Categoria: IV Conferenza GC

DAL TRAMONTO ALL’ALBA: LA RICOSTRUZIONE DEI GC DI MILANO

di Emanuele Cullorà,
Coordinatore GC di Milano
in sostegno del documento 2 alla conferenza dei giovani comunisti “Lottare, occupare, resistere”

“La prima cosa che deve fare un lavoratore che vuole collaborare alla liberazione della sua classe è di non lasciare che siano gli altri a pensare al suo posto” (J. Dietzgen)

Per anni Milano è stata la cavia della liquidazione. Gli esecutivi dei Gc degli ultimi 15 anni hanno  sfracellato passo dopo passo la militanza di centinaia di compagni prima contro i mulini della disobbedienza, poi contro quelli del governismo, infine contro quelli della liquidazione. Da struttura in grado di controllare un settore determinante del movimento studentesco cittadino si sono ritrovati a contare sulle dita di una mano gli iscritti nelle scuole superiori. La presenza operaia non esisteva in quanto tale. Dell’organizzazione che nel 2006 poteva vantare una presenza omogenea dalla città alla provincia, nel 2009 non era rimasto che un nucleo sparpagliato. Solo poche zone della città lavoravano apertamente come Gc, una sola di queste aveva avviato la discussione contro l’immobilismo della vecchia gestione: complessivamente poco più di 50 iscritti la maggior parte dei quali non vedeva un volantino della struttura da oltre un anno. Iscritti isolati non conoscevano nemmeno l’esistenza di un coordinamento: la struttura in quanto tale aveva smesso di lavorare con l’inizio del congresso del partito, nel giugno 2008.

Tanta desolazione non era il frutto di un’epidemia di peste: era semplicemente l’esito virulento di idee moderate e metodi piccolo borghesi che, se potevano solo covare durante gli anni di crescita del movimento, esplosero durante gli anni di crisi.
Quando il vecchio gruppo dirigente aderì alla scissione di Sinistra e Libertà anche il lavoro studentesco dei Gc di Milano aveva completato la propria parabola discendente: vittima di strutture su strutture calate dall’alto, aveva demoralizzato gli attivisti rimasti durante gli anni di riflusso studentesco a colpi di antipolitica e candidature d’istituto. Lo scoppio dell’Onda milanese vide la presenza di Giovani comunisti per tutta la mobilitazione, ma senza nè una presenza formale, nè organizzata. La struttura nel complesso aveva perso il treno della lotta: il partito non era cresciuto tra i giovani dopo tre mesi di aperta battaglia contro la Gelmini.
La conferenza straordinaria di marzo consegnò al nuovo coordinamento un’organizzazione quasi ferita a morte, ma con un intero settore di militanti da organizzare. Se aveva senso quanto avevamo discusso, non sarebbe stato secondario quale programma e quale metodo avrebbe guidato la ricostruzione della struttura: ora si trattava di mettere alla prova la teoria alla luce dell’esperienza. Doveva terminare la stagione del “camminare domandando” e cominciare quella del “domandarci dove stiamo andando”.
A nove mesi di distanza non possiamo affermare che i Gc di Milano siano un’organizzazione di massa: molto più umilmente possiamo dire che è un’organizzazione di battaglia di giovani e lavoratori capace di crescere, intervenire e formare una nuova generazione di quadri comunisti.
Il senso della misura è e deve essere una delle caratteristiche essenziali di un rivoluzionario: partire sempre dalla realtà come essa è per non gridare più forte della propria voce.
Il contributo che vi presentiamo è solo una riflessione su come sia stato possibile trasformare in meno di un anno un’organizzazione quasi scomparsa in una struttura con discussioni regolari degli iscritti e del coordinamento, un intervento costante davanti a scuole e luoghi di lavoro, che ha distribuito oltre 60mila volantini e attacchinato oltre 6mila manifesti sempre completamente autofinanziati, capace di reggere tre giorni di festa in periferia basandosi sulla solidarietà economica della classe e di risollevare dall’apatìa decine di compagni in balìa dell’istituzionalismo di cui troppo spesso sono affetti i nostri circoli.
Ci guardiamo bene da ogni autocelebrazione così lontana dalla nostra formazione: in ogni caso un simile lavoro non è frutto delle capacità di questo o quel compagno ma di un lavoro collettivo e dei sacrifici di tanti militanti che quotidianamente in università, al lavoro, a scuola, nei quartieri mettono alla prova  prospettive e metodi che discutono nelle riunioni dei Gc. Anche vedendolo come un modello, esso non è che il primo passo di quanto era necessario fare.
Un’organizzazione comunista è innanzitutto un programma e un metodo e solo in secondo luogo l’apparato con cui svilupparli: non abbiamo orientato la struttura sulla base di profezie ma di un’osservazione reale di quanto si muoveva tra i giovani della città. Al di là della conferenza di marzo, il gruppo dirigente che ha riorganizzato i Gc di Milano ha semplicemente calato nel lavoro quotidiano l’impostazione descritta nel secondo documento di questa IV conferenza nazionale.
Si dice spesso che “non ci sono le forze”.  Il fulcro di questa conferenza non è nient’altro che quello di discutere come ricostruirle. La nostra riflessione parte da qui.

“Comprendere, prevedere e provvedere”

