L’analisi del linguaggio nella tradizione marxista

L’analisi del linguaggio nella tradizione marxista

linguaggLa questione del linguaggio non è secondaria per le classi dominanti, anzi è uno degli strumenti funzionali al mantenimento del proprio dominio sulle classi subalterne. Nel marxismo, benché non sia stata formulata una teoria della lingua e del linguaggio, si possono trovare indicazioni e premesse orientative per procedere in questo senso e per comprendere, tra l’altro, l’uso che del linguaggio viene fatto da parte delle classi dominanti al fine di conservare il proprio predominio politico, culturale e ideologico. Esempi di tale uso sono forniti dai modi linguistici adottati dai mezzi di comunicazione di massa (mass media), da molti testi scolastici e dalle espressioni adoperate nell’ambito dei vari settori specialistici della cultura, della produzione e della pubblica amministrazione (leggi, decreti, circolari, ecc.)1

Scrive Romano Luperini: “il potere, per Gramsci, non si regge solo sulla forza della coercizione, ma anche sull’egemonia culturale. Lo studio del potere si configura nel suo pensiero come analisi di un’egemonia che passa anche attraverso il linguaggio. Pur essendo vissuto in un’età assai diversa da quella attuale, caratterizzata dalla rivoluzione informatica, Gramsci è stato infatti il primo ad avvicinarsi a una verità che ormai è sotto gli occhi di tutti: fra potere del linguaggio e linguaggio del potere non c’è più alcuna differenza. Il potere, per un verso, è sempre più espressione della produzione-diffusione del linguaggio come merce; per un altro, di conseguenza, è sempre più consustanziato con il linguaggio, è esso stesso linguaggio. Il feticismo del linguaggio, che nasce e si sviluppa nelle università occidentali, non è che l’altra faccia del feticismo della merce. Ciò comporta una prima conseguenza: una rivoluzione in Occidente non è concepibile se non come rivoluzione culturale. Con il suo discorso sul potere come egemonia culturale, Gramsci dà un potente contributo a questo tipo di coscienza.”2
Stalin ricordava in una delle sue ultime opere che “la lingua, in quanto mezzo di comunicazione degli uomini in seno ad una società, serve in eguale maniera tutte le classi della società e mostra a questo riguardo una sorta di indifferenza verso le classi. Ma gli uomini, i singoli gruppi sociali e le classi sono lungi dall’essere indifferenti nei confronti della lingua. Essi si sforzano di utilizzare la lingua per i loro interessi, di imporle il loro particolare lessico, i loro particolari termini, le loro particolari espressioni.”3

Molti anni prima già Lenin polemizzava sull’utilizzo strumentale di certe parole d’ordine: “La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera della libertà dell’industria si sono fatte le guerre più brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro i lavoratori sono stati costantemente derubati.”4

Una pratica stigmatizzata e immortalata in termini poetici anche da Bertolt Brecht in una delle sue opere più famose: “Siamo sempre di meno. Le nostre / parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole / le ha stravolte il nemico fino a renderle / irriconoscibili.”5

Da tutto ciò si capisce come Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini abbiano potuto in tempi recenti denominare i propri movimenti politici reazionari “Popolo delle Libertà” e “Futuro e Libertà”, appropriandosi indebitamente di due parole (“popolo” e “libertà”) da sempre patrimonio della tradizione culturale progressista. Si potrebbe aggiungere che la stessa parola “democrazia”, che oggi nel senso comune tende ad esprimere saldamente l’idea di un regime politico liberale borghese fondato sul pluripartitismo parlamentare, non sia altro che il risultato di un processo di semantizzazione ottenuto al termine di un secolo (il “breve secolo”) in cui a scontrarsi sono stati due differenti modelli di democrazia proposti dai sistemi socialisti e capitalisti. I paesi socialisti novecenteschi infatti, definiti come “totalitari”, “dittatoriali” o “dispotici” dalla borghesia, hanno sempre ribadito fin dal proprio nome (si pensi ad esempio alla “Repubblica Democratica Tedesca”) la volontà di garantire una reale democrazia, fondata sulla partecipazione popolare e sul primato dei diritti sociali rispetto a quelli politico-civili, condizione considerata essenziale per poter estendere la democrazia a livelli più elevati. Ma questo paradigma ideologico è uscito vinto in Occidente, in particolar modo dopo la sconfitta subita con la caduta del muro di Berlino e tutti gli eventi conseguenti.

