Il sogno di passare in Francia per andare in Inghilterra

Il sogno di passare in Francia per andare in Inghilterra

111198-mdLa sensazione, che ho provato mentre parlavo con alcuni di loro e rimastami dentro dopo avere ripreso il treno per tornare in Francia, è stata quella di essere in contatto con il timore. Non soltanto nascosto nelle poche parole pronunciate in francese o in inglese o in italiano o con il gesticolare dopo avermi detto di parlare soltanto in lingua araba, non soltanto evidente in ciascuno di loro nel volere sfuggire dal “morso” delle domande che io, uno sconosciuto, ho rivolto dopo essermi presentato come giornalista, uno “scribacchino” di origine italiana. Timore, autentica paura, che alberga da tanto tempo nelle menti, nei cuori, nei corpi di uomini d’ogni età in fuga da tanti luoghi del mondo, anche da bei posti se non ci fosse il tiranno e non sparassero le armi.

Quando arrivo alla stazione di confine di Ventimiglia non sono ancora le otto di un mattino feriale: c’è chi, appena sceso dal treno, esce rapido dalla stazione, c’è chi si ferma a bere un caffè e chi a comprare un giornale. Abituato ad altre stazioni mi fa un certo effetto non vedere, sia nella hall sia sui marciapiedi all’ingresso, volti colorati di corpi sofferenti per un’attesa di svolta della vita arrivata fin lì. Chiedo a un gruppo di poliziotti dove posso trovare qualcuno dei numerosi transitati da queste parti, arrivati dal sud dell’Italia e desiderosi di transitare in Francia. Mi dicono di andare al Commissariato. Stessa risposta me la danno tre altri poliziotti che sono fermi all’ingresso del centro accoglienza di Ventimiglia, là dove ci sono gli stabili dell’(ex-) dopolavoro ferroviario.

Vado a parlare con il dirigente del commissariato di Ventimiglia, capisco che questa vicenda del contendersi esseri umani rimbalzandoli da un lato all’altro di questo ex-confine tra due Paesi della stessa Unione Europea lo turba. Un fastidio per un grave problema arrivato improvviso e non semplice da risolvere bene e rapidamente. Riesco a comprendere anche il rimbalzare da un ufficio all’altro chi non vuole scrivere ciò che tanti altri hanno già scritto, ma vuole semplicemente parlare con i protagonisti di questa vicenda di migrazione: telefoni o mandi una e-mail alla Prefettura di Imperia per ottenere l’accredito-stampa ed entrare nel Centro di prima accoglienza, gestito dalla Croce Rossa Italiana alla quale occorrerà poi rivolgersi per l’ingresso.

Capisco anche l’imbarazzo nel dirmi che là, dove ci sono gli scogli con ancora una ventina di “ospiti”, qualcuno dei “buoni” proprio così buono non è: anche qui, come da Lampedusa a Como, ogni immigrato in attesa di andare altrove o di un regolare permesso per rimanere è un “assegno circolante”. Buono non è perché è meglio trattenere piuttosto che aiutare ad andare altrove e forse questo un po’ di paura la fa venire. Torno all’ingresso del centro di prima accoglienza alla stazione di Ventimiglia. Davvero non mi importa sapere e scrivere quanti sono ancora gli ospiti, con il via-vai che c’è in questi centri in Italia il numero diventa insignificante.

Né ha ormai importanza conoscere dove sono finiti i circa 150 passati dagli scogli di Ventimiglia mesi fa e adesso da qualche altra parte. Adesso è un’ addetta della Protezione Civile a ribadirmi la trafila burocratica per entrare nel centro di prima accoglienza, la Croce Rossa mi assegnerà un accompagnatore. Detto così è chiaro che non entrerò in un lager, io vorrei soltanto parlare con qualcuno dei rifugiati migranti. Decido di aspettare fuori allontanandomi. Vado in piazza della stazione e sulla balaustra di una rotonda sono seduti una trentina di uomini usciti dal centro di accoglienza: tento di aprire un colloquio con i primi quattro un po’ in disparte. Mi dicono che parlano arabo, gli rispondo che posso parlare con loro in francese o inglese o italiano, oppure a gesti, capisco che comprendono, gli chiedo se hanno tentato di passare il confine, di andare in Francia. Con molta titubanza, continuando a guardarsi intorno come temessero qualcuno, uno mi dice che lavora qui in Italia, un altro mi dice che sul treno per Nizza lo hanno bloccato i gendarmi francesi e riportato lì alla stazione di Ventimiglia.

Un altro mi dice che vuole andare in Inghilterra dopo avere attraversato la Francia. Ne incontro un altro appena uscito dal centro di accoglienza, ci presentiamo e mi dice di chiamarsi Ibrahim e di parlare solo in arabo, come mi hanno detto almeno in un’altra dozzina, poi riusciamo a capirci un po’ in francese e un po’ in italiano: vuole andare a Calais e passare in Inghilterra. Si comincia a intravedere anche un mercanteggiare di biglietti ferroviari, l’ho visto fare anche alla stazione di Mentone. Un altro Ibrahim era riuscito a prendere un biglietto per Parigi, ma a Nizza lo hanno bloccato i gendarmi, è tornato a Ventimiglia con il biglietto per Parigi in tasca, scaduto. Alle undici del mattino c’è un po’ di animazione in giro per le strade vicine alla stazione.

Tra poco arriveranno volontari da Mentone per unirsi a quelli di Ventimiglia, poi la fratellanza islamica di Nizza, forse quella che fa dire alla placida signora sul treno da Ventimiglia a Grasse, dove si respira aria profumata dalle grandi fabbriche di profumi, che il terrorismo ce l’abbiamo in casa. Già, è complicato comprendere e far capire che questi migranti sono in fuga anche dal terrore dei loro Paesi Un centinaio di esseri umani che hanno già fatto migliaia di chilometri in fuga e ne vogliono fare ancora tanti per arrivare a toccare un miraggio li ho incrociati sulla strada davanti alla stazione e anche senza mediatore culturale di qualche congrega religiosa e senza l’accompagnatore ufficiale della CRI gli ho parlato. Quello che in tutto il traffico di poliziotti, gendarmi, milizia della Croce Rossa, associazioni di volontari, eccetera, mi sembra mancare è l’istituzione che dovrebbe essere presente senza delegare altri: la Commissione Europea, ricordando che qui non si tratta di “quote” come per il latte o le arance o il parmigiano reggiano, ma di esseri umani e della loro dignità.

GUIDO CAPIZZI
giornalista e ricercatore di economia politica

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