte nel nostro Paese per le donne tra i 16 e i 44 anni; sono sei milioni 743 mila, secondo l’ISTAT, le donne che hanno subito una violenza fisica e sessuale; 97 sono le donne uccise<span id="more-3301"></span> nel 2011, 13 in questo primo scorcio di 2012, e nella maggior parte dei casi l’assassino aveva le chiavi di casa.<br />
Stefania è quindi una delle tante, troppe, donne che ha pagato con il prezzo più alto la sua libertà di decidere della propria vita.<br />
Di fronte alla frequenza impressionante con cui tali episodi di violenza si ripetono non è più consentito chiudere gli occhi, non è più consentita la banalizzazione del fenomeno, né tantomeno una sua riduzione a “casi isolati”  o “raptus di follia”, come spesso avviene sui media meistream. Occorre porsi seriamente il problema della violenza maschile sulle donne, mettendo in discussione radicalmente questo modello di relazioni, sociali, politiche ed economiche, incentrato sulla prevaricazione dell’uomo sulla donna. Non è per niente finita la battaglia per la nostra libertà, sono ancora attuali le idee che hanno mosso la straordinaria esperienza storica dei movimenti femminili e femministi nel nostro Paese. E in questo momento in cui gli attacchi al corpo e all’autodeterminazione delle donne si manifestano con una particolare recrudescenza e anche il più elementare dei diritti ci viene negato, dobbiamo essere ancora più consapevoli che nessun diritto è conquistato per sempre, che la storia della liberazione delle donne dall’oppressione patriarcale non è finita qui.<br />
E’ compito (in primo luogo) delle donne (e poi) degli uomini attive/i nei movimenti e nelle forze politiche e sociali di sinistra, svelare i nessi tra lo svantaggio politico sociale delle donne nella società e la violenza di genere; trasformare l’indignazione e la rabbia in un impegno diretto, in una mobilitazione permanente, perché è in gioco la cittadinanza in un Paese e in un futuro migliore per le donne e anche per gli uomini.<br />
Abbiamo, perciò, di fronte un cammino impegnativo fatto di battaglie politiche per contrastare, senza ambiguità, questo sistema capitalistico, che ha bisogno, per la sua stessa sopravvivenza, di collocare le donne nei gradini inferiori delle gerarchie interne alla forza lavoro. E, ancora, un cammino fatto di battaglie culturali, per scardinare questi rapporti, consolidati, di potere tra i sessi entro cui la violenza maschile viene esercitata, e per decostruire immaginari e pratiche che puntualmente ci ripropongono una concezione della donna come soggetto violabile, ovvero come oggetto di dominio.<br />
Noi giovani comuniste non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci e di lasciar cadere nel vuoto l’appello di Stefania a continuare la lotta affinché nessuna donna sia mai più “proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né, tantomeno, di una religione.</p>
<p>MANUELA GRANO<br />
Responsabile diritti Giovani Comuniste/i</p>
<p style="text-align: justify;">2 febbraio 2012</p>
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		<title>Ha ancora un senso essere femministe?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 11:42:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un articolo scritto da Stefania Noce per il giornale studentesco &#8220;La Bussola&#8221;. Una riflessione sulla necessità e sull&#8217;attualità delle battaglie contro il patriarcato nella nostra società. Ciao compagna Sen! (Marco Giordano) Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c&#8217;è ancora altro da cambiare, che]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Pubblichiamo un articolo scritto da Stefania Noce per il giornale studentesco &#8220;La Bussola&#8221;. Una riflessione sulla necessità e sull&#8217;attualità delle battaglie contro il patriarcato nella nostra società. Ciao compagna Sen!</strong><br />
<em>(Marco Giordano)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c&#8217;è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare. A coloro i quali pensano ancora che il &#8220;femminismo&#8221; sia l&#8217;estremo opposto del &#8220;maschilismo&#8221;: non risulta da nessuna parte che quest&#8217;ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione! <span id="more-3172"></span><br />
Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni &#8217;60 e &#8217;70, epoca dei &#8220;femminismi&#8221;, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizionedi eterne &#8220;minorenni&#8221; sotto &#8220;tutela&#8221; a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come &#8220;lavoratrici madri&#8221; e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di &#8220;lavori morali&#8221; e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi. Abbiamo denunciato qualsiasi forma di &#8220;patriarcato&#8221;, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui. Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.<br />
Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno.<br />
Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell&#8217;immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell&#8217;educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all&#8217;interno e i ragazzi all&#8217;esterno.<br />
Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicchè le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera. Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata &#8220;avrà avuto le sue colpe&#8221;, &#8220;se l&#8217;è cercata&#8221; oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne. Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato. Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere.<br />
Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l&#8217;effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perchè di un&#8217;eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere. Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO. Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.<br />
Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un&#8217;uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l&#8217;orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l&#8217;altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l&#8217;autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">SEN (STEFANIA NOCE)</p>
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		<title>I GC oggi a Rosarno per dire &#8220;Su la testa!&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 13:03:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[comunicato stampa La crisi economica che ci troviamo a subire ha delle pesantissime ricadute sulla vita delle persone: licenziamenti, cancellazione dei diritti, precarizzazione di massa, lotta tra poveri, crisi ambientale e della sovranità popolare. La stessa crisi ci impone momenti di discussione e mobilitazione comuni affinché possiamo lottare insieme per riprenderci il nostro fruturo, un]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>comunicato stampa</strong></p>
<div>
<p style="text-align: justify;">La crisi economica che ci troviamo a subire ha delle pesantissime ricadute sulla vita delle persone: licenziamenti, cancellazione dei diritti, precarizzazione di massa, lotta tra poveri, crisi ambientale e della sovranità popolare. La stessa crisi ci impone momenti di discussione e mobilitazione comuni affinché possiamo lottare insieme per riprenderci il nostro fruturo, un futuro che giorno dopo giorno ci è sempre più negato. Per questo come Giovani comunisti/e raccogliamo il grido &#8220;Su la testa&#8221; e aderiamo alla giornata di lotta a Rosarno del 7 gennaio, perché non abbassiamo la testa di fronte a sfruttamento, precarizzazione, razzismo e devastazione del territorio ma<span id="more-3165"></span> continuiamo ad immaginare un mondo migliore per tutti e tutte e a lottare per ottenerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Uniti per riprenderci il futuro, uniti per la difesa del lavoro del territorio e dei beni comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">GIOVANI COMUNISTE/I<br />
Coordinamento nazionale</p>
<p style="text-align: justify;">7 gennaio 2012</p>
</div>
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		<title>Per ricordare Stefania Noce</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 10:56:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Simone Oggionni Ho pensato molto all’opportunità di scrivere queste righe e al significato che avrebbero potuto avere. Temevo che la rabbia, la frustrazione e l’impotenza prevalessero e partorissero un testo del tutto inadeguato. Lo temo tuttora. Sono quasi convinto di non esserne in grado. Ma è da martedì, dal momento in cui ho saputo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Simone Oggionni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho pensato molto all’opportunità di scrivere queste righe e al significato che avrebbero potuto avere. Temevo che la rabbia, la frustrazione e l’impotenza prevalessero e partorissero un testo del tutto inadeguato. Lo temo tuttora. Sono quasi convinto di non esserne in grado. Ma è da martedì, dal momento in cui ho saputo dell’uccisione di Stefania Noce, che un grumo di pensieri torvi mi perseguita e mi costringe a scrivere, cercando un senso e una via d’uscita.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Stefania era una compagna, una giovane compagna iscritta per anni al nostro partito e alla nostra organizzazione giovanile. Fino ad un paio d’anni fa era la segretaria del circolo di Licodia Eubea, in provincia di Catania. Faceva parte del movimento<span id="more-3157"></span> studentesco, non si perdeva una manifestazione. E scriveva. Ho ritrovato in rete un suo scritto a proposito di condizione femminile, di femminismo. C’è una frase che mi terrorizza: «Abbiamo denunciato – scrive Stefania – qualsiasi forma di patriarcato, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di avere finito. Ma non è finita qui».</p>
<p style="text-align: justify;">Stefania ha pagato con la vita l’assenza di una conclusione, l’impossibilità – dentro le coordinate di questo sistema – di una conclusione. E ciò che mi perseguita, mi terrorizza è precisamente quest’assenza di confini a difendere il nostro mondo, che con ingenuità e presunzione ci illudiamo sia incontaminato da tanta ferocia.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece dobbiamo imparare con il sangue che non ci sono confini, perché la meschinità e la violenza maschile penetrano ogni forma, ogni legge, ogni immaginario. Al punto che il fatto che vittima dell’ennesimo femminicidio sia una giovane compagna, impegnata quotidianamente nella lotta contro la dittatura maschile, è null’altro che un paradosso cinico di questa società e della sua malattia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale può essere, allora, il nostro compito? Quale, se non trasformare il ribrezzo e la rabbia in un grande impegno collettivo? Questa è la straordinarietà della politica, che può restituire senso e speranza a ciò che è inaridito dalle nefandezze innominabili dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimane da capire da che parte iniziare. Forse conviene farlo da due verità poco praticate.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima è la convinzione che fino a che non ribalteremo questo sistema capitalista, nel quale sono codificati e santificati il possesso e lo sfruttamento maschili della donna al loro massimo livello, non ci sarà fine per il patriarcato e la sua violenza. E ciò purtroppo fa piazza pulita di tante ricette facili e retoriche, di tanti sterili riformismi, di tante quote rosa e di tante pari opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda è un monito a chi derubrica il conflitto di genere ad appendice della lotta di classe. Perché la violenza patologica del patriarcato e dei suoi dispositivi, lungi dall’essere appannaggio esclusivo della borghesia e del capitale, è connaturata al nostro essere maschi. Ciò significa che la superficialità, la banalizzazione, l’indifferenza diffuse tra noi al limite dell’incoscienza sono una colpa che non possiamo più permetterci.</p>