Abbiamo riorganizzato il coordinamento per responsabilità: data la distribuzione diseguale degli iscritti con poche zone con un lavoro giovanile e un settore di giovani iscritto in più circoli, abbiamo destinato quattro compagni del coordinamento a seguire le quattro zone cardinali della città e della provincia. Questo aveva lo scopo di seguire l’applicazione delle proposte del coordinamento in tutta la struttura per fare sì che ci fosse un rapporto dialettico tra l’organismo dirigente centrale e le zone locali: l’uno influenzava l’altro e viceversa.
Il compito dei responsabili di zona è quello di seguire politicamente lo sviluppo del lavoro locale, dei compagni e di convocare riunioni regolari della zona – in genere a scadenza bisettimanale. Ogni riunione ha generalmente due punti all’odg: uno di discussione politica e uno organizzativo. In questo modo i compagni possono porre tutte le questioni relative alla linea della struttura e il coordinamento può informarsi regolarmente di quello che i compagni vivono nei loro luoghi di studio e di lavoro. Analogamente, quanto discusso nel punto politico viene messo alla prova sulla base dell’esperienza pratica.
In ogni caso l’esigenza del coordinamento era quello di riavviare una discussione politica regolare tra i compagni: solo compagni formati posso intervenire coscientemente nella costruzione della struttura e mettere in discussione le scelte fatte. E’ la base della democrazia.
Le altre responsabilità – lavoro, scuola, formazione, autofinanziamento e pratiche sociali – sono state proposte a compagni che avevano maturato un’esperienza sul campo o che nei propri circoli avevano dimostrato una certa attitudine a quel tipo di intervento: dalla capacità di costruire tra gli studenti a quella di individuare i terreni di formazione passando per il compagno che avrebbe dovuto mappare le vertenze sindacali da seguire.
La metà del coordinamento è composta da compagne elette per le loro qualità e per quanto dimostrato sul campo, non per raggiungere una quota.
Il coordinamento ha una scadenza mensile, sempre con una discussione politica al primo punto.
Col tempo le zone hanno discusso di tutto: dalla campagna “l’antifascismo è lotta di classe” verso il 25 aprile fino alla “strategia della tensione” verso il 12 dicembre, passando per la piattaforma dei Gc di Milano per approfondire le nostre rivendicazioni generali punto per punto. Lo sviluppo della discussione sulla situazione politica aveva sempre la priorità: dove sta andando il governo? E il sindacato? In che direzione si muovono i giovani e i lavoratori? Corrisponde a quello che si percepisce in azienda o in quartiere?
In ogni caso ogni zona aveva la propria specificità. La zona sud di Milano, ad esempio, ha discusso più volte dell’orientamento dei compagni nelle loro scuole e nei loro collettivi data la maggiore composizione studentesca: quando necessario abbiamo promosso anche commissioni specifiche. La zona nord ha sviluppato un più marcato lavoro antifascista, data la presenza di Cuore nero.
L’avvio della campagna studentesca di settembre ha portato i Gc davanti a più di 15 scuole per tre mesi consecutivi ogni settimana: l’elenco delle scuole veniva modificato di volta in volta a seconda dei risultati e delle indicazioni date dai compagni sul campo. I Gc lavoratori andavano davanti ai cancelli il sabato. Venute meno le mobilitazioni dell’Onda, ci è occorso un po’ di tempo per farci riconoscere come Gc e non essere confusi con altre formazioni di sinistra. In assenza di un autunno di lotte studentesche nazionali abbiamo avvicinato un nuovo settore di studenti medi che vuole costruire con noi la struttura.
Abbiamo fatto lo stesso anche davanti a call center ed aziende in lotta: Metalli Preziosi, Eutelia, Omnia etc…Lotte concrete richiedevano una discussione concreta e approfondita.
In linea di massima abbiamo prodotto un volantino ogni due settimane fino al volantone della campagna per piazza Fontana. Sul sito si possono scorrere raccolti in una rassegna – “Un anno di lotte”. Oltre a questo si posso trovare diversi articoli dalle questioni nazionali a quelle storiche, come l’intervista a Saverio Ferrari sulla strategia della tensione o l’articolo in due parti sul ventennale del crollo del muro di Berlino. Vi collaborano diversi compagni, pochi dei quali del coordinamento: vogliamo che diventi uno strumento utile per avvicinare i giovani, non solo la declinazione giovanile del materiale del partito o una scatola per il dibattito interno.
Tutto questo non fa crescere di per sè una struttura: permette solo di dare gli strumenti di controllo e di sviluppo agli attivisti. Lottiamo per un’organizzazione democratica e non verticistica: si può essere d’accordo o meno con quanto fatto, detto o scritto. Ma sicuramente non sono mancati i momenti per dirlo.

Monetine: l’autofinanziamento come metodo di costruzione

La vecchia direzione dei Gc di Milano era tanto dipendente dalle finanze del partito quanto il partito dipendeva dalle entrate istituzionali. Per quanto corretto che il partito finanzi la sua organizzazione giovanile, entrambi hanno un futuro se si ricostruiscono sulle forze della nostra classe.
Tradizione del movimento operaio e studentesco, l’autofinanziamento è la base dell’indipendenza economica e quindi politica delle forze della classe: inesauribile la sua solidarietà, a patto di non tradirla.
Un’impostazione esclusivamente istituzionale o televisiva concepisce l’autofinanziamento come una pratica umiliante da abbandonare col ritorno dei finanziamenti statali. I soggetti sociali di riferimento diventano target pubblicitari da colpire con lo slogan giusto. La situazione economica di estrema dipendenza del Prc dalle posizioni istituzionali è ovviamente peggiorata dopo la sconfitta del 2008.
Fin dal principio abbiamo osservato un’attenzione scrupolosa per l’autofinanziamento. Avendo legato il nostro antifascismo alla lotta di classe proponemmo di raccogliere 200 euro al corteo del 25 aprile da versare alla cassa di resistenza dell’Avio di Pomigliano, allora al centro di uno scontro verticale contro la chiusura – come in queste settimane avviene a Termini Imerese. Ne raccogliemmo 960: squadre di compagni sciamarono per tutto il corteo dallo spezzone mentre speakeraggi, slogan e musica dei Gc guidavano lo spezzone del partito. Si può gestire un sound system, fare slogan e brevi interventi politici tutto dallo stesso camionicino: nessuna delle tre cose esclude l’altra ma l’insieme della tre segna un approccio più militante e meno turistico ai cortei.
Fin dal principio abbiamo discusso un principio tanto elementare quanto efficace: non si chiedono i centesimi con un volantino per elemosina ma per discutere. Un giovane o un lavoratore versano un contributo quando comprendono che i Gc sono un’organizzazione di studenti e lavoratori per i diritti di studenti e lavoratori. Dare un volantino in meno, parlare con un giovane in più: volevamo partecipare al corteo in modo attivo, come ogni comunista che non si limita a sostenere le lotte ma le costruisce dovrebbe fare. Questo ha aiutato i compagni a vincere la timidezza e il coordinamento a comprendere meglio quello che si muoveva nelle scuole e nelle aziende. Resoconti più lucidi permettono prospettive più puntuali.
Pochi giorni dopo invitammo Domenico Loffredo, Gc dell’Avio di Pomigliano, a Milano per discutere della lotta degli operai e della parola d’ordine della nazionalizzazione. Versammo alla cassa di resistenza 500 euro: il nostro contributo a portare avanti la lotta su parole d’ordine sempre più combattive.
In generale utilizziamo l’autofinanziamento in ogni volantinaggio che facciamo: in questo modo paghiamo regolarmente al partito tutto il materiale stampato. Si deve considerare che a pieno regime le zone si nutrono di 3mila volantini alla settimana complessivamente e di almeno 500 manifesti. Sebbene non siano numeri enormi, col passare del tempo diventano un costo: i giovani devono riabituare i settori più combattivi della classe all’autofinanziamento, così come i compagni che studiano e lavorano imparano a costruire la propria struttura. Lo stesso si può dire per altre spese: striscioni, megafoni, bombolette, rimborsi per le manifestazioni etc…: spesso raccogliamo offerte anche durante le riunioni degli stessi Gc. Al coordinamento i responsabili di zona fanno versamenti al responsabile autofinanziamento.
La festa che abbiamo fatto a luglio, “Sotto una rossa stella”, è stata completamente autofinanziata: chiuse in attivo – oltre 200 euro – dopo tre giorni in cui i compagni oltre a divertirsi erano riusciti a confrontarsi con un delegato sindacale senegalese sul Pacchetto Sicurezza e con Gianni Frizzo della lotta delle Officine di Bellinzona sulle possibilità del conflitto di classe.
Ci sono molti modi di fare autofinanziamento. Feste, volantinaggi, cortei: la questione decisiva è il metodo con cui viene fatto e la prospettiva a cui viene legato.
Per quanto tutto questo possa sembrare un’ovvietà e senza voler fare la lezione a nessuno, va riconosciuto come la storia dei Giovani Comunisti sia sempre andata in un’altra direzione anche per quanto riguarda i metodi di costruzione.

