Catalunya indipendente?

Catalunya indipendente?

catalogna-referendum3-620x372Le forze indipendentiste hanno vinto le elezioni per il parlamento catalano. La lista unitaria di sinistra è andata molto male. Il Partito dei Socialisti Catalani perde. Il Partito Popolare crolla. Ciutadans triplica voti e seggi. La Candidatura d’Unitat Popular triplica voti e seggi.
La tabella ufficiale dei risultati elettorali è questa.
Per i lettori italiani, anche in questi giorni ampiamente disinformati dai media italiani, è necessario fornire una descrizione delle liste e dei partiti che hanno preso parte alle elezioni.

“JUNTS PER EL SI” è la coalizione indipendentista comprendente i partiti “Convergencia Democratica de Catalunya” (destra liberale), “Esquerra Republicana de Catalunya ERC (lo storico partito indipendentista di sinistra moderata), scissionisti del Partito dei Socialisti Catalani e del partito democristiano Uniò Democratica de Catalunya, e numerosi esponenti del movimento civico indipendentista, fra i quali importanti personalità del mondo della cultura e dello sport, come il cantautore Lluis LLach e l’allenatore Pep Guardiola.
“CIUTADANS” è il nuovo partito emergente della destra “moderata”, prima in Catalogna e, dalle recenti elezioni locali, in tutta la Spagna. È un partito liberista, radicalmente nazionalista spagnolo, e dalla forte retorica “anticasta” ed anticorruzione.
“PARTIT DELS SOCIALISTES DE CATALUNYA” è il partito catalano federato al PSOE spagnolo. Recentemente si è allineato alle posizioni del Psoe contrarie al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano subendo una scissione.
“CATALUNYA SI QUE ES POT” è la coalizione della sinistra radicale catalana. Ne fanno parte Iniciativa per Catalunya – Verds, ICV (una quindicina di anni fa ha reciso il legame con Izquierda Unida in favore del Partito Verde Europeo pur continuando a presentarsi con IU alle elezioni), Esquerra Unida i Alternativa, EUiA (è la forza catalana federata con Izquierda Unida), Podem (è il nome catalano di Podemos), Equo (è una piccola formazione verde). La lista è favorevole al diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma contraria ad atti unilaterali indipendentisti.
“PARTIT POPULAR” è la struttura catalana del Partido Popular. È la destra storica spagnola, confessionale ed ora anche liberista, oltre che nazionalista spagnola.
“CANDIDATURA D’UNITAT POPULAR” la CUP è una formazione di estrema sinistra indipendentista. Funziona rigidamente in modo assembleare a tutti i livelli.
“UNIO’ DEMOCRATICA DE CATALUNYA” è lo storico partito democristiano catalano. Dal postfranchismo si è sempre presentato alle elezioni insieme ai liberali di Convergencia Democratica de Catalunya nella federazione Convergencia i Uniò (CiU). Recentemente ha, con un referendum interno vinto dalla direzione per pochissimi voti, deciso di rompere la federazione con Convergencia Democratica. Per questo ha subito una scissione indipendentista molto forte. Riconosce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano ma è contrario ad atti unilaterali non concordati e negoziati con lo stato spagnolo.

Cosa succede in Catalogna? Qual è la vera natura delle forze indipendentiste? Come si posiziona la sinistra radicale catalana e spagnola in questa fase? Come influenzeranno i risultati delle elezioni catalane le elezioni politiche spagnole di dicembre?

Per rispondere a queste domande è indispensabile chiarire alcune cose senza conoscere le quali è impossibile, per il lettore italiano, capire veramente l’esito e le implicazioni del voto catalano.
L’indipendentismo catalano è sempre stato una forza minoritaria, sostanzialmente rappresentato da Esquerra Republicana de Catalunya. I partiti nazionalisti catalani come Convergencia i Uniò non erano, fino a poco tempo fa, indipendentisti bensì autonomisti. Il Partito Comunista di Spagna ha sempre riconosciuto l’esistenza di una nazione catalana, il suo diritto all’autodeterminazione, e fin dai tempi del Comintern ha sempre avuto in Catalunya un partito comunista fratello e federato (PSUC). Lo stesso vale per la coalizione Izquierda Unida. Ma il PSUC e Esquerra Unida i Alternativa non sono mai stati indipendentisti, bensì propositori, insieme a PCE e IU, di una repubblica federale nella quale la nazione catalana potesse autogovernarsi pienamente.
I socialisti, prima repubblicani e federalisti con l’andare del tempo sono diventati monarchici e difensori dello stato unitario spagnolo.