<p style="text-align: justify;">La banalità del male è qui, nella nostra vita quotidiana, nei nostri infiniti errori, nel nostro linguaggio, nell’utilizzo del nostro corpo, nelle pretese e nei deliri di onnipotenza, nella categoria di “passione” che meschinamente utilizziamo per giustificare le nostre ossessioni, persino nella violenza, nella mediocrità e nella pornografia che trasuda sovente dalla nostra attività politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so dove può condurre questa riflessione, che per noi deve essere una presa di coscienza dolorosa ma indifferibile. Forse non spetta a me indicarlo né ipotizzarlo, ma in primo luogo alle donne e alle compagne. Non lasciamo però che tutto ci scivoli addosso e che la nostra vita – privata e pubblica – prosegua come se niente fosse. Come se niente fosse accaduto, anche tra di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefania, in quell’articolo che già prima richiamavo, scriveva: «Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo». Enrico Berlinguer adattò al conflitto di genere la celebre frase di Marx sull’impossibilità per i popoli oppressori di essere liberi, sostenendo che nessun uomo opprimente una donna avrebbe potuto ritenersi libero. Proviamo per una volta ad essere liberi per davvero. Proviamo a farlo insieme. Non lasciamo cadere la bandiera di Stefania, mettiamoci in discussione.</p>
<p style="text-align: justify;">SIMONE OGGIONNI</p>
<p style="text-align: justify;">da www.reblab.it del 2 gennaio 2012</p>
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		<title>Il porto di Palermo non è una galera, liberi/e tutti/e!</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 12:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dai territori]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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		<description><![CDATA[Rinchiusi dietro gigantografie di Duffy Duck e Willy il coyote oltre 300 tunisini attendono, da giorni, al largo del porto di Palermo che le autorità italiane decidano del loro destino. Tappezzata da sorrisi ammiccanti dei protagonisti Looney Tunes, la nave “Fantasy” della compagnia Grimaldi Lines esprime appieno quanto ci sia di grottesco e tragico dell’odissea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="lightbox" title="IMMIGRAZIONE: EMERGENZA CLANDESTINI A LAMPEDUSA" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/IMMIGRATI-LAMPEDUSA11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2883" title="IMMIGRAZIONE: EMERGENZA CLANDESTINI A LAMPEDUSA" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/09/IMMIGRATI-LAMPEDUSA11-400x300.jpg" alt="" width="269" height="202" /></a>Rinchiusi dietro gigantografie di Duffy Duck e Willy il coyote oltre 300 tunisini attendono, da giorni, al largo del porto di Palermo che le autorità italiane decidano del loro destino. Tappezzata da sorrisi ammiccanti dei protagonisti Looney Tunes, la nave “Fantasy” della compagnia Grimaldi Lines esprime appieno quanto ci sia di grottesco e tragico dell’odissea dei migranti, che prima erano trattenuti illecitamente a Lampedusa e adesso sulle navi; infatti la “Moby Vincent” ancorata al largo dei cantieri navali, e la “Audacia”, situata a 200 m dall’antico foro italico di Palermo, si uniscono alla prima creando così una vera e propria flotta di navi galera dove gli immigrati sono stipati. Per mare sono venuti e in mare restano. <span id="more-2880"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Le creazione di questi CIE galleggianti non è che l’ennesimo grave episodio di gestione emergenziale dell’immigrazione dal Nordafrica: la proclamazione delle stato d’emergenza e la conseguente decretazione d’urgenza gli hanno permesso di ignorare le garanzie fondamentali della Costituzione e di utilizzare forme di detenzione in strutture improvvisate, come la collina della vergogna a Lampedusa, la stazione marittima o queste navi, inaccessibili alla stampa e alle associazioni. “Il concentramento forzato in non luoghi, di persone che non hanno commesso alcun crimine, riportano a episodi che la storia d’ Europa avrebbe dovuto cancellare e che invece continuano a ripetersi sotto i nostri occhi.” Borderline Sicilia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dai primi sbarchi avvenuti all’inizio del 2011 l’isola di Lampedusa è stata vittima di una gestione predisposta e finalizzata al verificarsi di episodi esplosivi come l’incendio del centro di contrada Imbriacola e le successive violenze che sono scoppiate nell’isola il 21 settembre scorso. “Era da tempo che tutti quelli che dovevano sapere, erano a conoscenza dello stato di degrado e di nervosismo che nel centro di Lampedusa si viveva quotidianamente” sostiene Giacomo Sferlazzo dell’associazione Askavusa di Lampedusa “molti lo avevano detto, ed era prevedibile che lasciare i ragazzi tunisini in quelle condizioni e in più essendo a conoscenza che i rimpatri erano lo scopo finale della loro attesa, avrebbe causato una grande rivolta, e così è stato.” Questo è solo l’ultimo, e il più grave, degli episodi susseguitisi dall’inizio del 2011 e la risposta delle istituzioni a ciò che è stato colpevolmente causato dalle stesse è un’altra gravissima sospensione dello stato di diritto che non può essere in alcun modo accettata.