Venezuela, Chavez in salsa oligarchica

Venezuela, Chavez in salsa oligarchica

di Geraldina Colotti, da Caracas

Più chavisti di Chavez… insieme all’oligarchia. Più chavisti di Chavez insieme a chi ha organizzato il golpe contro di lui, all’occorrenza chiamandolo “scimmia”, dittatore eccetera eccetera.

Questo il copione esibito domenica in un forum realizzato nell’Università Cattolica Andrés Bello (Ucab), bastione delle violenze che in tre mesi hanno provocato oltre 110 morti. Ex funzionari del governo Maduro (come la ex Procuratrice Generale Luisa Ortega o l’ex ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres) hanno pontificato con la leadership di opposizione, rappresentata nelle sue componenti più oltranziste: c’erano il presidente del Parlamento Julio Borges (Primero Justicia) e il vicepresidente del Parlamento, Freddy Guevara (Voluntad Popular), referente dei “guarimberos” con il vizietto di bruciare vivi chavisti o afrovenezuelani (quasi 30 le vittime di questi “crimini di odio”). E c’era il capo (sempre in bilico) di Primero Justicia, Henrique Capriles Radonski, governatore dello Stato di Miranda, devastato in questi mesi dalle “guarimbas”.

Tutti, per l’occasione, più chavisti di Chavez. Di sicuro più chavisti di Maduro, reo di aver lanciato l’Assemblea Nacionale Costituente per portare il paese a discutere anziché ad ammazzarsi. Tutti proiettati verso gli Usa e l’Europa, dove i politici non si preoccupano di far seguire alle parole i fatti e tantomeno di render conto agli elettori delle giravolte compiute durante il mandato.

Nel circo della post-verità, tutto fa brodo, anche contro la logica. Governanti il cui gradimento arriva appena al tappeto si ergono a giudici della democrazia partecipativa in Venezuela. Un attacco armato di paramilitari contro un governo costituzionale viene difeso dalle multinazionali “dei diritti umani”come un gesto legittimo. Governanti che chiedono carcere per chi manifesta in Europa, ritengono legittimo che si taglieggino per mesi interi quartieri, impedendo agli abitanti di svolgere il corso normale della propria vita. Che si buttino bombe, che si brucino vive le persone. Un circo in cui persino Trump diventa campione di diritti, violati dal “dittatore Maduro”. L’importante è mettere i cervelli nel recinto, pronti per avallare la catena di servilismo e nuove schiavitù.

Intellettuali, comuneros e internazionalisti che appoggiano il socialismo bolivariano discutono di guerra e costruzione del consenso. Ti rubano risorse e forza lavoro? Li devi applaudire. Costruiscono muri e te li fanno edificare e pagare? Non importa, “siamo soci”, ti dicono nel Messico di Pena Nieto. In questa fase della “post-modernità”, le reti sociali – e i “post” in particolare – hanno la stessa funzione della chiacchiera descritta dal Manzoni: qualcuno mette in moto un pettegolezzo che si amplifica e si diffonde fino a tornare al punto di partenza, irriconoscibile, per essere rimesso in circolo con nuovi particolari. Intanto, quel “rumor” ha contribuito a provocare tragici fatti concreti. Guerre incluse.

“E’ in atto un nuovo Plan Condor mediatico – dice il filosofo messicano Fernando Buen Abad – che ci spinge a fabbricare il nostro proprio castigo. Per questo, quanto compare un paese come il Venezuela che, come un ventilatore, smuove la polvere e le menzogne, scompagina lo schema, e produce una sorta di reazione chimica, pericolosissima per quanti farebbero carte false pur di non vedere un’altra Cuba e non sentire di nuovo parlare di socialismo”. Per questo, occorre capovolgere i simboli, occultare per esempio la Mision Vivienda, il grande piano di edilizia popolare gratuita “quando nelle altre parti del mondo i lavoratori devono pagare un prezzo altissimo per avere un tetto sopra la testa”.

Abad riprende un concetto usato spesso da Maduro: desencadenar, slegare, scatenare. Sciogliere le catene, per accogliere e moltiplicare “la sfida della trasformazione profonda, politica, economica, ambientale”. Il Venezuela come “trincea del pensiero critico nella battaglia delle idee, che invita a non inginocchiarsi ma a cercare insieme una dimensione partecipativa”.

Tra un po’ il chavismo marcerà di nuovo per le vie di Caracas verso il Parlamento, dov’è in corso l’Assemblea Nazionale Costituente. Altri spazi a disposizione dell’Anc saranno la Casa Amarilla e i teatri Bolivar e Principal. Intanto, si stanno concludendo le iscrizioni dei candidati alle regionali di dicembre, governate come sempre dall’autorità elettorale, il Cne. Ieri, la rettora del Cne, Soccorro Hernandez, è stata aggredita da esagitate di opposizione in una panetteria. La maggioranza dei partiti Mud (Mesa de la Unidad Democratica) si è iscritta al registro elettorale: Acción Democratica, Avanzada Progresista, Un Nuevo Tiempo, Primero Justicia e Voluntad Popular.