Da segnalare ciò che pensa Noam Chomsky del termine “democrazia” così come viene usato dalle classi dominanti: “la parola “democrazia” assume un significato orwelliano quando viene usata in svolazzi retorici o in normali servizi giornalistici per indicare gli sforzi degli Stati Uniti di stabilire forme di governo “democratiche”. Il termine indica i sistemi in cui il controllo delle risorse e degli strumenti di violenza attribuisce il potere agli elementi funzionali ai bisogni della potenza statunitense”6.

E ancora:
“Dalla paradossale concezione di democrazia imposta dagli interessi delle élite, deriva poi l’altrettanto paradossale distinzione tra “stati democratici” (o “moderati”) e “stati fuorilegge” (rogue states). Esiste un doppio uso del termine “stato fuorilegge”: uno di tipo propagandistico, applicato ai nemici in genere, e uno letterale, applicabile agli stati che non si considerano vincolati alle leggi internazionali”.7

L’uso politico del linguaggio è quindi un elemento di primaria considerazione, in grado di agire sul lungo termine in senso profondo sull’ambito culturale più o meno inconscio delle persone. Non a caso Lenin ricordava pedagogicamente la necessità di imparare “a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi”, al fine di evitare di essere sempre politicamente “vittime ingenue degli inganni e delle illusioni”8. O, per dirla alla Don Milani: “L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone”. Superfluo quindi ribadire la necessità di studiare, studiare, studiare, per capire la realtà.

LA “NEOLINGUA” DELL’IMPERIALISMO

Chi ha lavorato con particolare tenacia sullo smascheramento e sull’analisi del linguaggio utilizzato dalla borghesia per sostenere i propri interessi di classe è Chomsky, il quale ha strutturato una teoria sulla neolingua che sostanzialmente riprende, dandole un impianto più strutturato e scientifico, la provocazione orwelliana. George Orwell, nell’indimenticato romanzo 1984, immaginava una neolingua onnipervasiva, capace di attaccare il pensiero e di distruggerlo sul nascere; Chomsky condivide questa impostazione affermando che “i termini del discorso politico sono studiati in modo da impedire di pensare”9.

Vediamo come concretamente ciò avviene osservando le modalità con cui l’imperialismo oggi agisce linguisticamente almeno in due direttrici principali: la giustificazione dei propri piani guerrafondai e l’occultamento dei meccanismi perversi delle politiche economiche neoliberiste.

“La guerra è pace!” dice uno degli slogan del Partito di potere nel romanzo orwelliano10. Ed oggi una delle maggiori giustificazioni agli interventi militari è proprio quella di agire per la pace; non a caso non si parla mai esplicitamente di “guerre” bensì di “missioni umanitarie”, “guerre di liberazione”, “esportazione della democrazia” e così via… Modi pratici per fare guerre senza dichiararle e senza aver nulla da temere da parte dell’opinione pubblica. Un’altra espressione continuamente messa in gioco è “processo di pace”. “Secondo la logica e il dizionario, “processo di pace” significa “processo che conduce alla pace”. Ma non è in questo senso che la adoperano i media. Essi la usano per indicare qualsiasi cosa gli Stati Uniti stiano facendo in qualsiasi momento e circostanza, e, anche in questo caso, senza eccezioni. […] Il processo di pace è ciò per cui si adoperano gli Stati Uniti, per definizione”11.

