Il senso del referendum

Il senso del referendum

l’impatto ambientale

Anche ad uno stolto non sfuggirebbe che qualunque tipo di impianto ha un certo impatto sul pianeta. Figuriamoci un impianto la cui funzione è estrarre dal sottosuolo del materiale che ne costituisce la struttura da millenni, e che viene estratto tramite l’immissione di un fluido necessario alla perforazione (aria, acqua o fango, a seconda della tipologia). Immaginare che questo tipo di intervento sul suolo non causi sconvolgimenti di natura geologica è pura fantascienza. Il legame tra trivellazioni e terremoti è arcinoto, tant’è vero ad esempio che dalla cessazione delle attività estrattive in mare a ridosso delle coste spagnole, si è registrato sulle stesse una cessazione dei terremoti (indotti). Non stupisce allora, che siano i petrolieri, le grandi compagnie degli idrocarburi, a rassicurare tanto sull’assoluta sicurezza delle opere tanto sull’imprescindibilità delle stesse: queste “grandi opere”, come vengono chiamate, servono sì, ma solo ad arricchire queste realtà di potentati economici, colossi energetici, che hanno il solo scopo di aumentare il loro margine di profitto, a tutti i costi. È verosimile ritenere che le società per azioni non si facciano scrupoli di sorta, pur di raggiungere il loro obiettivo economico, se la vocazione legale delle stesse è proprio la massimizzazione del capitale. Se poi ci si aggiunge che nessuna tecnologia – in sé né retrograda né all’avanguardia, né buona né malvagia – è mai stata debitamente all’altezza di scopi umani, laddove la si sia sfruttata nell’ambito di sistemi socialmente tanto perversi quanto insofferenti verso aspetti ad essi marginali (quali la tutela dell’ambiente), è evidente che si debba ritenere impossibile che qualunque ingegneria possa tutelarci da attacchi così massivi alla struttura della nostra terra.
Come dire: la logica del profitto è inversamente proporzionale al rispetto dei limiti per la sua crescita. E in effetti i limiti di questo nostro sistema economico sono particolarmente evidenti, non solo dall’impatto sociale registrato negli ultimi 30 anni di storia sui nostri standard di vita, ma soprattutto sull’impatto ambientale che esso ha avuto sulla qualità della stessa.
Non dimentichiamoci che il 2015 è stato l’anno più caldo che si sia mai registrato nella storia recente: la causa del surriscaldamento globale sta proprio maggiormente nel consumo di idrocarburi che sostiene le nostre economie.

 

il fracking fa danni

Poche ore fa c’è stato un vertice tra Arabia Saudita e Russia, entrambi paesi del OPEP (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), per impostare una serie di manovre atte a stabilizzare il prezzo del petrolio sul mercato su quote pari a quelle di gennaio di quest’anno. La ragione di costoro è semplice: il petrolio ha subito un calo nei prezzi di oltre il 70%, perché se ne è potuta immettere una gran quantità sul mercato da parte degli USA (paese nel quale è cominciato il recente crollo dei prezzi). Il motivo di un rinnovato incentivo alla produzione di petrolio è l’aumento massiccio di impiego della tecnica di fratturazione idraulica, il famigerato “fracking”, che ha permesso l’estrazione di greggio in modalità finora impensabili: in seguito alla trivellazione, viene fatta esplodere la roccia presente nel sottosuolo, permettendo un’estrazione di maggiori volumi di idrocarburi. Ad oggi gli studi condotti confermano l’induzione tramite questa tecnica di perforazione di terremoti persino di grado superiore al 5 della scala Richter; non solo, il danno idrogeologico e gli annessi rischi, quali inquinamento della falda acquifera e stravolgimento dell’ecosistema locale, sono assicurati. Della serie: la tecnologia che non tutela!
L’impiego di questa tecnica è la diretta conseguenza politica della scelta di estrarre anche fino all’ultima goccia di una risorsa che ormai è in via di esaurimento – si stimava trent’anni fa che il petrolio sarebbe stato esaurito ad oggi; poi sono stati scoperti ulteriori giacimenti, ma non dureranno secondo le stime più di venti o trenta anni.
Questo vuol dire cioè che chi sostiene che estrarre il petrolio dai nostri territori ci renderà maggiormente indipendenti sotto il profilo energetico, non capisce (o non vuole capire!) che questo contribuirà solo a spingere il mercato di greggio verso la deflazione, incentivandone i consumi e accelerando per un verso l’esaurimento della risorsa e per l’altro l’impiego di tecniche di approvvigionamento sempre più invasive, innescando un circolo vizioso che anziché tirarci fuori dal problema della dipendenza delle nostre economie dagli idrocarburi né aumenta il tasso di tossicità nei mercati.