Non è in questa sede che chiariremo i motivi storici per cui si può parlare di una nazione catalana. Tralasceremo anche i trecento anni di storia nel corso dei quali il nazionalismo spagnolo, la dinastia dei borboni e la dittatura fascista hanno tentato, senza mai riuscirci, di cancellare lingua e cultura catalana.
Per la sinistra spagnola e catalana l’esistenza della nazione catalana non è mai stata in discussione. Basti questa affermazione per poterci concentrare sui fattori che hanno fatto crescere l’indipendentismo fino a farlo diventare maggioritario.
Il primo fattore è storico. Attiene alla natura del nazionalismo catalano ed ha a che vedere sia con l’evoluzione della società catalana sia con la repressione che storicamente ha dovuto subire.
L’identità su cui si fonda l’idea stessa di nazione catalana e di popolo non è etnica. Non lo è perché la società catalana ha conosciuto storicamente una potentissima immigrazione. Sia prima della rivoluzione industriale, per la diversa distribuzione della proprietà terriera dal tradizionale latifondo spagnolo, sia dopo e con numerose e diverse ondate. Le classi subalterne, composte da lingue e culture diverse, hanno sviluppato una forte grado di integrazione per far fronte al nemico comune, rappresentato dalla alta borghesia catalana alleata dello stato spagnolo. Durante i 40 anni di fascismo, per esempio, lo stato franchista che proibiva il catalano, le feste catalane e quelle di sinistra come il 1° maggio, che tentava di far sparire perfino le tradizioni folkloristiche, era lo stesso stato che reprimeva ogni sussulto operaio e popolare. Perciò il PSUC clandestino faceva rischiare torture ed anni di carcere ai propri militanti, in gran parte immigrati che non parlavano catalano, per riempire di bandiere catalane città e paesi l’11 settembre e di bandiere rosse il 1° maggio. Perciò sempre il PSUC, appena caduto il franchismo, costruì nei quartieri e nei paesi a forte immigrazione un potente movimento che rivendicava scuole pubbliche nelle quali si riprendesse l’insegnamento del catalano.
Questa concezione del popolo e della nazione, inclusiva, laica, e plurale dal punto di vista linguistico e culturale, è quella prevalente tutt’ora.
Al contrario il nazionalismo spagnolo, che oggi al massimo tollera l’esistenza di una peculiarità catalana come parte dell’identità spagnola, è escludente e considera il nazionalismo catalano come una minaccia per i cittadini spagnoli immigrati in Catalogna e per la Spagna tutta.
La cartina di tornasole, come spesso accade per molte cose, per verificare differenze fra nazionalismo catalano e spagnolo sono gli immigrati extracomunitari. Tutti i partiti catalani, destra compresa, sono antirazzisti, sono contrari ai CIE, sono contrari alla cittadinanza stabilita per sangue, mentre i partiti spagnolisti (PP e Ciutadans) usano stereotipi xenofobi e propongono un’idea di cittadinanza fondata sul sangue e discriminatoria verso gli immigrati extracomunitari.
Una recente diatriba fra il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoi e il presidente catalano Artur Mas lo esemplifica benissimo:
Rajoi: non capisco come si possa voler separare la Catalogna dalla Spagna con tutto il sangue spagnolo che scorre nelle vene dei catalani e tutto il sangue catalano che scorre nelle vene degli spagnoli!
Mas: noi non capiamo queste cose di sangue. Per noi sono catalani tutti quelli che vivono e lavorano in Catalogna!
Insomma, come si vede anche da una descrizione sommaria come questa e al contrario di quanto dice o lascia intendere la stampa italiana, l’indipendentismo e il nazionalismo catalano non hanno nulla a che vedere con altri movimenti separatisti e xenofobi in Italia e in Europa.
Il secondo fattore è politico.
All’inizio degli anni 2000 l’indipendentismo catalano era minoritario. Il primo governo di sinistra (PSC, ICV-EUiA, ERC) della Catalogna redasse nel parlamento catalano insieme a CiU un nuovo statuto d’autonomia. Con molti più poteri per la regione, anche se non tanti come per uno stato federato. Il Psoe e Zapatero, che avevano una maggioranza parlamentare sufficiente per farlo, si impegnarono solennemente a ratificarlo senza modificarlo. Ma lo statuto fu modificato in senso peggiorativo quando fu esaminato dal parlamento spagnolo. Il che portò ERC a votare contro. Il governo catalano convocò in seguito un referendum confermativo. Al referendum la partecipazione fu di circa il 50 % e votò favorevolmente il 74 %. Lo statuto entrò in vigore nel 2006. Ma nel 2010, su ricorso del PP la Corte Costituzionale (sostanzialmente nominata da PP e Psoe) dichiarò incostituzionali gran parte degli articoli dello statuto, ne rimaneggiò altri e in sostanza cancellò tutti gli avanzamenti che avevano resistito alle già gravi amputazioni subite dallo statuto quando fu ratificato dal parlamento spagnolo 5 anni prima.
Sei anni dopo il primo vero tentativo di inquadrare il rapporto della Catalogna con lo stato spagnolo in modo non umiliante e dopo un referendum votato dal popolo si tornò al punto di partenza.
Un’enorme manifestazione di popolo con più di un milione di partecipanti alla quale aderirono tutti i partiti catalani (tranne ovviamente il PP e Ciutadans) si riversò nelle strade di Barcellona per protesta. Lo slogan che convocò la manifestazione era: Siamo una nazione. Decidiamo noi!