Qualora ci siano processi di resistenza da parte delle popolazioni e dei governi autoctoni è immediato il disconoscimento anzitutto linguistico, che riduce i resistenti in “terroristi”, cui si contrappongono le “forze/truppe alleate”12. La stessa tattica usata dai nazisti tedeschi quando durante la Seconda Guerra Mondiale definivano i nostri partigiani “banditen”. Da notare infine perfino l’abusato ricorso al termine “rivoluzione” (e recentemente “primavera” riferito ai sommovimenti arabi) per descrivere veri e propri colpi di stato orchestrati dai servizi segreti stranieri (il caso ucraino è un esempio esemplare13).

Un’altra tecnica linguistica, praticata probabilmente anche per agire sul lungo periodo nel sostrato mentale dei minorenni, su cui vale la pena di soffermarsi è quella descritta da James Petras:
“la strategia dell’imperialismo culturale consiste nel rendere insensibile il pubblico, per far accettare la massiccia mattanza compiuta dagli stati occidentali come un’attività di routine giornaliera. Per esempio, proponendo i massicci bombardamenti sull’Iraq in forma di videogiochi. Ponendo enfasi nella modernità delle nuove tecnologie belliche, i mezzi di comunicazione glorificano il potere raggiunto dall’élite: la tecno-guerra dell’Occidente. L’imperialismo culturale promuove attualmente reportage “informativi” nei quali le armi di distruzione di massa vengono presentate con attributi umani (“bombe intelligenti”) mentre le vittime del Terzo Mondo sono “aggressori-terroristi” senza volto”14.

Ma l’imperialismo agisce anche per nascondere con ogni mezzo la sua natura di sfruttamento economico intensivo. Evidenziamo la rimozione di una serie di termini che fino a pochi decenni fa erano di uso quotidiano perfino nel nostro Paese, a partire dallo stesso concetto di “imperialismo”, che ormai si trova solo nei libri di storia contemporanea. Assieme a tale parola sono stati rimossi una serie di termini rimasti ancorati alla manualistica scolastica o a quello che viene spregiativamente giudicato antiquariato marxista: questo il destino riservato a parole come “sfruttamento”, “colonialismo”, “neocolonialismo”, “delocalizzazione”, “monopolio/oligopolio”, “deindustrializzazione” sostituiti da concetti molto più neutri (e anzi di valore positivo) come “cooperazione”, “politiche/piani di sviluppo”, “investimenti esteri”, “riqualificazione/riprogettazione industriale/finanziaria”, ecc.

Ho Chi Minh sintetizzava così la questione: “Per nascondere la bruttezza del suo regime di sfruttamento criminale, il capitalismo coloniale decora sempre la sua bandiera del male con l’idealistico motto: Fraternità, Uguaglianza, ecc…”

L’INCOMPRENSIBILE GERGO DEL CAPITALISMO FINANZIARIO

Per ogni altra evenienza l’economia finanziaria ricorre ad un particolare linguaggio specialistico che si struttura in ogni paese con caratteristiche diverse, anche se con un tratto in comune: l’estrema difficoltà per un lavoratore medio, pur acculturato, di penetrare e comprendere bene una serie di termini inglesi (“spread”, “futures”, “bond”, “traded funds”, “credit crunch”, ecc.) che non è inverosimile ritenere appositamente riprodotti nella forma straniera al fine di renderne più difficile la comprensione. La dimostrazione starebbe nel fatto che altri paesi come Francia e Spagna non esitano a tradurre nelle relative lingue i termini specialistici inglesi. In quei paesi, oltre ad essere presente un maggiore orgoglio patriottico, si può notare come sia rimasta una più forte consapevolezza popolare di certi meccanismi, tant’è vero che in Francia nei telegiornali si parla ancora tranquillamente di “patronat”, ossia di “padronato”, termine che in Italia è stato bandito a scapito dei vari “datori di lavoro”, “classe imprenditoriale” o facendo ricorso semplicemente alla sigla “Confindustria”.