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli immigrati sono privati della libertà personale da settimane, senza avere mai incontrato un avvocato ne’ essere mai stati condotti davanti a un giudice di pace per la convalida del trattenimento, per di più a bordo di navi che hanno assunto le funzioni di Centri di identificazione ed espulsione galleggianti. Vengono violati così i più elementari diritti umani, a partire dal diritto di difesa e di controllo giurisdizionale sulla libertà personale. Eppure non ha rilevato la minima violazione dei diritti umani il deputato regionale del PD Tonino Russo, secondo le dichiarazioni scandalose rilasciate al GR regionale, “I migranti a bordo delle navi sono in buone condizioni; sono assistiti regolarmente, dormono in cabine fornite di lenzuola e in poltrone reclinabili. Alcuni tunisini che hanno avuto dei malori sono stati trasportati in ospedale, altri sono stati medicati direttamente a bordo da personale sanitario”. L’onorevole dimentica però che le detenzione illegittima rimane anche se le persone non vengono fatte morire di fame e sete.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo dopo quattro giorni di detenzione il PD è riuscito a prendere una posizione che non si burlasse dei diritti fondamentali dell’uomo: Alessandra Siracusa e Pino Apprendi, dopo una visita di tre ore a bordo delle navi, hanno dichiarato che anche se fossero rinchiusi in un Hotel a cinque stelle rimarrebbe un sequestro di stato. Inoltre hanno verificato la condizione giuridica delle persone trattenute, tra cui ci sono sei minori e una donna, sola, in mezzo a un gruppo di uomini. Duecento immigrati sono trattenuti nella Moby Vincent e un altro centinaio sull’Audacia. La Fantasy la scorsa domenica ha traghettato 221 migranti tunisini da Palermo al porto di Cagliari. Questi destinati ad essere identificati nel centro di prima accoglienza di Elams e poi rimpatriati. Sinora è inascoltata la protesta di centinaia di manifestanti che alle 17.00 di ogni pomeriggio si riuniscono in presidio difronte al porto. Cercano di richiamare la cosiddetta società civile attorno all’emergenza della discriminazione delle minoranze in Italia, ma, alla vigilia delle primarie della sinistra palermitana, chissà in quanti avranno il coraggio di denunciare questi abusi, nella bella Italia, patria del diritto.</p>
<p>GIORGIA MIRTO</p>
<p>Responsabile Migranti Giovani Comunisti/e Palermo</p>
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		<title>I No global e noi, movimenti in connessione</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 10:30:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luciano Muhlbauer Sono passati dieci anni da quel luglio genovese e nel frattempo molte cose sono cambiate. A chi c&#8217;era può sembrare ieri, ma in un mondo dove tutto corre e la memoria è sempre più labile un decennio è un tempo maledettamente lungo. E così, la trappola della commemorazione, del come eravamo è]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Luciano Muhlbauer</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono passati dieci anni da quel luglio genovese e nel frattempo molte  cose sono cambiate. A chi c&#8217;era può sembrare ieri, ma in un mondo dove  tutto corre e la memoria è sempre più labile un decennio è un tempo  maledettamente lungo. E così, la trappola della commemorazione, del come  eravamo è sempre in agguato. Cascarci sarebbe però un disastro, perché  equivarrebbe alla collocazione di quella stagione di movimenti nel museo  delle cere. E, possiamo starne certi, in quel caso i detrattori le  darebbero un posto d&#8217;onore in cambio dell&#8217;espulsione dal tempo presente.<span id="more-2726"></span><br />
Ebbene  sì, perché Genova continua ad essere una spina nel fianco per troppi ,  sia per quelli implicati nella repressione di ieri che per quelli  tuttora convinti che il cambiamento consista nella semplice sostituzione  degli inquilini del Palazzo. Quindi evitiamo di regalare ai  responsabili operativi e politici delle violenze l&#8217;archiviazione  storica. Non è una questione che riguarda le sole vittime della violenza  poliziesca del 2001, a partire dalla famiglia Giuliani e da chi subì le  infamie di Bolzaneto e della Diaz. No, è una questione generale che  riguarda l&#8217;insieme del Paese, perché il lezzo nauseabondo dell&#8217;impunità  corrode il rapporto tra istituzione e cittadino e la stessa legalità  costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma appunto, Genova non era soltanto repressione. Anzi, a meno che  non vogliamo sposare la tesi che tutta quella violenza, così come le  sue anticipazioni di Napoli e Goteborg, fosse il prodotto di qualche  eccesso di qualche subalterno, allora dobbiamo rammentare chi e che cosa  era quel movimento.<br />
Partito da Seattle, era un movimento giovane,  che rompeva argini e schemi, oltrepassava i confini e riformulava il  linguaggio dell&#8217;alternativa. Contrappose alla globalizzazione liberista  la cooperazione globale dei movimenti sociali e la parola d&#8217;ordine «un  altro mondo è possibile». E soprattutto era in crescita, era un fiume in  piena e di fatto andava ad occupare la casella vuota di antagonista al  potere. Quel movimento andava dunque stroncato sul nascere. Questo si  tentò di fare a Genova. Oggi c&#8217;è chi sostiene che l&#8217;operazione riuscì,  ma non è vero. Anzi, il movimento resistette anche all&#8217;11 settembre e si  fece carico dell&#8217;opposizione alla guerra permanente. Poi seguirono il  Forum sociale europeo di Firenze del 2002 e la straordinaria  mobilitazione contro la guerra in Iraq del 2003. La fase discendente  arrivò soltanto dopo. Insomma, non fu la repressione a spezzare il  movimento, fu la politica.<br />