È questa, senza dubbio, la ragione politica della “deriva” indipendentista che si afferma fra le forze politiche e soprattutto a livello popolare.
Nelle elezioni catalane del 2010, dopo due legislature di governo delle sinistre, PSC e ERC crollano. Delle tre forze di governo resiste, con un lieve calo, solo la lista ICV-EUiA. CiU torna al governo con l’appoggio esterno del PP. Oltre alle ragioni più sopra esposte cominciano a mordere gli effetti della crisi e a farne le spese sono soprattutto i socialisti, responsabili delle politiche neoliberiste del governo Zapatero. Come si vedrà ancor meglio nelle elezioni politiche generali del 2011 quando il Psoe passerà dal 44 al 28 % dei voti.
Dopo la manifestazione del “Som una naciò. Nosaltres decidim.” due entità civiche (Assemblea Nacional Catalana e Omnium Cultural, completamente autonome dai partiti, dirigono un enorme movimento popolare capillare e capace di produrre manifestazioni nel giorno dell’11 settembre di ogni anno(la festa nazionale catalana ricorda la caduta di Barcellona in mano alle truppe borboniche avvenuta nel 1714 dopo una lunghissima resistenza) senza eguali per partecipazione ed organizzazione. Su impulso della ANC e di Omnium si forma la AMI (Associazione dei Municipi per la Indipendenza) che conta oggi 765 municipi su un totale di 948.
La forza del movimento popolare indipendentista, al quale partecipano convintamente anche le sinistre radicali favorevoli al diritto all’autodeterminazione, travolge e supera i partiti. Nel corso della legislatura eletta nel 2010 il Presidente Mas tenta nuovamente un approccio negoziale con il governo spagnolo, il cui tema principale è un patto fiscale (sul modello di quello vigente per il Paese Basco). La risposta è negativa su tutta la linea. Il negoziato non comincia nemmeno. A questo punto viene sciolto il Parlamento catalano e sono convocate nuove elezioni con l’esplicito obiettivo di ottenere un mandato popolare per convocare un referendum sull’autodeterminazione. Le elezioni effettivamente premiano con una schiacciante maggioranza le forze favorevoli al referendum. Nel Parlamento catalano si approvano norme che permettono sostanzialmente la celebrazione di un referendum consultivo, non decisionale, atteso che un referendum decisionale dovrebbe ottenere l’autorizzazione del governo centrale. E il referendum consultivo viene convocato per il 9 novembre del 2014. L’oggetto della consultazione, dopo lunghissime trattative, viene concordato da CiU, ERC, CUP e ICV-EUiA ed è costituito da due domande collegate fra loro: Vuole che la Catalogna sia uno Stato? In caso affermativo, vuole che sia uno Stato indipendente?
Il governo centrale dichiara che la consultazione sarà proibita in quanto anticostituzionale. Il Parlamento catalano formula una richiesta ufficiale al parlamento spagnolo affinché autorizzi la consultazione. Las Cortes bocciano la richiesta con il voto di PP, Psoe, UDC, Union del Pueblo Navarro, Foro Asturias. A votare a favore sono tutti i partiti nazionalisti di Catalogna, Galizia, Paese Basco, Paese Valenciano e, unica forza spagnola, Izquierda Unida.
Nel settembre la consultazione non vincolante viene “sospesa” dalla Corte Costituzionale sine die e il governo catalano, con l’appoggio della maggioranza del parlamento dichiara che non potendo celebrare una consultazione ufficiale, ancorché non vincolante, ne promuoverà una “informale”, con la partecipazione di volontari non retribuiti e mettendo a disposizione solo i locali scolastici.
