Brancaccio e dintorni: perché anche i dettagli organizzativi sono tutto.

Brancaccio e dintorni: perché anche i dettagli organizzativi sono tutto.

Qualche giorno fa al teatro Brancaccio si è svolto un incontro promosso da Anna Falcone e Tomaso Montanari per capire come ricostruire una proposta di alternativa in questo paese a partire dal mondo progressista che si è identificato con il NO nel referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre.
Una iniziativa che ha sicuramente il pregio di aprire la discussione di petto su un tema che per troppi mesi era stato esclusivamente trattato nei corridoi del ceto politico della sinistra.
Se Falcone e Montanari hanno ragione su una cosa, è quella di porre la questione sul piano nazionale, rompendo quella consuetudine ciclica del “facciamo come in …” che troppo spesso ha visto una sinistra di questo paese incapace di capire la società in cui vive, affidandosi sempre a produzioni altrui, un po’ come MTV che ormai vive soltanto di format americani.
Tralascio volutamente qua i nodi politici più scottanti, su cui pure si è scritto e detto molto e che è chiaro a chiunque debbano essere sciolti come passo preliminare alla prosecuzione di un simile percorso: nuova sinistra o governismo? Antiliberismo o compatibilità con i vincoli europei? Pacifismo internazionalista o permanenza dell’Italia nella NATO? Questi solo per dirne alcuni, per cui rimando a quanto scritto da compagni come Maurizio Acerbo e Giorgio Cremaschi, o anche alla riflessione collettiva dell’ex OPG Je so’ pazzo, che a mio avviso hanno posto correttamente tali questioni.
Tuttavia, esistono almeno due elementi di metodo su cui invece vale la pena soffermarsi e che vanno messi in chiaro quale conditio sine qua non affinché un percorso del genere vada avanti.
Il primo ha a che fare con la democraticità delle nostre pratiche di funzionamento: troppe volte nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad una centralità del peggiore ceto politico nelle decisioni-chiave, a scapito di tutti quei quadri, di rilevanza anche nazionale, provenienti dal mondo delle lotte autorganizzate e delle grandi vertenze di carattere strategico per questo paese.
Credo che il caso della compagna Nicoletta Dosio del movimento NO-TAV, esclusa nel 2013 dalle liste di Rivoluzione Civile per veti di IdV e altri, gridi ancora vendetta e stia lì a futura memoria.
E si tratta di un problema politico-organizzativo che ha a che fare molto con le sedi in cui vengono prese le decisioni (mailing list e simila, che favoriscono chi non lavora o fa politica chiuso in casa senza farsi mai vedere ad un picchetto o un presidio; ma anche le famose dieci telefonate di fila per trovare la quadra non sono meno scandalose) e relativamente poco con il principio “una testa un voto”, che esiste anche e soprattutto quando a decidere non sono i segretari di partito, ma gli autoproclamati “garanti” della società civile, che si chiamino Antonio Ingroia o Barbara Spinelli.
Anche perché spesso tali garanti sono soltanto la faccia pulita di ceto politico non più presentabile, come la emblematica vicenda dell’allontanamento dei compagni dell’ex OPG “Je so’ pazzo” dal palco del Brancaccio, da parte di un servizio d’ordine non costruito in modo democratico dai diversi soggetti presenti dimostra con chiarezza.
Il secondo nodo da affrontare riguarda il rapporto tra centro e territori: consci del fatto che le dinamiche nazionali sono spesso molto diverse dalla semplice sommatoria di quelle territoriali, occorre che però si costruisca un meccanismo in cui le migliori esperienze dei territori siano organicamente valorizzate e non depresse, o ancora peggio mercanteggiate tra gruppi dirigenti nazionali che spingono i propri protetti.
Per questo è indispensabile che la chiarezza politica delle storie sia il tratto distintivo a livello locale di una proposta nazionale che punta ad essere alternativa e incompatibile con il centrosinistra.
Occorre valorizzare il meglio che i territori hanno prodotto realmente in questi anni, senza creare nuovi scatoloni privi di storia, esperienza e radicamento territoriale.
Il 2 luglio a Roma si terrà l’assemblea nazionale della rete delle città in comune, che riunisce le liste di cittadinanza che in questa tornata elettorale hanno rappresentato l’alternativa di sinistra sui territori alle politiche del partito della nazione, tanto alla sua “ala destra” di Forza Italia, che alla sua “ala sinistra” del Partito Democratico.
Non credo che l’importanza di tale appuntamento, incompatibile con quello dei rottami del centrosinistra del giorno precedente, sfugga a nessuno, eppure penso che sia necessario un ulteriore passo in avanti: occorre le città in comune diventino le strutture territoriali dell’alternativa.
Per la credibilità accumulata, per la capacità di delimitare il perimetro tra chi costruisce una alternativa al neoliberismo e chi gioca a fare la “sinistra di sua maestà” in coalizione con il PD, per la capacità di valorizzare il contributo dei partiti politici organizzati rifuggendo gli opposti pericoli della spartizione pattizia e dell’antipolitica.
Consapevoli dei limiti dell’esperienza, che va ampliata, uniformata, estesa in ogni singolo comune di questo paese.
Ma se non partiamo da chi l’alternativa l’ha costruita realmente in questa tornata di elezioni amministrative e pretendiamo di ridurlo a componente dell’ennesima sinistra concepita in laboratorio, non andremo molto lontani.
La politica è una bestia strana, un delicato equilibrio tra proposta nazionale e lavoro sul territorio: non ripetiamo gli stessi errori, costruiamo ciò di cui il nostro paese ha bisogno.

Nicolò Martinelli – Responsabile organizzazione nazionale Giovani Comunisti/epeople-network-11

 

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