A proposito di Confindustria: se prendiamo in esame la dicotomia “interessi particolari”-“interessi collettivi” scopriamo che il meccanismo mediatico dominante è quello per cui “noi chiamiamo “interessi particolari” quelli dei lavoratori, delle donne, dei neri, dei poveri, degli anziani, dei giovani: in altre parole, dell’intera popolazione. Esiste un solo settore della comunità al quale non vengono mai attribuiti “interessi particolari”, ed è quello dei grandi gruppi di potere economico, industriale e degli affari in generale, perché questi si identificano con l’“interesse nazionale”.”15

Non stupisce che Karl Marx si infuriasse contro quei borghesi che hanno “una loro lingua”, “prodotto della borghesia” e come tale permeata di uno spirito di mercantilismo e di compravendita, influenzando il suo genero Paul Lafargue nel sostenere che “il linguaggio artificiale che contraddistingue l’aristocrazia… s’è distaccato dalla lingua dell’intera nazione, la lingua che parlavano sia i borghesi che gli artigiani, sia la città che la campagna”.

Ricordiamo infine la posizione di Stalin: “gli uomini, i singoli gruppi sociali e le classi sono lungi dall’essere indifferenti nei confronti della lingua. Essi si sforzano di utilizzare la lingua per i loro interessi, di imporle il loro particolare lessico, i loro particolari termini, le loro particolari espressioni. Da questo punto di vista si distinguono in maniera particolare gli strati superiori delle classi agiate, che hanno perso i contatti col popolo e lo detestano: l’aristocrazia di corte, gli strati più alti della borghesia. Vengono così creati dialetti “classisti”, gerghi, “linguaggi” di salotto”16.

La non-comprensibilità media del linguaggio economico-finanziario viene però calata in un’ottica di far comunque familiarizzare il cittadino medio con tali settori: il capitalismo nasconde la propria struttura socio-economica e tende a presentarsi come un ordine naturale, astorico ed eterno. Ciò deve trasparire quindi anche nel linguaggio, trasformando quasi il modo di produzione economico in un membro della famiglia, da coccolare e accudire come fosse un bambino o un animaletto tenero ma che ogni tanto fa le bizze. Scrive a riguardo Zaira Fiori:

“Facendo riferimento ad alcuni esempi individuati in testate quali “La Repubblica” o “Il Corriere della Sera”, è stata notata la presenza di metafore che fanno riferimento a particolari categorie della vita reale. Ad esempio, metafore che fanno riferimento alla sfera della salute, come l’espressione largamente utilizzata “economie in salute” per fare riferimento a nazioni che non presentano particolari difficoltà da un punto di vista economico-finanziario; oppure la parola “contagio”, usata in particolare per esprimere la paura o il rischio di un fallimento come quello che ha investito la Grecia. Ed ancora, espressioni che fanno riferimento alla meteorologia, come l’espressione “turbolenza”, per indicare situazioni di disordine e instabilità, in modo particolare per quanto riguarda i mercati finanziari. Per non parlare delle espressioni che fanno riferimento alla sfera bellica, come l’utilizzo del verbo “combattere”, impiegato in contesti in cui la crisi economica e i problemi ad essa collegati vengono delineati come il nemico da sconfiggere”17.