La consultazione si svolge il 9 novembre e partecipano 2 milioni e 300 mila persone. Votano si e si l’81%, si e no il 10%, no e no il 5%, e il restante 4% fra bianche e nulle.
A questo punto si apre una lunga discussione, che riportare qui sarebbe troppo lungo, fra le forze indipendentiste nel corso della quale si consumano scissioni sia nel campo indipendentista (Unio Democratica de Catalunya) sia in quello avverso (PSC), e alla fine viene deciso che si convocheranno elezioni anticipate per trasformare le elezioni nel referendum che non si è potuto celebrare con l’obiettivo esplicito di far ottenere alle liste indipendentiste la maggioranza sufficiente ad istruire e compiere atti unilaterali verso l’indipendenza.
Nel frattempo la tornata delle elezioni municipali della primavera 2015 vede crescere fortemente il campo dei partiti indipendentisti (al cui interno crescono ERC e CUP e scende CiU) e delle forze favorevoli all’autodeterminazione (come la lista unitaria di sinistra Barcelona en Comù composta sia da indipendentisti sia da federalisti).
La campagna elettorale si preannuncia fortemente segnata dal carattere “plebiscitario” relativo all’indipendenza. Per questo si forma la lista unitaria indipendentista Junts per el SI (insieme per il si) alla quale non aderisce la CUP che pur garantendo la massima disponibilità e volontà politica circa gli atti unilaterali preferisce evidenziare anche il carattere di rottura programmatica sulle questioni sociali. A sinistra si forma la lista unitaria Catalunya si que es pot esplicitamente contraria a promuovere atti unilaterali.
I mesi che precedono il voto, e soprattutto gli ultimi 15 giorni (che costituiscono in Spagna la campagna elettorale ufficiale) sono densi di manovre e polemiche. Mentre da Madrid ovviamente si nega il carattere “plebiscitario” delle elezioni catalane il governo centrale mobilita la propria diplomazia per ottenere dichiarazioni di altri governi europei e USA, e della stessa Commissione Europea, che contrastino l’indipendenza. Le più importanti banche e alcune imprese multinazionali dichiarano che se ne andrebbero dalla Catalogna in caso di indipendenza. Il Governatore della Banca centrale spagnola dichiara che nel caso di indipendenza si produrrebbe un “corralito” e che i cittadini non potrebbero più disporre dei propri risparmi. Si discute dell’eventualità che nessuno più paghi le pensioni. E così via.
Perfino i segretari spagnoli di Comisiones Obreras e di UGT rilasciano dichiarazioni contro l’indipendenza, ma vengono immediatamente smentiti dai segretari catalani delle rispettive organizzazioni che ricordano di essere a favore dell’autodeterminazione e di annoverare fra i propri iscritti tutte le tendenze, comprese quelle indipendentiste.
Il dibattito si radicalizza più per la volontà degli anti indipendentisti che per quella degli indipendentisti. I partiti nazionalisti spagnoli, e soprattutto Ciutadans impostano tutta la campagna sul tema dell’indipendenza in modo veemente e radicale. Perfino l’ex primo ministro socialista Gonzales paragona gli indipendentisti a un movimento totalitario di stampo nazista, suscitando una imbarazzata reazione critica da parte del PSC.
La lista unitaria di sinistra Catalunya si que es pot, per quanto insista su temi sociali e di lotta sul tema centrale della campagna elettorale ha una proposta debolissima ed imbarazzata, giacché al suo interno e all’interno di ognuna delle forze che la compongono ci sono sia posizioni indipendentiste sia posizioni federaliste.