Tecnologia e stile di vita

C’è una sola soluzione: decidere ora – che è già tardi – per l’abbandono definitivo di questo modello energetico, basato sugli idrocarburi. E non soltanto perché non è più sostenibile ecologicamente, ma perché ogni altra soluzione, come pure quella che ritiene di doverli sfruttare fino a completa transizione ad un modello energetico “verde”, risulta in realtà favorire i gestori delle fonti fossili, anziché un serio programma di impiego di nuove tecnologie rinnovabili. Che è un po’ come dire che fintanto la materia energetica sarà di dominio privato, tutte le volte che vorremo decidere su di essa o scegliamo di stare con chi sfrutta e danneggia il territorio, a proprio uso e consumo, o con chi promuove la gestione pubblica delle risorse, nel rispetto dell’ambiente. La dicotomia pubblico/privato è diventata, nell’era dell’ecologia, la nuova dialettica sostenibilità/capitalismo.
Scegliere di decidere in qualità di cittadini sugli orientamenti in campo energetico del paese significa sottrarre alle multinazionali (che molto spesso sfruttano il capitale pubblico, dichiarando però intenti privatistici) la possibilità di continuare a influenzare con il proprio vantaggio economico il modello di produzione energetica. Solo in tale condizione si potrebbe credere che una volontà generale diffusa possa influenzare seriamente le scelte globali sul tipo di vita che vogliamo sostenere. Nessuno promuove un ritorno alla candela e all’acciarino: sono sicuro che tutti teniamo allo stile di vita progredito che le nuove tecnologie ci hanno assicurato. L’errore sta nel ritenere gli idrocarburi ancora una “tecnologia”, quando forse una candela è più all’avanguardia! Certo è che l’abbandono di un dato modello energetico inizia con l’abbandono di quello stile di vita annesso. Se non comprendiamo l’imprescindibilità e l’urgenza di ridurre i nostri consumi e l’impatto degli stessi sull’ecosistema, è inutile discutere della scorrettezza del quesito referendario: chi il 17 aprile invita a votare “no” o addirittura a non andare a votare, considera irrinunciabile non soltanto il petrolio, ma anche il proprio stile di vita. Giusto, non chiamiamoli progressisti!

 

l’astensionismo è un reato

Detto dalle istituzioni poi, suona alquanto allarmante: l’invito all’astensione da parte di esse è un reato amministrativo, civile e penale! Però questo governo, e chi gli è asservito, insiste sull’inutilità di questo referendum, tanto che il PD fa propaganda per l’aAmbiente: Greenpeace protesta contro le trivellestensione. Andare a votare è un diritto e un dovere, al quale solo gli irresponsabili si sottraggono per inedia. Il tentativo di sopire l’entusiasmo contro un referendum che deciderà sui tempi di concessione del giacimento in mare entro le 12 miglia costiere è l’espressione di quella stessa volontà di rinuncia al progresso del paese, al progresso dei nostri stili di vita, per confermare l’attuale modello energetico, egemonizzato dall’unica programmazione da parte delle grandi compagnie, a tutto vantaggio degli interessi forti. Chi vota “no” o non va a votare fa un favore ai petrolieri.

 

il percorso politico

I cittadini con questo referendum chiedono invece di venire ad essere protagonisti delle decisioni in campo energetico. Decidono di non volerne lasciare il monopolio in mano privata, chiedendo che ritorni in vigore la vecchia normativa che prevede la concessione dell’autorizzazione per l’estrazione entro le 12 miglia di 5 anni in 5 anni. È evidente che questo non costituisce uno stop definitivo e ultimo ad ogni attività di trivellazione. Semplicemente, se vincerà il “sì”,” sarà rimessa la palla al centro” nel gioco democratico: verrà eliminata una legge delirante come quella attuale, che prevede una concessione illimitata alla compagnia che la richieda, e che così diviene proprietaria “a vita” (del giacimento) di quel pezzo di mare, e verrà spianata la strada ad ogni iniziativa che si collochi nel solco della gestione pubblica del settore energetico.
Questo referendum perciò, è solo il prologo di ulteriori iniziative che dovranno seguire in campo politico, e che dovranno vederci tutti protagonisti della crescita di un fronte organizzato di lotta alle aggressioni ai danni del territorio. Le leggi non bastano: è necessaria l’attività politica perché siano fatte rispettare! Il referendum da solo non può bloccare nessuna iniziativa privata (specie in campo energetico); è la politica che, presa in mano dai cittadini espressione della volontà generale, può decidere delle sorti del paese. Eventuali analogie col caso del referendum contro il nucleare non reggono: ce li siamo scordati i movimenti ambientalisti di tutto il mondo che dagli anni ‘70-’80 invadevano le piazze contro l’utilizzo delle fonti nucleari, sia a scopo bellico sia a scopo civile? Il referendum arrivò a sugellare il progresso delle nostre coscienze. Sebbene infatti sul proprio suolo uno stato sia libero di tutto è pur vero che, senza un’ampia maggioranza democratica (che non necessariamente coincide con la maggioranza elettorale) che diventi egemone col proprio pensiero, uno stato non stabilirà mai nessun divieto tanto forte. Perciò un referendum che dica definitivamente di no ad ogni tipo di trivellazione, e che magari smantelli pure le attività esistenti, come si pensa banalmente che sia quello in questione, è solo immaginabile, oggi come oggi. Questo deve essere semmai il nostro punto di arrivo, e non di partenza, costruito dalla mobilitazione di massa di tutti i cittadini. E se non cominciamo col battere il quorum il 17 aprile e col far vincere i “Sì” non resterà che un sogno.

Giacomo De Fanis
Coordinamento Nazionale  GC
Gruppo Ambiente

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