Da allora molta acqua è passata, ma oggi  ci troviamo di nuovo di fronte a una fase di protagonismo dei movimenti:  la battaglia della Fiom, l&#8217;onda studentesca, la lotta degli insegnati, i  comitati per l&#8217;acqua pubblica, la primavera delle elezioni  amministrative e dei referendum, la Val di Susa, ecc. E anche oggi, come  ieri, invece di coglierne le potenzialità, molta parte dell&#8217;opposizione  politica sembra piuttosto spaventata ed intenta a normalizzare, come  indicherebbero il clima da unità nazionale attorno alle politiche  anticrisi o, su un altro piano, la firma sotto l&#8217;accordo  interconfederale da parte della Cgil.<br />
Problemi analoghi, dunque, ma  anche attori e scenario mutati, perché i movimenti non sono più gli  stessi. C&#8217;è una nuova generazione che il 2001 genovese lo conosce  soltanto per sentito dire e i nodi della globalizzazione liberista sono  ormai venuti al pettine. Ecco perché non ha senso tornare oggi a Genova  per commemorare il movimento di ieri e perché occorre invece essere  sufficientemente lucidi per tentare di connettere la stagione dei  movimenti di ieri a quella di oggi, di costruire ponti, di individuare  obiettivi e iniziative e di far tesoro delle esperienze passate. Tra  oggi e domenica a Genova ci saranno sufficienti luoghi e momenti dove  tentare di farlo. Il resto dipende da noi.</p>
<p>LUCIANO MUHLBAUER</p>
<p>da Liberazione del 22 Luglio 2011</p>
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		<title>17 Maggio: Giornata internazionale contro lesbo-omofobia-transfobia</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 13:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Belligero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani Comunisti]]></category>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Lupoli La giornata internazionale contro lesbo-omofobia-transfobia, assume quest&#8217;anno un significato particolare: il 17 maggio è diventato ormai per noi giovani comuniste/i, così come per tutto il movimento LGBTQI*, un giorno fondamentale, in cui ognuna/o di noi, si ferma almeno un attimo a pensare cosa significhi oggi essere lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer e]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong><a class="lightbox" title="omofobia" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/omofobia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2469" style="margin: 4px;" title="omofobia" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/05/omofobia.jpg" alt="" width="265" height="190" /></a>di Lorenzo Lupoli</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">La giornata internazionale contro lesbo-omofobia-transfobia, assume quest&#8217;anno un significato particolare: il 17 maggio è diventato ormai per noi giovani comuniste/i, così come per tutto il movimento LGBTQI*, un giorno fondamentale, in cui ognuna/o di noi, si ferma almeno un attimo a pensare cosa significhi oggi essere lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali, in questa italietta che trasuda machismo e sessuofobia da tutti i pori.</p>
<p style="text-align: justify;">In tante/i in queste ore saremo impegnate/i in iniziative per diffondere la conoscenza e i significati di questa giornata promossa tardivamente nel 2007 dall&#8217;Unione europea, mentre non passa giorno che i nostri governanti di turno (con una preoccupante continuità e trasversalità tra governi di centro-destra e centro-sinistra), non ci ricordino quanto è lontano il nostro paese dall&#8217;essere un luogo accogliente, inclusivo e sicuro per le persone LGBTQI, così come non lo è per i diversamenti abili, le donne, i migranti<span id="more-2467"></span> e tutte le minoranze sociali, a maggiore rischio di discriminazione, esclusione e violenza psico-fisica quotidiana.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimissima uscita di Giovanardi, ministro con delega alle politiche familiari, che dopo il caso Ikea si è scagliato contro un videogioco che contempla anche le famiglie formate da coppie gay, è l&#8217;ennesima riprova di quanto questo governo, a partire dal premier Berlusconi, oltre ad essere ossessionato dall&#8217;affettività e sessualità altrui, utilizza il tema del riconoscimento di diritti civili, in maniera del tutto strumentale, cavalcando ansie e paure del popolo italiano, dovute in prevalenza ad una crisi economico-sociale che perdura, creando ad hoc un caprio espiatorio di turno, offendendo e umiliando ogni giorno la dignità di milioni di persone LGBTQI, cittadine/i di questo Stato, aventi stessi doveri ma minori diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia, infatti, è rimasto l&#8217;unico paese europeo insieme alla Grecia a non avere una legge contro la lesbo-omo-transfobia e alcun riconoscimento pubblico per le coppie di fatto, ne etero ne omosessuali, dopo che la proposta di legge Concia è stata affossata in parlamento, per un&#8217;assurda e pretestuosa illegittimità costituzionale, nell&#8217;ottobre del 2009, nonostante un mese di mobilitazione in tutto il paese, a seguito di un&#8217;estate di aggressioni e raid contro persone, luoghi di aggregazioni e sedi di associazioni LGBTQI.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi ultimo anno purtroppo, quello che si è potuto constatare, è stato il quasi totale disinteresse dell&#8217;opposizione presente in parlamento a portare avanti questa sacrosanta battaglia di civiltà: per questo è ancora più pesante l&#8217;assenza nelle rappresentanze parlamentari delle sinistre e in particolare di Rifondazione Comunista, che negli anni scorsi, sia al governo che all&#8217;opposizione, è stata capofila di questa come di altre battaglie, mostrando chiaramente l&#8217;attualità di un progetto, quello della rifondazione comunista appunto, più che mai attuale perchè capace di cogliere l&#8217;importanza di nuove istanze di cambiamento e liberazione come quelle rivendicate dal movimento LGBTQI.