Nuotare contro la corrente

La democrazia interna e l’autofinanziamento sono solo due esempi di come sono stati ricostruiti i Gc di Milano. Non abbiamo lo spazio per poter descrivere nel dettaglio tutti i nostri interventi: dal 25 aprile alla campagna elettorale, dall’intervento alla Innse a quello nella lotta delle scuole serali, dalla campagna elettorale alle discussioni politiche, dalla manifestazione nazionale del 23 maggio alla festa di luglio, dalla campagna davanti alle scuole allo spezzone studentesco tra gli operai della Fiom il 9 ottobre, dalla pubblicazione della piattaforma di lotta – “Solo la lotta paga” alla campagna con i comitati inquilini per la battaglia abitativa milanese, dall’intervento all’Eutelia occupata di Pregnana allo spezzone del 12 dicembre per piazza Fontana.  In ogni caso la lettura del materiale prodotto e la visione delle foto pubblicate non rendono giustizia dell’entusiasmo che i compagni hanno messo in questi mesi ma possono essere una buona approssimazione di quello che intendiamo per un’organizzazione di battaglia di studenti e giovani lavoratori.
Pensiamo in ogni caso che questi esempi pratici possano essere un contributo rispetto ai metodi di costruzione che i Gc dovranno darsi a livello nazionale.
I Giovani Comunisti avranno un futuro se saranno in grado di riconnettersi ai settori più combattivi dei giovani e di scuotere il partito dalle fondamenta: l’esperienza pratica dimostra come un obiettivo del genere non possa essere sviluppato da un gruppo dirigente d’allevamento ma solo da una direzione formatasi nelle lotte reali e cresciuta nelle fatiche della costruzione reale.
Per tutta una fase dovremo nuotare contro la corrente: scorciatoie burocratiche o governiste non faranno altro che sfracellare la nostra struttura sui duri scogli della realtà.
Il nostro compito è invece quello di approdare in mare aperto ben consci della direzione da seguire.

NO AGLI ACCORD CON L’UDC, FUORI DALLE GIUNTE DI CALABRIA E CAMPANIA

Una risposta di parte, verso la conferenza nazionale
di Matteo Iannitti – estinto coordinamento nazionale Giovani Comunisti

Qualche giorno fa le compagne e i compagni del documento 2 alla
prossima conferenza nazionale dei giovani comunisti “lottare, occupare,
reistere” hanno scritto un documento “Noi partigiani di domani non
siamo arruolabili nel “Cln” del duo Casini-Bersani” nel quale
chiedevano esplicitamente ai compagni che hanno scritto e sottoscritto
il documento 1 “una generazione di sogni, conflitti e rivoluzioni” una
presa di posizione in merito alle dichiarazioni di Paolo Ferrero in
merito agli accordi di governo con PD ed UDC alle elezioni regionali e
dell’accordo elettorale con PD, UDC e forse l’MPA per eventuali
elezioni politiche.

Sono convinto che non solo le compagne e i compagni del secondo
documento meritino una chiara risposta ma che tutte/i abbiano il
diritto di sapere come la pensano coloro che hanno firmato il
cosiddetto documento “unitario”. È chiaro che tale documento non ha
dietro un collettivo politico compatto. Tra i compagni ci sono molti
punti di vista diversi e dopo lo sforzo della sintesi per
l’elaborazione del documento comune, pochi sono stati i momenti comuni
di discussione politica. Per questo la mia risposta è parziale perchè
impossibile per chiunque prendere una posizione a nome di tutti i
compagni che hanno firmato il documento.

Non voglio eludere o annacquare la questione che è stata posta nel
documento scritto dai compagni della mozione 2, io sono convinto che la
posizione di Ferrero sul CLN con l’UDC e sulle alleanze regionali sia
sbagliata e dannosa e che occorre far emergere con forza l’opposizione,
trasversale alle aree del partito, a queste scelte.