In sostanza proporre l’autodeterminazione attraverso un referendum concordato con un possibile futuro governo spagnolo disponibile a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano equivale a zero dal punto di vista politico. Criticare Junts per el si per la presenza della destra catalana liberista e tentare di ridurre tutta la vicenda alla manovra di Convergencia Democratica e di Artur Mas di non presentarsi con i propri simboli per evitare il giudizio degli elettori ed attaccare la CUP dicendo che votarla equivale a votare per la destra catalana ha finito per provocare un’esodo dei voti di ICV-EUiA proprio verso la CUP (più di 80mila secondo i primi studi sui flussi) e verso Junts per el SI per recuperarne pochi dai socialisti e, questo si, molti dall’astensionismo e da diverse provenienze motivati dalla presenza di Podemos nella lista.
Per la lista Catalunya si que es pot non si può parlare che di una sconfitta, perché sebbene abbia preso gli stessi voti della lista ICV-EUiA del 2012 e perso solo due seggi su 13 che ne aveva, la presenza di Podemos nella lista e il successo di Barcelona en Comù lasciavano sperare (e così dicevano molti sondaggi) un risultato ben più lusinghiero. Del resto non si può tacere sul fatto che la reiterata presenza dell’istrionico (per usare un eufemismo) Pablo Iglesias in campagna elettorale ha fortemente nuociuto alla lista. Sia per l’arroganza e il settarismo (non ha accettato di fare iniziative unitarie nelle quali comparisse il leader di Izquierda Unida spagnola) sia per l’uso di argomenti tipici del nazionalismo della destra estrema spagnola (salvo poi chiedere scusa) per richiamare il voto dei figli e dei nipoti degli immigrati dell’Andalucia e della Extremadura contro i catalani.
Sui risultati ora in Spagna c’è una discussione prevedibile. I partiti nazionalisti spagnoli, dopo aver sostenuto che si trattava di ordinarie elezioni ammnistrative, ora dicono che l’indipendentismo ha perso perché ha ottenuto il 48 % dei voti e arruolano nel fronte contrario anche Catalunya si que e spot e Uniò Democratica de Catalunya che però sono forze favorevoli all’autodeterminazione. Gli indipendentisti, più correttamente, parlano di vittoria chiara giacchè il fronte del no di PSC, PP e Ciutadans ha ottenuto il 39% contro il loro 48%. La forza più seria, sebbene descritta da più parti come estremista, antisistema ecc, è la CUP che ha parlato di una vittoria netta sul no, ma ha precisato che il 48 % dei voti non autorizza una immediata dichiarazione unilaterale di indipendenza e propone un processo costituente e una progressiva legislazione del parlamento che costruisca gli strumenti della sovranità catalana, e la immediata disobbedienza delle leggi spagnole che probiscono l’applicazione di quelle catalane. Come per esempio quella sulla “povertà energetica” che prevedeva di proibire il taglio di luce, gas e acqua alle famiglie senza reddito.
Mentre scrivo inizia la lunga trattativa per la formazione del governo e soprattutto per la scelta del Presidente. Junts per el si propone Artur Mas e la CUP propone una figura di consenso non segnata dal passato liberista. Difficile dire come andrà a finire.
Ma è certo che nulla è come prima in Catalunya. E che queste elezioni catalane segneranno fortissimamente le prossime elezioni generali spagnole di dicembre.