COME PARLA LA POLITICA (BORGHESE) ITALIANA

Andando oltre il livello degradante del linguaggio politico attuale in Italia (distante lunghezze siderali rispetto a quello della Prima Repubblica), molti specialisti del settore, come Gustavo Zagrebelsky, hanno segnalato il mutamento di significato di certe parole o l’introduzione di parole nuove, per lo meno di nuovo significato: “Per esempio, l’“amore”, di cui si è fatto di recente grande sfoggio (“L’Italia è il Paese che amo”, “amo ancora questo Paese”), è una parola sconosciuta al vecchio linguaggio politico, che parlava preferibilmente di “solidarietà” o di altre virtù sociali. E al posto della novecentesca e ideologica “lotta di classe” è stata riesumata l’ottocentesca “invidia sociale”, che bolla la protesta col giudizio negativo che merita un sentimento basso e casereccio come l’invidia. Sono cambiati anche gli indici di frequenza, e “libertà” (da regole, “lacci e laccioli”) è parola più usata di “giustizia”, in precedenza forte soprattutto in unione con l’aggettivo “sociale”. […] Una singolare trasformazione ha coinvolto anche la sfera dello “stato” e della cosa pubblica, con una prevalenza dei contorni negativi (“il peso, il costo dello stato”) su quelli positivi (“servizio pubblico”). Si sono moltiplicati i modi per dileggiare la “vecchia” politica organizzata (“teatrino della politica”, il “dire” contro il “fare”) ed esaltare quella diretta, realizzata con l’affidamento della guida a un leader indiscusso e padronale.”

Oltre a tali aspetti è stata segnalata la sempre maggiore dipendenza da altri linguaggi, tra cui “quello dell’economia (“PIL”, “spread”, “deficit”, “derivati”, ecc.) e soprattutto quello giornalistico (“il governo galleggia”, “Letta-bis”, “crisi al buio”)”18.

Qualche anno fa Omar Calabrese si concentrava sullo slittamento semantico di dieci parole, con risultati per noi particolarmente interessanti nei casi di “radicale”, “moderato” e “riformista”19. La conclusione che ne traeva era che fossero messi in atto “due tipi di strategia discorsiva nell’attuale linguaggio politico, con una prevalente sistematicità da parte della destra. Il primo consiste non solo nell’elaborazione di un uso linguistico (stile comunicativo, idioletti e socioletti di appartenenza) fondato sulla neutralizzazione semantica e sull’eventuale riformulazione dei significati lessematici, ma anche nello spostamento di intere porzioni del sapere comune, che sono anestetizzate, spostate, deviate. Nel secondo caso, invece, ci troviamo dinanzi a un lavoro stilistico ancor più sottile, che tende a costruire una dimensione passionale del discorso, disforizzandolo o euforizzandolo a seconda della bisogna. Questa seconda tendenza si appoggia fortemente sui media, che per natura la seguono costantemente. Quel che ne deriva è che il discorso politico, oggi, produce forme di manipolazione degli utenti di grandissima efficacia, basate sostanzialmente sull’abbassamento delle consapevolezze linguistiche e culturali della popolazione. A mio avviso, l’unico progetto che rimane a coloro che ancora tengono alla cultura come visione critica dei fenomeni che ci circondano è quello di lavorare sull’analisi e sullo smascheramento. Insomma, se mi si consente una citazione marxiana fuori tempo e fuori moda: “la rivoluzione non c’è stata; bisogna ancora leggere molto”20.

È incomprensibile la dinamica di come tutto ciò avvenga con successo senza aver chiara la situazione di oligopolio dell’informazione21 che riguarda principalmente i settori della televisione e della stampa. Telegiornali, talk show, riviste, giornali, mostrano un appiattimento del lessico con scelte che appaiono sorprendenti per la loro uniformità e semplificazione. Il fenomeno era notato già decine di anni fa da Pietro Secchia, che sottolineava il livello internazionale della questione: “Tutta la propaganda organizzata in tutti i paesi capitalisti dell’imperialismo americano o dalle sue agenzie è un cumulo di menzogne. Basta dare uno sguardo alla stampa dei vari paesi per accorgersi che gli stessi temi vengono trattati in Inghilterra, in Francia, in Italia, in Belgio, che le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan vengono lanciati dappertutto contemporaneamente”22.