Abbiamo tutti partecipato al Congresso di Chianciano con un grande
carico di coraggio, indignazione e speranza. Abbiamo contriubuito
tutte/i a lacerare rapporti personali e politici in nome della
chiarezza politica, della ricerca di un limpido orizzonte strategico.
Abbiamo pensato che ne valesse la pena. Ci siamo illusi che tutto, da
quella vittoria, dalle note di bandiera rossa sul palco di Chianciano,
sarebbe cambiato. Abbiamo sbagliato.
Abbiamo innanzi tutto sbagliato a credere che identità e radicalità
sarebbero riuscite a vivere insieme nel Partito. A più di un anno da
quel congresso possiamo tranquillamente dire che questo non è successo.
L’identità è rimasta, la radicalità si è infranta nelle aule
consiliari, nella scelta di mantenere i pacchetti di voti piuttosto che
i compagni di base, tante volte critici ma che altrettante volte hanno
ragione. Così abbiamo, giustamente, visto andar via il compagno Vendola
ma non ci siamo preoccupati di mandare a casa il compagno Corrado
Gabriele, assessore regionale nella giunta Bassolino in Campania.
Abbiamo abbandonato i compagni di Sinistra Critica, sbagliando perchè
sulla guerra avevano ragione loro, però ci siamo tenuti stretti il
compagno Guagliardi, assessore regionale in Calabria nella giunta
Loiero. Poteva la svolta a sinistra convivere con il grado di
collusione del nostro Partito con il malgoverno meridionale? No. E così
abbiamo creato due partiti in uno. Da un lato federazioni e circoli
radicali, indisponibili a qualsiasi alleanza con un PD corrotto e
moderato, proprio come quello siciliano, disponibile ad entrare in
giunta con l’MPA di Lombardo ed un pezzo del PDL. E dall’altro lato
notabilati locali, abituati a governare, magari guidati da personaggi
importanti e autorevoli, capaci di spostare con una telefonata
pacchetti di tessere o di voti, a seconda di congressi o elezioni e
chissà conferenze dei giovani comunisti. Personaggi inadeguati a
restare in un partito exparlamentare e chissà, magari con un piede
dentro il PD, a seconda se vengono o meno candidati nelle nostre liste.

Questo è il Partito che abbiamo e i Giovani Comunisti, di questo partito malato, ne devono necessariamente discutere.

Arriviamo
agli accordi regionali e alla proposta di Ferrero sul CLN. Poniamoci la
solita domanda. Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra
devono essere l’ala sinistra del centrosinistra o un terzo polo
anticapitalista e comunista d’alternativa? Una forza antisistema o una
forza con potenziale di coalizione nel sistema bipolare? Sono convinto
che solo nella nostra collocazione fuori dal bipolarismo, antisistemica
e rivoluzionaria possiamo trovare ragion d’essere e creare un nuovo
entusiasmo.

Tuttavia non tutti la pensiamo così. Ed ecco che in quasi tutte le
regioni ci alleeremo col PD, anche quando il PD si allea con l’UDC.
Così ci ritroviamo alle regionali alleati con l’UDC. E la forza
antisistema, anticapitalista e rivoluzionaria non esiste più. Esisterà
invece una bella falce e martello, lucidata per l’occasione, senza più
neanche il minimo significato, capace prima di votare la guerra e poi
di allearsi con i mafiosi. Esisteranno quelli che si definiscono
comunisti ma hanno pratiche democristane, con i loro pacchetti di
tessere e i loro pacchetti di voti, tutti i clienti dei loro
assessorati.

Non c’è scampo. Però c’è la conferenza nazionale dei Giovani
Comunisti, una tribuna democratica nella quale confrontarsi. Dove
possiamo dire delle cose molto chiare. Possiamo dire per esempio che la
tempistica dell’intervista di Ferrero o è da pazzi oppure è funzionale
a sdoganare gli accordi regionali con PD e UDC. Possiamo dire che è
scandalosa la nostra presenza in giunta in Calabria e Campania.
Possiamo dire che bisogna combattere lo squallido carrierismo presente
nella nostra organizzazione. Possiamo denunciare autocriticamente,
perchè tutti ne siamo coinvolti, la subalternità dei Giovani Comunisti
alla Segreteria Nazionale del Partito. Possiamo proporre di costruire
un’organizzazione giovanile capace di incalzare il Partito anche su
temi sensibili, capace di trovare il coraggio di urlare che il re è
nudo.

Oggi che il nostro Partito è in grossissima difficoltà ma la
sinistra è in riorganizzazione non possiamo stare in silenzio. Tante
sono le orecchie, lì fuori, che ci ascoltano. Alcune interessate, molte
schifate.

Credo fermamente che possiamo riuscire a costruire una organizzazione
giovanile capace di ricostruire un immaginario rivoluzionario, stare
dentro i movimenti, essere protagonista di tutte le lotte. Se resteremo
nel limbo del “riformismo radicale” non stupiamoci quando troveremo
compagni più entusiasti di Di Pietro e del PD che di un Comunismo privo
di ideali e disponibile ad ogni compromesso.

Ho contribuito a scrivere il documento 1 della conferenza dei GC e
sono d’accordo con ogni parola scritta nel documento della seconda
mozione in merito al CLN e alle elezioni regionali.

Propongo
di produrre ordini del giorno comuni sulla questione da approvare anche
alla conferenza nazionale. Proprio perchè dobbiamo essere unitari.

Buona Conferenza a tutte e tutti.

IN CODA AI MOVIMENTI O IN PRIMA FILA NELLE LOTTE?

Una riflessione
concreta sull’orientamento studentesco dei Giovani comunisti

 Di Alessio
Marconi (documento 2 alla conferenza GC Lottare, occupare, resistere)
 

Dal movimento
che ha scosso l’intero sistema dell’istruzione pubblica nell’autunno
del 2008, questa conferenza è il primo momento di confronto generale
che abbiamo a disposizione come compagne e compagni dei Giovani comunisti
su quale debba essere il ruolo, quale il programma, quale la tattica
della nostra struttura nella lotta per il diritto allo studio. E finalmente!
Chi ha guidato l’organizzazione in questi anni, ancor prima di far passare
le linee che ne hanno minato la crescita e il radicamento, si è assicurato
di non incorrere mai nell’inconveniente di una discussione democratica
che potesse dare voce e un orientamento organico ai compagni che militano
ogni giorno nei luoghi di studio. Il primo auspicio che possiamo fare
è quindi che questo non si ripeta mai più: un’organizzazione comunista
per poter vivere e lottare ha bisogno del dibattito come dell’ossigeno;
garantirlo, pretenderlo è diritto e compito di ogni compagno, oggi
come in qualunque momento della vita dell’organizzazione.
 

La situazione
che ci è consegnata non è certo delle migliori: i Giovani
comunisti hanno perso molto del radicamento che avevano fino a qualche
anno fa nel movimento studentesco, ci ritroviamo in molti casi a dover
reimpostare il lavoro da zero, o da sotto zero laddove il nome dei Giovani
comunisti e di Rifondazione è legato nella memoria degli studenti alla
politica governista che ci fa accomunare né più né meno agli altri
partiti, con in più l’idea non esattamente positiva che la maggioranza
dei giovani ha sui “comunisti” , frutto di un arretramento ideologico
che rincorre e a volte supera quello dei rapporti di forza reali nella
società.
 