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora perchè questa giornata assume quest&#8217;anno un significato particolare?  Innanzitutto perchè è notizia recente che in parlamento è stato calendarizzata nuovamente la legge contro la lesbo-omo-transfobia, e in questo periodo sarà importante essere pronte/i per una nuova mobilitazione che abbia il punto più alto nella manifestazione dell&#8217;Euro Pride di Roma di sabato 11 giugno, al quale dovremo essere presenti tutte/i in massa.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altra motivazione è che, se a breve bisognerà pensare a stabilire alcuni punti fondamentali per una proposta alternativa al berlusconismo, alle destre e al neonato terzo polo, non si potrà prescindere dal considerare anche i diritti delle persone LGBTQI, una priorità nei punti di accordo con le forze di centro-sinistra e di opposizione sociale. La partita politica non è per niente scontata, anzi è difficilissima, perchè il tema dei diritti LGBTQI continua ad essere considerati &#8220;impopolare&#8221; e &#8220;perdente&#8221;, nonostante riguardi milioni di cittadini che pagano le stesse tasse dei cittadini eterosessuali, e troppo difficile da far digerire alle gerarchie vaticane ancora influenti nell&#8217;agenda politica del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa questione riguarda anche noi, anche la Federazione della Sinistra che a mio parere è stata fino ad ora poco presente su queste tematiche (al congresso fondativo non se ne è praticamente parlato), in particolare le e i Giovani Comuniste/i, che insieme alle compagne e ai compagni della FGCI, devono continuare sulla strada del campeggio degli ultimi due anni e della costruzione del nuovo soggetto generazionale unitario, superando anche le ultime reticenze, nel considerare il tema dei diritti LGBTQI, una battaglia politica prioritaria, da portare avanti senza se e senza ma, a fianco del movimento LGBTQI italiano e internazionale. Oggi però non è il giorno delle polemiche ne delle recriminazioni, non c&#8217;è tempo, perchè è troppo importante essere parte di questo movimento di liberazione, soprattutto per quei giovani che non ce l&#8217;hanno fatta e per chi ancora oggi non può.</p>
<p>LORENZO LUPOLI<br />
attivista LGBTQI e giovane comunista</p>
<p>17 Maggio 2011</p>
<p>LGBTQI*= acronimo che, per i più refrattari, sta per lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali. Una lista destinata forse ad allungarsi, tanto da utilizzare un asterisco che prevede l&#8217;inclusione di tutte le differenze, con buona pace di chi non vuole proprio cimentarsi nella conoscenza delle altrui identità.</p>
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		<title>La laicità è tutta un&#8217;altra cosa&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 23:47:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ordine del giorno sulla laicità La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto il crocefisso nelle stanze italiane come simbolo “laico” e quindi ammissibile, riconoscendo che il crocefisso nelle aule possa definirsi simbolo culturale. Ribadiamo la lotta delle/dei Giovani Comuniste/i a fianco dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti per uno Stato laico che non]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a class="lightbox" title="Crocifisso-scuola" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/Crocifisso-scuola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2350" style="margin: 4px;" title="Crocifisso-scuola" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/Crocifisso-scuola.jpg" alt="" width="249" height="187" /></a>Ordine del giorno sulla laicità</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto il crocefisso nelle stanze italiane come simbolo “laico” e quindi ammissibile, riconoscendo che il crocefisso nelle aule possa definirsi simbolo culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ribadiamo la lotta delle/dei Giovani Comuniste/i  a fianco dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti  per uno Stato laico che non prenda posizioni su questioni religiose, non se ne faccia influenzare e non ne prediliga nessuna. Lo Stato italiano non può ancora definirsi Stato laico, ma senza laicità si lede la libertà dei singoli, un altro tassello nella trasformazione dei cittadini in sudditi.</p>
<p><a name="_GoBack"></a></p>
<p>Francesco D’Agresta</p>
<p>27 Marzo 2011</p>
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		<title>L&#8217;8 Marzo delle donne che lottano</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 14:55:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Questione di genere]]></category>