Che la libertà di stampa sia limitata da alcune parole d’ordine più o meno imposte dall’alto è confermato da un esempio recente che testimonia il livello di partigianeria che può assumere l’informazione italiana: ci si riferisce al fatto che il dominio territoriale rivendicato dall’ISIS venga sempre presentato dai media come “l’autoproclamato stato islamico”, per rimarcarne il non-riconoscimento da parte dell’Occidente. Questo esempio di meticolosa precisione terminologica si scontra con l’assoluta arbitrarietà con cui i media attribuiscono le sigle politiche auto-attribuitesi dai partiti politici italiani. Se è vero infatti che l’auto-proclamazione di un’etichetta possa non corrispondere alla realtà (e chi scrive concorda certamente sul fatto che l’ISIS sia tutto meno che la rappresentazione coerente di uno Stato islamico) perché si continua ad accettare la categorizzazione del PD come partito di “sinistra”? Non sarebbe più corretto parlare, usando lo stesso metro di giudizio, dell’“autoproclamata sinistra del PD”?

Entrano in gioco qui fattori che fanno parte della battaglia politica quotidiana: perché il M5S può essere etichettato come “movimento” e non come “partito”, nonostante abbia uno statuto, una struttura e dei capi dichiarati? Perché ci si dimentica spesso e volentieri di dire che Casapound è un’organizzazione fascista? Perché si continua a parlare impropriamente di “classe politica” invece di “ceto politico”, come sarebbe più corretto dire? È necessario poi ricordare l’uso smodato del termine “casta”, esteso impropriamente a tutti i partiti politici così da eliminare strutturalmente le differenze tra i concetti di “destra” e “sinistra”, favorendo così il dilagare di ideologie populiste e corporativiste? Perché non compaiono quasi mai, se non in qualche spazio angusto e ghettizzato, parole come “liberismo”, “keynesismo”, “socialismo”, “comunismo”, ad indicare le diverse possibilità in cui si possa articolare l’indirizzo economico di un Paese? Si potrebbe continuare a lungo in questa elencazione, ma fermiamoci qua, sperando che quanto detto finora basti a creare un dubbio sistematico verso il linguaggio usato dai media, dietro cui si nascondono in realtà sempre precisi scopi politici.

OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

Alla luce di quanto esposto finora verrebbe da chiedersi se non sia il caso di tornare ad utilizzare le parole che sono necessarie per definire le cose come sono, piuttosto che cercare nuovi linguaggi e nuove “narrazioni” che nulla fanno per svelare il grande inganno quotidiano perpetuato nei confronti di milioni di proletari, sottomessi anzitutto culturalmente prima ancora che economicamente e socialmente. Chiaramente però questa provocazione non pretende di esaurire in poche righe un tema, quello della comunicazione politica e della propaganda, che richiederebbe ben altre riflessioni di quelle che ha saputo mettere in campo la variegata sinistra italiana negli ultimi decenni. Quest’ultima dovrebbe anzitutto interrogarsi sulla propria stessa identità, sulla quale tali dinamiche linguistiche influiscono certo non poco: cosa vuol dire infatti “sinistra italiana” oggi in un contesto in cui la maggioranza della società identifica il concetto di sinistra con l’organizzazione del PD? Che cosa significava “sinistra” invece in questo stesso Paese 50 anni fa? È accettabile che perfino in documenti politici di partiti comunisti si trovino espressioni desolanti come “sinistra radicale”, termini imposti dalla borghesia con una risemantizzazione estremistica e denigratoria? Forse il percorso culturale da seguire l’aveva avviato assai bene una personalità che pure marxista non era: Luciano Gallino, il quale, in polemica anche terminologica, aveva denominato uno dei suoi ultimi libri “La lotta di classe dopo la lotta di classe”23, non esitando a spiegare la realtà utilizzando le parole e le categorie del marxismo. Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in un suo famoso film. In quell’occasione aveva ragione da vendere.

