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CLN con Casini PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 05 Gennaio 2010 06:44

 

I compagni di Falce e Martello hanno fatto circolare nei giorni
scorsi un articolo, molto polemico, il cui contenuto è ben
riassunto nel titolo: «Cln con Casini? La conferenza dei Giovani
Comunisti deve dire No”.



Qual è l’obiettivo del testo? Provare a
capitalizzare il mal di pancia che serpeggia nel partito
all’avvicinarsi delle elezioni regionali e a canalizzarlo in un
voto al documento che questa componente ha presentato in
alternativa al «documento unitario». Non c’è infatti alcuna
attinenza immediata tra il lavoro della nostra organizzazione
giovanile (le proposte per la riorganizzazione, le priorità di
iniziativa politica) e le scelte di carattere tattico che il
partito (ripetiamo: il partito, non l’organizzazione giovanile) è
chiamato a compiere in coincidenza della tornata elettorale. La
nostra conferenza nazionale è chiamata a decidere in ordine alla
nostra linea politica, alle modalità tramite cui ricostruire una
struttura fortemente indebolita. Noi tutti siamo chiamati a dare
il nostro contributo su questo: se vogliamo un’organizzazione
settaria o se vogliamo provare a costruire un’organizzazione con
basi di massa; se vogliamo un’organizzazione ideologicamente
rigida o se vogliamo provare a costruire un intellettuale
collettivo in grado di interloquire con i nostri tempi; se
vogliamo chiuderci a riccio nella celebrazione di noi stessi o se
vogliamo avviare un percorso unitario che ci metta in relazione
con migliaia di compagne e di compagni che non sono iscritti al
nostro partito. Quindi, in primo luogo, questa considerazione: il
tentativo di spostare i riflettori su di un argomento estraneo al
nostro campo di azione e di intervento (nostro come
organizzazione, non come singoli iscritti al partito, ovviamente)
è quanto di più strumentale si possa congegnare ed è  soltanto
funzionale a mettere in sordina la discussione reale sulle forme
dell’organizzazione, della riorganizzazione e sul contenuto della
nostra (dei Gc, non del Prc) linea politica. Chiarito questo e
premesso che parliamo comunque di orizzonti (e non di fatti
all’immediato ordine del giorno: la scadenza naturale della
legislatura è nel 2013, tra tre anni e mezzo), entriamo nel
merito. Sgomberiamo il campo da un equivoco (in realtà abbastanza
offensivo per chi lo subisce): tra noi ci sarebbe chi – a ragione
–  riconosce il Pd come un partito moderato, corresponsabile
delle scelte politiche più nefaste che il nostro Paese ha subito,
ininterrottamente, negli ultimi venticinque anni, e chi, o perché
«governista» o perché semplicemente un po’ gonzo, considera il
Partito democratico un soggetto rivoluzionario. Tutt’altro. La
lettura dei due testi presentati alla conferenza dimostra che il
giudizio sul Pd è sostanzialmente condiviso in maniera
trasversale. Il secondo documento parla di un «Pd impermeabile
alle nostre ragioni e a quelle delle mobilitazioni sociali in
corso», il nostro dichiara «smascherato l’impianto riformista che
all’opposizione genera aspettative e al governo produce delusione
e disincanto» e definisce il nostro progetto come
«strutturalmente alternativo all’impianto moderato che ispira
l’azione del Pd». Quando si discute di questi argomenti,
bisognerebbe muovere da un fatto di realtà incontestabile, che
recepisce in pieno questo nostro sentire comune: il Prc ha
dimostrato con intransigenza la propria indisponibilità a
stringere alleanze di governo con il centro-sinistra e dunque a
sostenere politiche anti-popolari, di qualunque colore e
provenienza. Semmai, vive tra noi una differenziazione rispetto
al giudizio che diamo della pericolosità delle destre e della
loro carica eversiva. Dal nostro punto di vista il primo problema
che c’è in Italia oggi è Berlusconi e il suo governo. L’utilizzo
da parte di Silvio Berlusconi del governo del Paese allo scopo di
evitare sistematicamente i processi a suo carico. Lo
stravolgimento programmatico della Costituzione e l’attacco