Ogni compagno
che milita quotidianamente nelle scuole e nelle università sa
bene quali sono le difficoltà a sviluppare un intervento, quanto
sia forte la corrente contro cui dobbiamo nuotare. Eppure, nonostante
la difficoltà della situazione in cui si trova la nostra organizzazione,
la crisi del capitalismo rende più sottile il muro da rompere perché
numerosi studenti possano prendere in mano la propria vita, decidendo
di costruire al nostro fianco lo strumento della propria emancipazione.
Il problema che ci tocca primariamente allora è proprio capire quale
sia lo strumento, che allo stesso tempo ci serve per rompere questo
muro e da offrire a chi ci rivolgiamo. Con questo, e non con altro,
devono confrontarsi le posizioni espresse in conferenza.
 

La prima arma
di ogni organizzazione è il suo programma. Per anni i Gc non si
sono dotati di un chiaro programma di classe in difesa del diritto allo
studio, perdendosi dietro frasi che, facendo del concetto di “autoriforma”
il punto centrale, erano pronte a far passare tutto e il contrario di
tutto, a patto che fosse sufficientemente “suggestivo”. In questo
modo si facevano passare dietro alle espressioni più altisonanti le
linee più moderate. In tutti questi anni abbiamo condotto una battaglia
intransigente perché i Gc si dotassero di una piattaforma rivendicativa
all’altezza della battaglia che devono combattere: l’abolizione di tutte
le controriforme dell’istruzione dall’Autonomia Scolastica e universitaria
in poi, l’accesso gratuito ad ogni livello di istruzione, l’abolizione
dei numeri chiusi, l’immediato raddoppio dei finanziamenti all’istruzione
pubblica, i libri in comodato d’uso, la democrazia nelle scuole e nelle
università sono alcune delle parole d’ordine che abbiamo sempre spiegato
che l’intero partito doveva adottare. Nel leggere queste rivendicazioni
presenti nel documento 1 non possiamo quindi che essere felici, fuori
da ogni ironia.
 

Ecco, ci auguriamo
giusto che quando si parla di “
protagonismo
studentesco” che va oltre agli “spazi democratici di assemblea e
rappresentanza” e che mira alla “programmazione collettiva di ciò
che si studia e di ciò che viene insegnato, rompendo lo schema gerarchico
che impedisce agli studenti di partecipare, come soggetto collettivo,
alla determinazione degli indirizzi didattici” non si stia poi cercando
di lasciare socchiusa una finestrella sul retro per l’autoriforma cacciata
dalla porta.
 

Senza soffermarci
ulteriormente su quanto possano essere nocivi spifferi del genere, passiamo
al problema vero: come possiamo portare avanti questo programma nella
pratica, tanto più in un contesto difficile come quello attuale?
 

Qui confessiamo
di avere qualche problema a comprendere la proposta del primo documento:
dovremmo “
incentivare il
percorso politico dell’Onda, indirizzandola verso una ricomposizione
delle subalternità”. Se ricomposizione delle subalternità significa
genericamente combattere le disuguaglianze è dura non essere d’accordo,
ma ci pare un concetto un po’ vago. Cosa significa invece incentivare
il percorso politico dell’Onda? Vuol dire che l’Onda è stata in tutto
e per tutto ciò di cui c’era bisogno e che i Gc devono dare gambe a
quell’esperienza prendendola così com’è? Ma questo non spiega perché
l’Onda non ha vinto (e che non abbia vinto è un dato incontrovertibile)
e ci metterebbe al servizio di una causa persa. Ancora, cosa vuol dire
incentivare il percorso politico dell’Onda più di un anno dopo che
l’Onda si è arenata? Esiste ancora un percorso politico dell’Onda?
Se sì, cos’è? Crediamo che l’Onda sia stata qualcosa di troppo importante
per essere semplicemente evocata come spirito protettivo: se vogliamo
essere davvero utili a chi fece vivere quella lotta e alle lotte future
dobbiamo comprendere lucidamente i punti di forza ma anche i limiti
di quell’esperienza. Il primo fu, guarda caso, la mancanza di una piattaforma
di lotta.
 

Ecco come un
problema teorico cade nella prassi politica: potevano i Giovani comunisti
far sì che l’Onda facesse proprio un programma di classe, efficace,
radicale, chiaro? Dovevano porsi concretamente il problema di fare in
modo che ciò avvenisse? E se sì, come potevano farlo? In queste domande
risiede tutta la differenza fra un programma usato come semplice dichiarazioni
di intenti e uno che sia un obiettivo e strumento reale di una lotta
quotidiana. Non vediamo nel primo documento la risposta a queste domande.
 

Ci si dice che
i Gc devono sforzarsi “nella pratica dell’internità ai collettivi
studenteschi e ai movimenti dei lavoratori della formazione”. Certo,
ci mancherebbe solo che i Gc non stiano nei processi di lotta! Ma come
ci stanno? Per fare cosa? Con quali proposte? La proposta finale, risolutiva
del primo documento è questa: “Il nostro scopo non deve essere quello
di replicare in ogni realtà la stessa struttura, bensì quello di mettere
in relazione tra loro – attraverso la definizione di una rete dei
soggetti in formazione – tutte le realtà di movimento (collettivi,
strutture territoriali dei sindacati studenteschi, circoli di partito)
nelle quali le nostre compagne e i nostri compagni operano.”
 

Senza soffermarci
troppo
sul fatto che, se non vogliamo teorizzare
la completa identificazione tra movimento e partito, un nostro circolo
è ancora cosa diversa da una struttura di movimento, ci pare che come
proposta la “rete dei soggetti in formazione” non sia la soluzione
ai problemi del movimento studentesco italiano, né a quelli del radicamento
studentesco del nostro partito. Lo dimostrano, ancor prima dei nostri
argomenti politici, anni e anni di lotte studentesche in cui abbiamo
visto riproporsi, una dopo l’altra, reti su reti: ogni volta si propone
una rete che crolla non appena le lotte si esauriscono.
 