Autore: Alessandro Pascale, Coordinamento Nazionale Giovani Comunisti
(per contatti: peasyfloyd@hotmail.com)

Fonte: diretta

NOTE:

1 http://www.resistenze.org/sito/ma/di/di/mddil0.htm#LinguaLinguaggio

2 Romano Luperini, Fonte: “I quaderni di acquallagola”, supplemento al numero di Gennaio-Febbraio 2015 di “trentadue – l’ecoapuano”. A cura di ANPI e Fiap di Carrara; pubblicato anche qui:http://www.collettivostellarossa.it/20151004/otto-tesi-sullattualita-di-gramsci

3 Josif Stalin, Riguardo al marxismo nella linguistica, Pravda, 20 giugno 1950; leggibile qui:http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cs/mdcs8e20-003139.htm

4 Vladimir Lenin, Che Fare?, 1902; vd qui: https://www.marxists.org/italiano/lenin/1902/3-chefare/cf1.htm

5 Bertolt Brecht, A chi esita; per leggere tutta la poesia: http://pillolediteatro.com/2015/03/04/a-chi-esita-bertold-brecht/

6 N. Chomsky, La fabbrica del consenso, Milano, Marco Tropea Editore, 1998, pagg. 431-432

7 N. Chomsky, Egemonia americana e “stati fuorilegge”, Bari, Edizioni Dedalo, 2001, pag. 15

8 Vladimir Lenin, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, 1913; vd qui:https://www.marxists.org/italiano/lenin/1913/3/font-mar.htm

9 N. Chomsky, Capire il potere, Milano, Marco Tropea Editore, 2002, pag. 71

10 Sul tema si trova un’ampia analisi sulla “neolingua” immaginata da Orwell qui:http://www.intercom.publinet.it/NewSpeak.htm

11 N. Chomsky, Capire il potere, cit., pag. 74; aggiungendo anche: “È un’asserzione che colpisce molto, visto che negli anni Ottanta gli Stati Uniti sono stati il maggior fattore negativo nel contrastare due importanti processi di pace, in America centrale e nel Medio Oriente”

12 Per approfondire sul tema si può vedere: http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/2111-%E2%80%9Cguerra-%C3%A8-pace%E2%80%9D-ovvero-come-ti-manipolo-il-linguaggio

13 http://www.collettivostellarossa.it/20150923/la-guerra-imperialista-in-ucraina

14 http://www.resistenze.org/sito/te/cu/li/culicc26-010729.htm

15 N. Chomsky, Capire il potere, cit., pag. 66

16 Per tutte e tre le citazioni ci si è rifatti a Josif Stalin, Riguardo al marxismo nella linguistica, cit.

17 http://www.traduzione-testi.com/traduzioni/traduttori-freelance/il-linguaggio-delleconomia-e-della-finanza.html

18 http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese/litaliano-debole-potere-forte

19 Sulla risemantizzazione di tali termini si era espresso precedentemente già Chomsky così: ““Moderato” è un termine che significa “ligio agli ordini degli Stati Uniti”, in contrapposizione a “radicale”, che significa “non ossequiante agli ordini degli Stati Uniti”. Vedi N. Chomsky, Capire il potere, cit., pag. 75

20 Omar Calabrese, Dieci parole che hanno confuso l’Italia, edito nel testo curato da Federico Montanari, Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, Carocci, Roma, 2010 e consultabile al link http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2011/3/5/10795-Omar-Calabrese:-Dieci-parole-che-hanno-confuso-l%E2%80%99Italia/

21 A riguardo è da tenere sempre in enorme considerazione tale indagine:http://www.senzatregua.it/i-monopoli-della-comunicazione-e-la-liberta-di-stampa-nel-capitalismo/

22 http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cp/mdcpag21-007333.htm

23 http://www.collettivostellarossa.it/20151108/gallino-i-tre-motivi-per-cui-non-si-elimina-la-poverta-estrema

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