RAMON MANTOVANI

da rifondazione.it

Un commento

  1. Gianni Sartori

    EUSKAL HERRIA: UN RIEPILOGO DELL’ANNO TRASCORSO CON LO SGUARDO RIVOLTO AL FUTURO

    (Gianni Sartori)

    Breve premessa indispensabile: appare evidente come durante tutto il 2015 il governo spagnolo a guida Partido Popular abbia inasprito le politiche repressive sia nei confronti dei prigionieri e delle prigioniere baschi, sia perseguitandone gli avvocati (vedi gli arresti del gennaio 2015). Quanto al potere giudiziario ha messo in campo nuove norme giuridiche (sulla cui legittimità è lecito perlomeno dubitare) per ostacolare ogni liberazione legalmente prevista di prigionieri politici.

    Adottando questa strategia, Madrid ha ottenuto soltanto di ostacolare ulteriormente il processo ormai avviato per una soluzione politica del conflitto. La strumentalità di questa presa di posizione governativa è apparsa chiaramente anche in occasione degli arresti in settembre di alcuni militanti di ETA che avevano un ruolo preciso nel processo di disarmo iniziato dall’organizzazione indipendentista (nonostante in maggio ETA avesse nuovamente espresso la volontà di procedere ad ulteriori passi in tale direzione).
    Perfino alcuni suoi esponenti hanno espresso dure critiche ai metodi del PP (come la presidente del partito nel Paese Basco che si è dimessa in ottobre).

    DOPO LE ELEZIONI

    Con le elezioni generali del 20 dicembre 2015 non è emersa nella penisola iberica una maggioranza chiara e i negoziati per un nuovo governo hanno incontrato diverse difficoltà. Al punto che non si escludono nuove elezioni. Comunque vada, il nuovo governo non potrà evitare di dare una risposta chiara, fondata sul dialogo e sui negoziati, alle richieste che pervengono sia dalla Catalogna che da Euskal Herria.

    Tra gli interventi più interessanti di fine anno, l’intervista realizzata da Inaki Altuna con David Pla e pubblicata su Gara il 15 dicembre (in euskara).
    David Pla, uno dei delegati di ETA per la soluzione del conflitto, attualmente in carcere, ha spiegato quali fossero gli impegni (poi non mantenuti) del PSOE dopo Aiete. Per la situazione attuale, ha sottolineato la necessità di ulteriori passi in direzione della soluzione e rivendicato la coerenza di ETA che “ha mantenuto tutto gli impegni” al contrario dei vari governi spagnoli. Riconosce come sia alquanto improbabile poter riaprire un dialogo con Madrid dopo il 20 dicembre (ultime elezioni) anche se “bisogna lavorare anche per questa eventualità, ma in ogni caso senza considerarla la principale della nostra strategia”.
    Ad una domanda su BAIGORRI, in riferimento agli arresti – tra cui quello dello stesso Pla – operati congiuntamente da Guardia Civil e polizia francese in questa località della Nafarroa Beherea (Bassa Navarra – sotto amministrazione francese)* ha risposto che “ quattro anni dopo Aiete ETA ha avviato una profonda riflessione per definire la sua strategia e i passi ulteriori da compiere. Per questo stiamo raccogliendo le proposte di varie persone e soggetti politici”.
    Per quanto è avvenuto dopo il 2011, non nasconde di provare una “sensazione agrodolce” in quanto “abbiamo costruito uno scenario politico ricco di opportunità, ma tuttavia non siamo in alcun modo dove avremmo desiderato”. David Pla ha poi sottolineato che il blocco del processo di soluzione produce “un contesto difficile e con molte carenze”. Si dice inoltre convinto che la stato spagnolo difficilmente potrà realizzare di propria iniziativa un processo di democratizzazione di tale portata da implicare il riconoscimento di Euskal Herria come Nazione. Ritiene quindi che si debba “aprire un processo come Popolo, con l’obiettivo di creare una convergenza di forze necessarie affinché E.H. possa avanzare ulteriormente”.
    Ha detto poi di considerare le ripetute violazioni dei diritti dei prigionieri politici come “un tentativo da parte dello stato di creare uno scenario da vincitori e vinti”. Se invece si considera la cosa da un punto di vista più ampio si comprende come il progetto della Spagna sia sostanzialmente naufragato in E.H. Agli occhi della maggioranza dei cittadini baschi il governo spagnolo appare oggi come il maggior ostacolo per la Pace e i partiti spagnoli ad ogni elezione ottengono sempre meno consenso in E.H.