		<category><![CDATA[8 Marzo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Carlotta Sorrentino Molte sono le leggende sull’origine dell’8 marzo, un fatto però sembra esser certo: la scelta di questa data per la celebrazione della Giornata Internazionale della Donna, venne formalizzata durante la II Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste, tenutasi a Mosca nel 1921. Altra certezza è senza dubbio la natura simbolica che questo giorno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong><a class="lightbox" title="paroladidonna" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/paroladidonna.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2270" style="margin: 4px;" title="paroladidonna" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/03/paroladidonna.jpg" alt="" width="214" height="190" /></a>di Carlotta Sorrentino</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Molte sono le leggende sull’origine  dell’8 marzo, un fatto però sembra esser certo: la scelta di questa data  per la celebrazione della Giornata Internazionale della Donna, venne  formalizzata durante la II Conferenza Internazionale delle Donne  Comuniste, tenutasi a Mosca nel 1921. Altra certezza è senza dubbio la natura simbolica che questo giorno ha assunto.  L’8  marzo è stato da sempre sinonimo di lotta per la libertà delle donne di  determinarsi nelle scelte sul proprio corpo, nel lavoro e nella  società. E’ stato il simbolo delle battaglie delle donne per affermare il proprio diritto ad avere piena autonomia sul proprio corpo. E’  stato il simbolo delle rivendicazioni perché venisse loro riconosciuto  un ruolo come soggetti attivi nella vita pubblica e privata. <span id="more-2269"></span><br />
E’  stato il simbolo delle lotte per il miglioramento delle condizioni  materiali di vita, senza le quali non sarebbe mai stata possibile una  reale emancipazione.</p>
<div style="text-align: justify;">
<div>Oggi, dopo un secolo, il significato di questa data è più attuale che mai.</div>
<div>La  ricorrenza dell’8 marzo irrompe con forza e diventa ancora una volta un  appuntamento di mobilitazione nazionale, e non solo, per dare una  risposta decisa alle continue aggressioni all’ autodeterminazione ed  alla dignità delle donne.</div>
<div>Siamo  di fronte ad un continuo attacco che mina le conquiste ottenute e cerca  di cancellarle, relegando ancora una volta la donna ad un ruolo  marginale e svilente.</div>
<div>Il  pericolo si manifesta in modi diversi: da un lato le politiche del  governo che, insieme a quelle dei padroni, smantellano i diritti dei  lavoratori e delle lavoratrici, senza curarsi di quanto è sancito  dall’articolo 41 della nostra Costituzione, che limita la libertà  d’impresa al perseguimento dell’utilità sociale ed alla tutela della  sicurezza e della dignità umana.</div>
<div>Inoltre,  in un paese come l’Italia, agli ultimi posti in Europa per occupazione  femminile (secondo dati OCSE in Italia lavora in media una donna su  due), il Governo cerca palliativi in politiche familiste conservatrici, a  fronte di un welfare che viene smantellato, con tagli sempre più  pesanti alla scuola e alla sanità, scaricando così il peso del lavoro di  cura sulle spalle delle donne, obbligandole a tornare nel focolare  domestico e minandone di fatto l’autonomia nelle scelte di vita e in  quelle professionali.</div>
<div>D’altro  canto l’attacco si manifesta anche sul piano culturale: vengono  continuamente proposti modelli svilenti di donna,  indicati dalla  società e dalla tv di stato come “vere donne”, ovvero, per dirla con  Simone de Beauvoir, “…frivole, puerili, irresponsabili, le donne  sottomesse all’uomo.”</div>
<div>Per  questo ancora una volta l’8 marzo sarà un simbolo, un simbolo del  riscatto delle donne dal potere del mercato e della società patriarcale,  che non solo le riduce a “merce di scambio”, ma che le spinge ai  margini della sociètà, facendole diventare “ornamenti” del “potere  maschile”.</div>
<div>Domani  le donne, le lavoratrici, le madri, le precarie e le studentesse,  porteranno in piazza le loro richieste, rimettendo al centro la loro  storia, fatta di lotte e di conquiste, che troppo spesso viene  mortificata e messa all’angolo.</div>
<div>“Lasciate  che un sentimento allegro del servire la causa comune della classe  operaia e di lottare simultaneamente per l&#8217;emancipazione femminile  ispiri le lavoratrici ad unirsi alle celebrazioni per il Giorno della  Donna.” (A.Kollontaj)</div>
<div>CARLOTTA SORRENTINO</div>
<div>Collettivo StregheperSempre &#8211; Giovani Comunisti</div>
</div>
<div style="text-align: justify;">8 Marzo 2011</div>
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		<title>Berlusconismo, lo specchio peggiore del Paese</title>
		<link>http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/berlusconismo-lo-specchio-peggiore-del-paese.html</link>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 13:15:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Questione di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>

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		<description><![CDATA[di Annamaria Rivera Per favore, non si chiami sultanato il regime berlusconiano. E non si parli di harem o di suq quando si cerca di definire le pratiche sessuo-mercantili dell’indegno capo del governo italiano. Gli stereotipi orientalisti, lasciamoli a Giovanni Sartori, l’illustre politologo. Il quale a tal punto è ossessionato dall’invasione dei saraceni da teorizzare,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><a class="lightbox" title="berlusconi-e-le-donne" href="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi-e-le-donne.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2132" style="margin: 4px;" title="berlusconi-e-le-donne" src="http://www.giovanicomunisti.