permanente agli istituti democratici. Il bipolarismo, e cioè un
sistema politico e di rappresentanza che costringe i partiti
anti-sistemici all’allineamento alle forze meno lontane e dunque
impedisce ogni ipotesi di alternativa e di trasformazione della
società. Il contenuto materiale e reale delle politiche della
destra in tema di lavoro, salari, sanità, istruzione e ricerca,
casa, ambiente. Il nostro partito è disponibile ad un accordo
elettorale (non alla partecipazione ad un governo di
centro-sinistra) per sconfiggere questa destra, le sue politiche,
e per risolvere l’anomalia di un Paese in cui il presidente del
Consiglio è un uomo che ha iniziato a fare l’imprenditore grazie
ai prestiti della principale banca utilizzata dalla Mafia al Nord
per riciclare denaro sporco; che ha iniziato a trasmettere dalle
sue tv private, contro il parere della Corte Costituzionale,
grazie all’intervento di Bettino Craxi; e che ha iniziato la
propria carriera politica dietro mandato della loggia P2 alla
quale era iscritto e sdoganando, contro il pericolo «comunista»,
il Msi allora escluso dall’arco costituzionale. Mi pare una
posizione di semplice buon senso, in sintonia con la
manifestazione di popolo del 5 dicembre, e che soltanto un
atteggiamento settario e insensibile alla torsione fascistoide
che il nostro Paese sta subendo può non capire. Arriviamo,
infine, alle elezioni regionali, ben più prossime a noi rispetto
alle elezioni politiche. La mia opinione è che il partito non
abbia molto da inventarsi rispetto alla sua collocazione
tradizionale (quella in nome della quale è nato e in nome della
quale non ha esitato a produrre, come nel caso della rottura con
il governo Prodi nel 1998, eventi ben più traumatici di quelli
che, perlopiù soltanto come ipotesi, stiamo discutendo). In
questo senso, penso che il Prc dovrebbe dare vita ad alleanze con
il centro-sinistra contro il centro-destra soltanto in presenza
di un impianto programmatico della coalizione condivisibile
oppure in presenza di impegni programmatici limitati ma precisi
in virtù dei quali garantire un sostegno esterno limitato alle
giunte di centro-sinistra. Ha senso sostenere di essere d’accordo
o contrari in blocco a tutte le alleanze, dall’Emilia-Romagna
alla Sicilia, dall’Umbria alla Calabria? Dove finiscono i
contenuti in un approccio del genere, così pregiudiziale, così
ideologico? Dove finisce la politica, e cioè la discussione
concreta sui progetti, le proposte, e la sua messa al servizio
del miglioramento delle condizioni di vita delle persone in carne
ed ossa? Dove finisce il compito principale di una forza
comunista, e cioè - indipendentemente dalle alleanze e dalla
collocazione istituzionale - moltiplicare la conflittualità
sociale, costruire e sostenere vertenze, aprire campagne di lotta
(nei prossimi mesi: dalle battaglie contro il nucleare e la
privatizzazione dell’acqua al referendum per l’abrogazione della
legge 30)? Secondo noi semplicemente scompaiono, sommersi da una
logica tutta elettoralistica ed istituzionalistica. E lasciando
spazio al tifo da stadio. Peccato che ancora una volta
l’avversario scelto sia interno (il partito, il gruppo dirigente,
la maggioranza dei Gc) e che il campo (la conferenza dei Gc, non
il congresso del Prc) sia quello sbagliato.

p.s.: nell’articolo di Falce e Martello si afferma, in
conclusione e separata dall’argomento centrale, una inesattezza
grossolana. Si sostiene che la maggioranza della commissione
nazionale per la conferenza avrebbe imposto nei territori
commissioni federali squilibrate, con sei rappresentanti del
primo documento e uno del secondo. Parlano le circolari inviate
alle federazioni (una di queste si limita a recepire il criterio
che ha normato la definizione secondo un principio di
pariteticità della commissione nazionale) e, soprattutto, la
realtà, che tutti possono conoscere per esperienza diretta.

Simone Oggionni.

Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Gennaio 2010 10:47
 

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