    L’OPPORTUNISMO DEL PNV

    Il delegato di ETA si dice critico anche nei confronti del Partito Nazionalista Vasco. Ritiene infatti che l’obiettivo del PNV “non è una soluzione ragionevole, ma piuttosto indebolire la sinistra abertzale”.
    Non per niente il PNV è prontissimo a trarre beneficio dagli attacchi dello stato alla sinistra nazionalista, approfittando del fatto che Arnaldo Otegi, potenzialmente il maggior avversario di Iniko Urkullu (lehendakari – presidente – del governo basco dal 2012) nelle elezioni, rimanga in galera.
    Ha poi confermato che una delegazione di ETA era rimasta per sedici mesi in un Paese europeo (anche se non conferma che si trattasse della Norvegia), sotto la protezione di quel governo, con l’approvazione di Madrid (sia durante che dopo Zapatero) per dialogare e stabilire accordi, incontrando anche una dozzina di personalità internazionali e un inviato del governo a guida PP.
    Un inviato, ricorda, che al suo ritorno a Madrid non venne ricevuto dall’Esecutivo, lo stesso che lo aveva inviato. Una episodio paradossale.
    Ha poi espresso un parere molto favorevole sul documento prodotto dal gruppo di esperti definendolo “molto importante, soprattutto rispetto alla posizione assunta dagli stati (Spagna e Francia ndr) in quanto porta ulteriore credibilità al processo”. Oltre ad essere stato determinante per la prosecuzione del processo stesso, smentendo i dubbi avanzati da Madrid sulle reali intenzioni di ETA.
    Alla inevitabile domanda sul destino delle armi in dotazione a ETA, conferma che un quantitativo notevole è già stato sigillato (come ETA aveva precedentemente garantito) e altre armi lo saranno in seguito. Sottolinea che “ETA non aveva alcuna necessità di sigillare i propri arsenali, tantomeno di disarmarsi”. Quindi “per ora le armi possono restare dove stanno. ETA sta facendo questo per il bene del processo, perché vuole dare una risposta positiva a questo problema. E lo fa per decisione propria, non per stanchezza”. Tanto per essere chiari.

    Tra gli eventi significativi del 2015, di segno diametralmente opposto a quelli governativi, vanno ancora segnalate la Conferenza Umanitaria (giugno) e la Campagna “FREE OTEGI, FREE THEM ALL” (Libertà per Otegi, liberare tutti).

    E infine, per concludere questo breve riepilogo del 2015 in E.H., ricordo che la Dichiarazione internazionale “FREE ARNALDO OTEGI & bring Basque political prisoners home” era stata presentata il 24 marzo al Parlamento Europeo dal musicista Fermin Muguruza a nome di 24 firmatari. Nomi ben noti per il loro impegno nell’ambito delle lotte per l’autodeterminazione dei popoli e per la giustizia sociale: Leyla Zana, Leila Khaled, Angela Davis, José “Pepe” Mujica, Desmond Tutu, Fernando Lugo, Gerry Adams, Adolfo Pérez Esquivel, Slavoj Zizek, José Manuel Zalaya, Joao Pedro Stédile, Nora Cortinas, Lucia Topolansky, Cuauhtémoc Cardenas, Carmen Lira,
    Ahmed Kathrada, Rev. Harold Good, Tariq Ali, Mairead Maguire, Ken Livingstone, Pierre Galand, Helmut Markov, Gershon Baskin.

