di Simone Oggionni, comitato di gestione Giovani Comuniste/i
Non servono molte parole per descrivere il Paese, la crisi drammatica nella quale è sprofondato. Basta guardare il computo di oltre 13mila imprese in meno in un anno (la differenza tra quelle fallite e le nuove attività, secondo i dati delle Camere di Commercio) oppure i 550mila posti di lavoro perduti nello stesso periodo di tempo (Banca d’Italia). Basta fare due conti in tasca alle famiglie operaie, parlare con un’intera generazione in attesa, senza prospettive, senza futuro. Lo abbiamo detto in tutti i modi possibili: è la crisi del capitalismo, che sprigiona senza rete i suoi effetti distruttivi. Ed è la crisi di una classe dirigente che da trent’anni, anche nel nostro Paese, è impegnata a dissolvere diritti e conquiste di un mondo del lavoro sempre più abbandonato a se stesso. Anche da questa realtà materiale emerge l’urgenza, in primo luogo per noi giovani, di tornare a fare politica. Provando a metterci del nostro, lavorando per un progetto che abbia al suo centro la critica netta e non mediabile al sistema capitalista e alla sua logica e, insieme, un conflitto sociale che restituisca alla società un suo protagonista dimenticato: il mondo vasto e vario del lavoro dipendente e subordinato, precario e sfruttato, in tutte le sue forme. E se la politica è lo strumento dell’organizzazione dei conflitti e della costruzione, a partire da essi, di una trama organica e complessiva, allora noi Giovani comuniste/i non possiamo stare a guardare. Dobbiamo prendere il toro per le corna, e affrontare la questione salariale.