I Giovani Comunisti
non possono essere coordinatori dietro le quinte, e magari in splendido
anonimato, delle reti di movimento. Fosse solo un problema di coordinamento,
non era forse l’assemblea della Sapienza del 15-16 novembre 2008 uno
splendido esempio di messa in rete delle lotte e della maggioranza dei
collettivi studenteschi attivi in quell’autunno? Eppure non ha fatto
fare neanche mezzo passo avanti al movimento, anzi, l’ha sepolto sotto
la pietra dell’autoriforma, dell’irrappresentabilità, dell’antidemocraticità.
Nell’Onda i Gc c’erano, si sono messi al servizio del movimento, sono
stati interni ai collettivi, hanno fatto rete. Tutto questo da solo
non è servito, né a noi né al movimento. Ripetere gli stessi errori
porterà agli stessi risultati.
 

La contrapposizione
allora sta tutta qui: vogliamo dei Gc che forniscono un appoggio esclusivamente
organizzativo e politicamente si accodano alle strutture di movimento,
facendo evaporare la propria piattaforma, o piuttosto dei Gc che stanno
nei collettivi e nelle lotte per far sì che le proprie posizioni permettano
un avanzamento delle lotte stesse? Noi siamo convinti che la linea da
seguire sia quest’ultima. Spiegare pazientemente, come diceva Lenin,
deve essere la nostra parola d’ordine, spiegare le nostre posizioni
con chiarezza e senza remore, senza aver paura di affrontare qualsiasi
discussione, anche la più difficile. In questo senso ogni discussione
sarà al tempo stesso un avanzamento del dibattito e, non dimentichiamolo,
un’occasione di formazione politica per noi stessi:
 

Qual’è 
lo strumento che manca al movimento studentesco italiano per superare
i suoi limiti cronici e al tempo stesso lo strumento migliore attraverso
il quale i Giovani comunisti possono intervenire nelle lotte? Noi crediamo
che questo strumento sia una struttura studentesca nazionale che porti
avanti i punti della nostra piattaforma studentesca, che sia antifascista
e democratica al proprio interno. Una tale struttura potrebbe dare un
contributo fondamentale per coordinare le mobilitazioni a livello nazionale
e al tempo stesso per portare avanti, all’interno delle mobilitazioni,
le proposte più avanzate. Chi ricorda il (basso) livello di democrazia
dell’Onda capisce subito che anche le proposte migliori hanno bisogno
di una forza strutturata alle spalle.
 

Ma per fare questo,
ci si potrebbe chiedere, non bastano i Giovani comunisti? Il fatto è
semplice ed evidente a chiunque cerchi di costruire un radicamento nella
propria scuola o università: ci sono larghi strati di studenti che
hanno a cuore la difesa dei propri diritti e che sono disposti ad attivarsi
per la lotta in difesa della scuola pubblica ma che ancora non ritengono
utile né corretto entrare nei Gc. Per questo è necessario creare una
struttura nazionale di lotta studentesca che risponda a questa loro
esigenza: un’organizzazione nazionale in difesa della scuola pubblica,
per l’appunto.
 

Il compito dei
Giovani comunisti in una struttura del genere sarebbe quella di fare
le proposte corrette, spiegare pazientemente come la lotta per il diritto
allo studio si debba legare a una lotta per l’abbattimento del capitalismo
e per la costruzione di un’alternativa socialista. In questo modo potremo,
oltre a concorrere nella costruzione di uno strumento fondamentale per
le lotte studentesche, guadagnare alle nostre posizioni e avvicinare
alla nostra organizzazione tutti quegli studenti di cui saremo in grado
di guadagnare la fiducia nella lotta quotidiana fianco a fianco.
 

I compagni che
avanzano questa proposta da anni portano avanti l’esperienza del Csp
(Comitato in difesa della scuola pubblica) e del Csu (Coordinamento
studentesco universitario). Il Csp-Csu è l’inizio di una struttura
studentesca nazionale, che raccoglie collettivi studenteschi e universitari
sull’intero territorio nazionale, promossa da Giovani comunisti ma che
raccoglie militanti di altre strutture e, soprattutto, studenti che
non hanno altre forme di militanza politica.
 

La portiamo ad
esempio, e non certo per una questione di feticismo, ma semplicemente
come inizio di un lavoro che crediamo i Gc dovrebbero fare congiuntamente
nelle scuole.
 

Basti pensare
che il Csp nasce nel 1998 da una proposta di Bertinotti, che lo propose
per ricostruire un radicamento nelle scuole dopo l’infausta esperienza
del primo governo Prodi. Abbiamo da sempre il vizio di credere che alle
parole debbano seguire i fatti e quindi ci mettemmo a totale disposizione
di quell’esperienza, accorgendoci purtroppo molto presto che per chi
l’aveva proposta erano, appunto, solo parole, e quindi ritrovandoci
da soli a portare avanti questo lavoro.
 

Oggi come allora
mettiamo a disposizione dell’organizzazione le nostre forze e l’esperienza
maturata in questi anni. Non siamo formalisti: non vogliamo certo proporre
che i Giovani comunisti debbano in ogni scuola o università abbandonare
qualsiasi intervento portato avanti sinora per costruire da zero un
Csp o un Csu. Crediamo anzi che laddove siamo presenti nei collettivi,
o anche in strutture come l’Uds, se valutiamo che il lavoro può dare
i suoi frutti (ma solo se può farlo!) dobbiamo rimanervi; ma, come
dicevamo prima, solo a condizione di aprire e portare avanti con tutta
la tenacia che abbiamo una battaglia perché tali strutture assumano
un programma e dei metodi corretti. Se ci riusciamo, porre il problema
della necessità di coordinarsi in una struttura studentesca nazionale
sarà un passaggio naturale.
 

Ogni proposta
e ogni linea politica ha il proprio esame nella realtà della lotta
di classe e nei risultati che porta, siano essi positivi o negativi.
Quello che chiediamo ai compagni in questa conferenza è di guardare
lucidamente a quali risultati ha portato la linea tenuta sin qui, e
alla luce di questo di considerare, in primo luogo leggendo i documenti,
con serietà quali proposte possono risollevare la nostra organizzazione,
non su un pezzo di carta ma nel concreto del lavoro quotidiano. Una
volta scelta la linea, sarà compito di ogni compagno giudicare nel
tempo con attenzione e severità i suoi risultati, il suo successo o
il suo fallimento. Ma, se è vero che a molti errori c’è rimedio, è
certo che il problema di quale sarà la linea ufficiale dei Giovani
comunisti dal 22 febbraio non è indifferente.