    Gianni Sartori

    *nota su Baigorri (comunicato del 23 settembre 2015 del Movimento Pro-Amnistia e Contro la Repressione):

    “Ante la operación llevada a cabo por la Policía Francesa y la Guardia Civil contra ETA en Baigorri, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere compartir su lectura:
    Para empezar, queremos mostrar nuestra solidaridad con los militantes Patxi Flores, Ramón Sagarzazu, Iratxe Sorzabal y David Pla, todos ellos detenidos ayer. Igualmente y una vez más, queremos denunciar la actitud represiva de los estados español y francés y queremos hacer llegar todo nuestro odio a quienes vinieron a Euskal Herria a hacer la guerra. La Guardia Civil, las Policías Española y Francesa, las distintas policías autonómicas españolas… Todas ellas son instituciones terroristas que han utilizado y defendido las torturas, los asesinatos, los secuestros, la guerra sucia y la legalidad fascista y es absolutamente necesario hacer entender al pueblo que si queremos construir la paz, no la paz del opresor sino una verdadera paz basada en la justicia, es imprescindible seguir haciendo frente a estos perros rabiosos que se denominan “Fuerzas de Seguridad del Estado”. Estas organizaciones terroristas son mediante las que pretenden someter a Euskal Herria y, por lo tanto, queremos hacer un llamamiento a seguir trabajando concienzudamente para deslegitimar a las distintas policías.
    El Estado español ha entendido bien la necesidad de imponer la “versión oficial” sobre lo sucedido en este conflicto, ha entendido la necesidad de legitimarse ante el pueblo. Los ataques de los últimos tiempos contra la libertad de expresión y en general la prohibición de cualquier iniciativa que ponga en entredicho la “versión oficial” se sitúan en esa lógica de legitimación del terrorismo de estado. Necesitan distorsionar el conflicto político que hay abierto en Euskal Herria como garantía de que en el futuro nadie haga frente desde una actitud combativa al fascismo que nos pretenden imponer.
    Poner el nombre de “Operación Pardines” a las detenciones de Baigorri es un auténtico insulto para Euskal Herria. Recordemos que José Pardines fue la primera persona a la que ETA mató, en 1968. Pardines era Guardia Civil y por lo tanto miembro del ejército de Franco, uno de los responsables de mantener la represión contra Euskal Herria y el resto de pueblos que mantienen bajo el dominio del Estado español. Llamar “Operación Pardines” a una operación que tiene como objetivo acabar con la organización que más hizo contra el franquismo es una clara acción de apología del terrorismo y nos parece que es escupir tanto sobre los restos de las miles de personas asesinadas en nombre de España por el franquismo y la Guardia Civil como sobre los cadáveres de los asesinados por el Estado español después del franquismo. El pueblo deberá hacer un esfuerzo descomunal para que la memoria histórica y la verdad no queden en las cunetas.

    Por otro lado y en lo referido a las consecuencias de esta operación, ha llegado el momento de hacer una lectura más profunda. Después de noviembre de 2004, encuadrado en la propuesta de Anoeta, a ETA se le impone el papel de negociar una salida a las consecuancias del conflicto en un posible proceso de negociación. También en la declaración de Aiete ese fue el trabajo que se le asignó a ETA, un trabajo que se limitaba a una “mesa técnica”. Esto quiere decir que la tarea de ETA en ese posible proceso de negociación sería el de tratar el tema de presos, huídos y deportados y el de la salida de las fuerzas de ocupación. Actualmente, sin embargo, no hay ningún tipo de proceso de negociación en marcha y los estados ven la posibilidad de acabar con ETA utilizando la vía policial. Sin duda, ese será el camino que seguirán los estados cerrando las puertas a cualquier negociación. No ven que puedan sacar ningún provecho de una negociación en una situación como la actual.

    Así las cosas y descartada la posibilidad de la mesa técnica, resulta más importante que nunca activar al pueblo a favor de la reivindicación y la lucha por la amnistía. Ahora, remarcar el carácter político de los represaliados originados por este conflicto se convierte en algo de vital importancia y para hacerlo hay que organizarse y luchar. Para ello, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere ofrecer al pueblo un marco para llevar esta labor a cabo, porque la única lucha que se pierde es la que se abandona. Jo ta ke amnistia eta askatasuna lortu arte!
    En Euskal Herria, a 23 de septiembre de 2015.
    Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión.”

    Testo completo in: http://www.lahaine.org/eusk-cast-baigorriko-atxiloketen-aurrean

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