“Sarà l’elezione n. 22 in 18 anni di rivoluzione bolivariana – ha detto Maduro – continuiamo a segnare un record mondiale. Non c’è nessun paese dell’America latina che abbia una vita democratica come la nostra”. Il presidente ha ringraziato “la classe media” per aver votato in massa per l’Anc nel centro predisposto nel Poliedro e destinato alle zone in preda alle “guarimbas”. Ha messo a confronto l’atteggiamento del suo governo assunto nei confronti del “plebiscito” illegale organizzato dalla Mud il 16 luglio e tutelato comunque dalle autorità con le minacce attuate invece dall’opposizione contro chi ha voluto recarsi a votare per l’Anc. La Mud ha bruciato le urne e le schede con le domande rivolte ai militanti, ma “le agenzie internazionali hanno convalidato le cifre fornite dai suoi dirigentee non quelle dell’Anc, convalidate dagli osservatori internazionali e da un sistema elettorale totalmente blindato. Su 21 elezioni svolte – ha detto Maduro – ne abbiamo vinte19 in modo trasparente con un sistema elettorale che garantisce verifiche prima e dopo il voto e fornisce risultati in tempo reale”.

Intanto, ancora violenze a Valencia, il luogo in cui ieri un gruppo paramilitare ha assaltato una caserma dell’esercito ed è stato neutralizzato. Gli arrestati hanno poi confessato i nomi dei loro finanziatori, personaggi delle destre interne, di quelle colombiane e di Miami, dove si era rifugiato uno dei due militari presenti nel commando dopo essere stato espulso dal corpo. I vertici delle Forze armate hanno ribadito la fedeltà alla rivoluzione bolivariana e si sono fatti fotografare a pugno chiuso.

Qui i tre mesi di “guarimbas” stanno già producendo una loro epica. I racconti si rincorrono e si moltiplicano tra la gente che rientra nei quartieri di classe media ancora ingombri di alberi divelti e altri detriti che hanno impedito loro di recarsi al lavoro o di portare i bambini a scuola. Chi era più vecchio del quartiere, faceva da guida per trovare dei varchi e passare. Al semaforo, un professionista mette la mano sul portafoglio mentre racconta di quante volte ha dovuto pagare il “pedaggio” ai guarimberos. Una regista racconta di aver cercato di convincerne uno a lasciar passare una ragazza diretta dal medico. E che quello, guardando l’orologio, le abbia detto: “Vabbè, passa, tanto mi pagano fino alle 4 e manca poco”. E che di fronte alla faccia stupita dell’interlocutrice, quello abbia fatto spallucce e abbia aggiunto: “Bisogna pur sbarcare il lunario, no?” Una psicologa spiega di aver dovuto rinunciare a settimane di lavoro, lasciando i pazienti senza cure perché il quartiere era bloccato… E’ in questo modo, sequestrando la loro stessa gente, che i “guarimberos” hanno perso consenso e molta gente di classe media si è recata alle urne per votare l’Anc. Ulteriore zavorra nel gran dibattito dell’Anc? Lo si vedrà nei prossimi mesi, l’Anc può rimanere attiva per un tempo massimo di 2 anni.

Ieri in Piazza Bolivar c’era una folla di persone sedute, in attesa di essere vaccinate gratuitamente dal pericolo di diverse malattie:10 milioni di cittadini vaccinati gratuitamente in 15.000 punti del paese. Ai porti sono arrivate medicine e cibo. Al primo punto in discussione nell’Anc c’è “il superamento del modello petrolifero”, l’autoproduzione e la strategia per vincere la guerra economica che ha colpito i bisogni primari della popolazione. E c’è la Commissione per la verità e la riparazione delle vittime, a cui ha chiesto di partecipare anche il leader di Voluntad Popular, Leopoldo Lopez, di nuovo agli arresti domiciliari.

Domani, martedi 7, 14 ministri degli Esteri si riuniscono a Lima per “analizzare la crisi in Venezuela”. Assistono i quattro paesi dell’Alleanza del Pacifico (Cile, Colombia, Messico e Perù), tre del Mercosur da cui è appena stato sospeso il Venezuela e cioè Argentina, Brasil e Paraguay, probabilmente anche l’Uruguay che pure ha votato contro Caracas. Presenti inoltre Costa Rica, Guatemala, Honduras, Canada, Jamaica, Santa Lucia e Barbados. Tutti contro l’Anc. Un gruppo che vuole costituire una sorta di piccola Osa per perseguire la politica interna del Venezuela. La seconda riunione è già prevista a New York, nell’ambito dell’Onu, dove Washington sta spingendo per affondare il governo Maduro. Luis Almagro, Segretario generale dell’Osa, è tornato a inveire contro Caracas. Ieri, gli Usa hanno chiesto “garanzie per i militari” arrestati a Valencia. “Gli Stati uniti – ha detto il fondatore di Wikileaks, Julian Assange – vogliono trasformare il Venezuela in un nuovo Iraq”.

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