IN RISPOSTA AI TANTI COMMENTI: ANCORA A PROPOSITO DI GC E ALLEANZE

di Simone Oggionni

Le risposte e i commenti al mio contributo sul tema delle alleanze sono stati tali e tanti da rendere necessaria una ulteriore puntualizzazione, incentrata in maniera esclusiva, come è ovvio, sulle note critiche e di dissenso.
Matteo Amatori sostiene due cose secondo me molto interessanti. In primo luogo ci ricorda che il conflitto sociale e l’iniziativa di massa sono centrali. In secondo luogo che l’efficacia e la credibilità di un partito (a maggior ragione di un partito comunista) si misura innanzitutto con la sua capacità di essere coerente tra ciò che promette e i fatti che produce. Condivido pienamente: è per questo che – lo ripeto – il tentativo di ridurre un dibattito così articolato come quello che ci aspetta alla prossima conferenza ai meri assetti istituzionali del partito è un tentativo deprimente, che disvela tutta la nostra subalternità ad una logica elettoralistica e, appunto, istituzionalistica. Invece, prima, viene il conflitto sociale e la capacità di produrre consenso a partire dalle lotte che conduci e dalle vertenze che determini.
Sulla coerenza tra le promesse e i fatti (che Matteo dice Rifondazione abbia abbandonato più volte, sia nell’esperienza del governo Prodi, sia nel passaggio da Chianciano ad oggi): proviamo a ragionare con attenzione. Rifondazione (tutta la sinistra) ha tradito la fiducia del suo popolo condividendo con il centro-sinistra politiche anti-sociali e politiche di guerra aberranti. L’errore di fondo (che spesso viene dimenticato anche nelle numerose autocritiche a cui ciclicamente assistiamo) fu quello di non vincolare la nostra partecipazione a quel governo ad impegni programmatici precisi. Si scelse di non contrattare il programma e, in nome di una logica pregiudiziale e ideologica, di costruire a qualunque costo prima l’Unione e poi il governo. Gli esiti sono stati, come ben ricordava Matteo, catastrofici.

RILANCIO DEI GC, ALLEANZE, CONFLITTO SOCIALE: UNA RISPOSTA NON GOVERNISTA AL SETTARIMO

di Simone Oggionni

I compagni di Falce e Martello hanno fatto circolare nei giorni scorsi un articolo, molto polemico, il cui contenuto è ben riassunto nel titolo: «Cln con Casini? La conferenza dei Giovani Comunisti deve dire No”.
Qual è l’obiettivo del testo? Provare a capitalizzare il mal di pancia che serpeggia nel partito all’avvicinarsi delle elezioni regionali e a canalizzarlo in un voto al documento che questa componente ha presentato in alternativa al «documento unitario».
Non c’è infatti alcuna attinenza immediata tra il lavoro della nostra organizzazione giovanile (le proposte per la riorganizzazione, le priorità di iniziativa politica) e le scelte di carattere tattico che il partito (ripetiamo: il partito, non l’organizzazione giovanile) è chiamato a compiere in coincidenza della tornata elettorale.
La nostra conferenza nazionale è chiamata a decidere in ordine alla nostra linea politica, alle modalità tramite cui ricostruire una struttura fortemente indebolita. Noi tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo su questo: se vogliamo un’organizzazione settaria o se vogliamo provare a costruire un’organizzazione con basi di massa; se vogliamo un’organizzazione ideologicamente rigida o se vogliamo provare a costruire un intellettuale collettivo in grado di interloquire con i nostri tempi; se vogliamo chiuderci a riccio nella celebrazione di noi stessi o se vogliamo avviare un percorso unitario che ci metta in relazione con migliaia di compagne e di compagni che non sono iscritti al nostro partito.
Quindi, in primo luogo, questa considerazione: il tentativo di spostare i riflettori su di un argomento estraneo al nostro campo di azione e di intervento (nostro come organizzazione, non come singoli iscritti al partito, ovviamente) è quanto di più strumentale si possa congegnare ed è  soltanto funzionale a mettere in sordina la discussione reale sulle forme dell’organizzazione, della riorganizzazione e sul contenuto della nostra (dei Gc, non del Prc) linea politica.
Chiarito questo e premesso che parliamo comunque di orizzonti (e non di fatti all’immediato ordine del giorno: la scadenza naturale della legislatura è nel 2013, tra tre anni e mezzo), entriamo nel merito.

GIOVANI E COMUNISTI IN FABBRICA

Giovani e comunisti in fabbrica: l’esperienza della Fiat di Pomigliano D’Arco

di Domenico Loffredo (Segretario del circolo PRC Fiat auto – Avio di Pomigliano d’arco. Documento 2 “Lottare, occupare, resistere” alla conferenza dei GC)

La Conferenza dei Giovani Comunisti quest’anno è inserita in uno scenario sociale che non ammette errori, specie perché dovrebbe servire a formare nuove leve, di cui il partito ha notevolmente bisogno,  che sappiano  affrontare il domani.
Oggi ci troviamo immersi in una crisi che ha dei risvolti inediti per la maggior parte della popolazione italiana, ed è giusto partire da questo dato per comprendere le difficoltà che ci troviamo ad affrontare. Solo analizzando concretamente la fase che viviamo e relazionandola alle esperienze passate potremo avere, come comunisti, la possibilità di trovare le giuste soluzioni, rendendole al contempo credibili agli occhi della nostra gente.
È proprio il dato generale della crisi a rendere particolare il campo di battaglia in cui ci troviamo e in cui si trovano specialmente le nuove generazioni che più di ogni altro pagano il prezzo in termini di disoccupazione, espulsione dal mondo del lavoro in seguito ai contratti non rinnovati, maggior ricattabilità sul posto di lavoro per mezzo della precarizzazione e assoluta assenza di prospettive per la propria esistenza.
Una situazione drammatica che fatica a trovare uno sbocco politico all’altezza della situazione.
Il nostro lavoro affinché le giovani generazioni non paghino il costo sociale della crisi va di pari passo con la necessità di guadagnare terreno e consenso da parte nostra, a partire dai singoli luoghi di lavoro. Cosa non facile, considerando la sfiducia nella politica e nei partiti, specie quelli storici, testimoniate dal proliferare di nuove formazioni politiche, nonostante queste siano per lo più solo nuova pelle di vecchi serpenti.