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/01/berlusconi-e-le-donne.jpg" alt="" width="180" height="249" /></a>di Annamaria Rivera </em></strong>Per favore, non si chiami <em>sultanato </em>il regime berlusconiano. E non si parli di <em>harem</em> o di <em>suq</em> quando si cerca di definire le pratiche sessuo-mercantili dell’indegno capo del governo italiano. Gli stereotipi orientalisti, lasciamoli a Giovanni Sartori, l’illustre politologo. Il quale a tal punto è ossessionato dall’invasione dei saraceni da teorizzare, fin dal 2000 la “radicale non integrabilità” degli “islamici” (si noti il linguaggio, davvero da fine studioso), suggerendo come rimedio l’<em>immigration choisie</em> di migranti di confessioni altre da quella musulmana: alla faccia del conclamato liberalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, non v’è certo bisogno di ricorrere a cliché esotisti per descrivere il fenomeno Berlusconi: nel suo triplice versante -politico, culturale, comportamentale- esso appartiene interamente  alla storia italiana. Se ci soffermiamo a considerare la psicologia berlusconiana, colpisce fino a qual punto sia dominata da un immaginario, anche sessuale, da venditore di spazzole dei tardi anni <span id="more-2131"></span>Cinquanta. Le sue freddure ricalcano archetipi che poi sarebbero stati sovvertiti dal ‘68, quanto meno messi in crisi. Le donne, se piacenti, sono tutte puttane a sua disposizione. Lo sterminio degli ebrei null’altro che oggetto di barzellette sadiche e idiote<sup><a name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a></sup>. Perfino i “voli della morte”<em> </em>della dittatura argentina (di cui niente sa il poveruomo) sono solo il pretesto per facezie ciniche e di pessimo gusto<sup><a name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a></sup>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo ciarpame stantio, fatto di sessismo maniacale, di qualunquismo, di ignoranza dei fondamenti della storia e della democrazia (avrà mai letto la Costituzione?) è stato rimacinato dalla società dello spettacolo, riplasmato nel crogiolo del populismo moderno e del neoliberismo. Così, per rimuovere il dubbio atroce dell’impotenza, placare l’ansia da prestazione, scacciare il fantasma della decadenza e della morte, il mediocre dongiovanni di provincia non va al casino, bensì costruisce un complesso sistema di potere-mercimonio in cui tutto “si tiene”: la politica, gli affari, il consenso elettorale, le alleanze, il sistema di corruzione, le tangenti, i corpi femminili, lo sfogo sessuo-narcisistico…Tutto si tiene poiché tutto è ridotto a merce-spettacolo, a sua volta manipolata grazie all’impero mediatico di sua proprietà e all’acquiescenza anche di media non suoi.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora di quale “sultano” o “raìs”, di quale “harem” o “suq” parliamo? Il fenomeno Berlusconi è squisitamente nostrano, è il parto di quell’italietta mai affrancatasi del tutto dall’eredità del fascismo e del qualunquismo, se non per brevi stagioni felici. Che pensa di poter rispondere alle sfide complesse della modernizzazione, della globalizzazione, della pluralizzazione culturale con gli espedienti vetusti dell’imbroglio e del raggiro, col solito <em>mélange</em> d’individualismo e cinismo, senso civico debole e spirito provinciale, futilità etica e intellettuale. Insomma, le notti di Arcore allietate da giovani o giovanissime -educate da <em>Drive in </em>e similari, sostenute da genitori che, pur di veder emergere le figliole, se ne fanno prosseneti- nient’altro sono se non lo specchio del Paese. Perciò, più che pubblicare paginate d’intercettazioni, meglio sarebbe interrogarsi sul contesto. Che altro potrebbe produrre una società –non arcaica, non contadina, bensì immersa nel flusso della globalizzazione, del consumismo, del bombardamento mediatico- nella quale solo una donna su due lavora, la metà dei giovani non studia, non lavora, né cerca lavoro (ultimo rapporto Istat), in cui si legge pochissimo e, secondo una ricerca autorevole, solo il 20 per cento della popolazione adulta possiede gli strumenti indispensabili per leggere, scrivere e far di conto? Sicché essa risulta un Paese relativamente avanzato sul piano materiale, dello sviluppo del consumo e del mercato, della liberalizzazione-privatizzazione, ma arretrato sul versante della vita democratica e civile, intellettuale e morale. Se di questo versante si considera un indicatore fondamentale, le relazioni di genere, il quadro appare ancor più desolante. Secondo il più recente rapporto (2010) del <em>World Economic Forum</em> sul <em>Global Gender Gap</em>, nella classifica che misura il divario di opportunità tra uomini e donne in 134 Stati di tutti i continenti, l’Italia è scesa dal 72esimo posto del 2009 all’attuale 74esimo: collocata dopo il Malawi e il Ghana, poco più su dell’Angola e del Bangladesh. Come si può parlare, quindi, di post-patriarcato o di soggettività femminili trionfanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Il contrasto fra crescita materiale e declino democratico, culturale, morale condanna buona parte degli italiani, secondo il più recente rapporto del Censis, a un “presente senza profondità di memoria e futuro” e a “una diffusa ed inquietante sregolazione pulsionale”. Che non è desiderio, è anzi sintomo della caduta del desiderio e quindi crisi del conflitto sociale. Formata dalla televisione berlusconiana e da una mediocrità culturale che coinvolge quasi tutti gli schieramenti politici, priva dunque di riferimenti alternativi convincenti, una parte rilevante della componente maschile della società italiana non sa far altro che rispecchiarsi nelle imprese del Parvenu, coltivandone il culto in modo feticistico. A sua volta, il Parvenu, travolto dal successo, in preda al delirio di onnipotenza, terrorizzato dalla fine, incarna una pulsione tendenzialmente totalitaria, per quanto nulla di cupo e tragico vi sia nel suo crepuscolo. Neanche il crepuscolo di Ben Ali è stato cupo o tragico, solo una mediocre fuga con la cassa. Ma il popolo tunisino ha saputo accelerarlo con uno scatto di dignità e di coraggio collettivi. E allora non è impudente parlare di sultanato, harem e suq?</p>
<div id="sdfootnote4" style="text-align: justify;">
<p>ANNAMARIA RIVERA</p>
<p style="text-align: justify;">26 Gennaio 2011</p>
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