Il tema è dunque come riconquistare la fiducia del nostro popolo per riuscire a portare avanti le nostre idee, e soprattutto come farlo in un contesto caratterizzato dalla crisi e da un generale livello di arretramento delle forze del nostro campo, che non manca di produrre però l’esplodere di lotte che assumono tratti di radicalità e combattività come non vedevamo da tempo.
Bene, il nostro partito dopo notevoli cambiamenti e scosse oggi riprende a lavorare, tra mille difficoltà, in questo senso. Lo fa  tentando un dialogo oramai quasi del tutto perso, in special modo con i lavoratori, per far capire a quest’ultimi che c’è ancora un partito che si definisce comunista e che tende a ridare voce agli sfruttati.
Lo sforzo fin qui perpetrato si è basato per lo più su una presenza mediatica (comunicati stampa o presenze simboliche ai presidi di lotta) e un sostegno materiale dato attraverso  le pratiche di mutualismo, con la buona esperienza del partito sociale, le casse di resistenza, la vendita di prodotti a basso costo per sostenere economicamente la lotta e così via.
Ritengo che questa strategia sia giusta, a patto però di non perdere di vista il vero lavoro che bisogna svolgere per la risoluzione definitiva dei problemi che attanagliano il mondo operaio.
Queste pratiche infatti rischiano di essere insufficienti a confronto dei disagi percepiti dai lavoratori e possono risultare efficaci solo se si aggiunge sostanza a quanto fatto, entrando cioè nel merito delle vertenze con proposte precise su cui far intervenire il corpo militante del partito e dei Giovani Comunisti.
In altre parole il punto è che abbiamo bisogno di un salto di qualità che permetta il passaggio da un approccio basato essenzialmente sul sostegno, dato per lo più dall’esterno delle mobilitazioni, a un altro che punta ad entrare nel  merito della lotta e in prima  fila, con l’obiettivo di essere percepiti come parte interna alla mobilitazione stessa, in grado di intervenire con i lavoratori, da pari, con le nostre proposte di merito e di metodo. È questo l’unico modo per rompere la diffidenza che possiamo avere intorno quando ci approcciamo ad  una  mobilitazione.
Questa modo di agire si può produrre solo se si ha una conoscenza dei problemi delle varie vertenze che si presentano quotidianamente ai nostri occhi, che spesso hanno gli stessi risultati (tagli del personale, chiusure di impianti, delocalizzazioni) ma risoluzioni più complesse che non possono seguire schemi precostituiti, e ancor meno più bastare lo schiacciamento delle nostre posizioni su quelle sindacali.
Sarebbe infatti un grave errore affrontare il mondo del lavoro con tutte le sue diverse sfaccettature sempre con lo stesso approccio. La realtà è che per dare sbocchi che possano essere ritenuti perseguibili dai lavoratori c’è un elemento fondamentale: la conoscenza diretta delle dinamiche e degli andamenti delle lotte, che vuol dire comprendere i rapporti di forza come gli aspetti psicologici, che spesso fanno da elemento determinante nel rendere percorribile o meno una soluzione.
Questo ragionamento è particolarmente valido per le giovani generazioni di lavoratori che oggi percepiscono Rifondazione, ma anche i Giovani Comunisti, come qualcosa di distante dalla propria attività politica quotidiana, col paradosso di compagni che magari sono presenti nei luoghi di lavoro, ma non hanno nessun indirizzo dal proprio partito per intervenire nelle mobilitazioni.
Quindi la presenza di compagni all’interno dei luoghi di lavoro può concederci elementi utili alla pianificazione di strategie adeguate ad ogni singolo caso, ancor di più se il partito e i GC divengono il luogo di confronto delle diverse esperienze in lotta.

Sulla base di questa riflessione il circolo di FIAT AUTO-AVIO di Pomigliano D’Arco sta lavorando, riuscendo ad incidere, nonostante tutte le difficoltà, nel percorso di lotta, ottenendo così la fiducia di buona parte dei lavoratori che vedono comunque nei compagni un punto di riferimento su cui fare affidamento.
Un gruppo di compagni che oltre ad essere impegnati in prima fila sul terreno sindacale, intervengono come circolo di fabbrica tra i lavoratori. Un circolo che dopo un periodo di forte crisi si è riattivato a partire da singoli quadri rimasti nelle fabbriche rendendo possibile la sua ricostruzione e il suo rilancio.
A Pomigliano è stato perciò possibile il passaggio di testimone alle giovani generazioni, garantendo l’entrata di giovani operai nella lotta politica a partire dalla fabbrica e innescando un processo di formazione collettiva di quadri che è un bene prezioso per l’intero partito.
Certo non sempre si riesce a raggiungere gli obiettivi prefissati ma quanto meno questo ci da la possibilità di superare quel muro tra i lavoratori e il corpo vivo delle idee comuniste che si è creato attorno al nostro partito, a causa di tanti errori e di mancanza di strategie.
Ci tengo a sottolineare questo aspetto perché la forza lavoro presente nel sito produttivo di Pomigliano D’Arco ha un’età media di 35 anni, e non è affatto facile parlare con loro di temi quale la nazionalizzazione, ma questo è stato possibile proprio conoscendo fino in fondo e vivendo la discussione in fabbrica,  articolando una proposta capace di sfidare quanto Marchionne e Fiat dicevano e dicono rispetto al mercato automobilistico in Italia e nel mondo.
Con questo approccio è stato possibile elaborare la proposta di  voler costruire una autovettura ecologica capace di dare prospettive future ai lavoratori. Proposta che ha avuto un ascolto in fabbrica grazie al lavoro quotidiano dei compagni in cui il ruolo dei giovani comunisti presenti nel circolo è stato sicuramente fondamentale nell’abbattere la barriera di diffidenza nei nostri riguardi.
Credo per questo che la nostra esperienza, per quanto parziale, possa essere utile per fornire un esempio di come sia possibile riconquistare terreno perduto attraverso un radicamento nei luoghi di lavoro.

Gli sforzi da compiere sono tanti ancora, ma è per questo che mi rivolgo ai Giovani Comunisti; la direzione da seguire e gli impegni da perpetrare devono assolutamente seguire questi aspetti, utilizzando le conoscenze passate, adeguandole al presente e modellandole sulla realtà.
Senza stravolgere i nostri capisaldi, potremo ottenere un buon ritorno al futuro.

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