Il caso del Pride di Glasgow

Il caso del Pride di Glasgow

PrideEdinburghCover2In queste ore a Glasgow, in Scozia, si stanno svolgendo due Pride: la tradizionale parata del Glasgow Pride e un Pride alternativo, il Free Pride.

Ciò che ha portato il Free Pride di Glasgow al centro del dibattito mondiale del movimento è stata l’iniziale intenzione, poi riconsiderata, di escludere dalle esibizioni artistiche le drag queen e i drag king, cioè chi vive la propria appartenenza alla comunità lgbtqi attraverso la performance di genere in chiave paradossale, chi fa dei generi un’iperbole dissacrante per affrontare a viso aperto la violenza dei ruoli socialmente costruiti e attribuiti, chi attraverso il potere della messa in scena assurda porta alla luce l’assurdità delle vite di tutti e tutte. Tale tentativo di esclusione è stato motivato dalla richiesta in assemblea da parte delle persone non binarie (cioè che non riconoscono il loro genere come pienamente maschile o femminile) e trans di non essere sottoposte al disagio provocato in loro dalla rappresentazione dei generi, vista come un rafforzamento del binarismo.

Può sembrare un episodio marginale e forse scarsamente comprensibile a chi non è addentro alle mille sfumature indicate nelle pieghe di quella sigla, lgbtqi, eppure è emblematico, perché smaschera la sempre maggiore complessità delle dinamiche che animano e a volte dividono una comunità in lotta tanto diversificata e può insegnarci molte cose sul modo in cui l’autoritarismo, l’esclusione e la normalizzazione possano pervadere anche chi non vuole far altro che combatterli.

Il Free Pride, infatti, è nato con le migliori intenzioni, sebbene la sua piattaforma sia forse un po’ vaga: vuole essere un’alternativa inclusiva al Glasgow Pride, che quest’anno farà pagare un biglietto per la partecipazione agli eventi collaterali artistici e ludici, lamentando l’insufficienza di sponsorizzazioni. Vuole combattere non solo tale commercializzazione, ma anche quella più ampia che trasforma i soggetti queer in nicchie di consumo e che ha vari volti: dalla creazione di uno specifico “mercato gay”, macchina da soldi che trasforma le lotte in marchi commerciali, al cosiddetto “pinkwashing”, cioè al sostegno strumentale da parte delle multinazionali alla causa lgbtqi per ragioni di marketing, finalizzato a costruirsi un’immagine progressista e a nascondere magari lo sfruttamento dei lavoratori, i danni ambientali, la collaborazione con stati autoritari, il marcio del capitalismo contemporaneo. Vuole essere un luogo di lotta, e non di festa, che metta al centro i settori più marginalizzati del movimento dalla società e dal movimento stesso: migranti e appartenenti alle classi subalterne (tuttavia la piattaforma, nonostante i proclama, è abbastanza carente) da un lato, trans, persone non binarie, asessuali e così via, nei tanti rivoli della comunità lgbtqi, dall’altro. Questi punti di contrasto col Glasgow Pride tradizionale sono oltretutto più legati tra loro di quanto possa sembrare: l’agenda politica del movimento lgbtqi, ormai sempre più focalizzata sul tema del matrimonio egualitario, è dettata soprattutto da coloro i quali meglio si prestano a rendersi target di mercato: di sicuro non da transessuali, sex worker, migranti o senza tetto queer, bensì da lesbiche e soprattutto gay abbastanza ben inseriti nel tessuto sociale da potersi permettere di chiedere alla società un riconoscimento del loro amore, abbastanza ben inseriti nel mondo del lavoro da potersi permettere di mettere su famiglia e magari da ricorrere alla procreazione medicalmente assistita coi suoi costi esorbitanti, abbastanza normalizzabili e rispettabili da potersi permettere di cercare e trovare la soluzione ai loro problemi in quell’intreccio tra stato e mercato che fonda il potere nell’epoca del capitalismo neoliberista.

Questa contraddizione sta creando crepe sempre più profonde, è evidente da tempo, ma mai come quest’anno è stata al centro del dibattito nel movimento in occidente.

È ancora viva l’eco dei fischi ricevuti dalla transattivista migrante Jennicet Gutiérrez alla Casa Bianca, durante l’incontro tra Obama e le associazioni lgbtqi per il Pride Month. La Gutiérrez, interrompendo Obama, voleva chiedere la liberazione delle trans migranti sottoposte a condizioni spaventose nell’equivalente dei CIE statunitensi. I fischi sono venuti dalla platea quasi interamente maschile, bianca e benestante delle associazioni presenti.

Al Pride di Chicago di quest’anno hanno partecipato 132 spezzoni e carri di corporation e solo 18 di associazioni lgbtqi. A quello di Londra è stata negata la condivisione della testa del corteo allo spezzone dei minatori e dei sindacalisti, che voleva commemorare il trentesimo anniversario degli scioperi e il contributo fondamentale della comunità lgbtqi a quella lotta, il quale è di recente riemerso grazie al film “Pride”, preferendogli gli sponsor.

Al Pride di New York, invece, il concerto di Ariana Grande, con biglietto da 80 dollari e il suo pubblico di diecimila giovani uomini gay, bianchi e benestanti, si è appropriato dello spazio in cui da sempre trovano rifugio i senza tetto appartenenti alla comunità lgbtqi (negli Stati Uniti, più del 20% dei giovani queer è senza tetto, il 40% dei giovani senza tetto è queer), i pontili del fiume Hudson, mentre tutto il Greenwich Village, il quartiere in cui nel ’69 è nato il movimento in occasione dei moti di Stonewall, è al centro di una gentrificazione in salsa gay-chic tale che le ronde di quartiere, pensate in origine anche per fermare la violenza omofoba, prendono di mira quell’umanità transgender, povera, appartenente alle minoranze etniche che lì ha sempre trovato protezione dalla persecuzione vissuta quotidianamente.

Anche in Italia cominciano ad evidenziarsi determinate derive. Il Milano Pride ha cercato spasmodicamente una collaborazione con Expo, nonostante la sua sponsorizzazione di convegni omofobi, ottenendo l’apertura intrista di omonazionalismo della Pride Week davanti al padiglione americano e la firma del commissario unico a una Carta delle Pari Opportunità e dell’Uguaglianza sul Lavoro che stride con lo scenario di lavoro gratuito e sfruttamento sul quale si basa il modello-Expo. Alla parata del 27 giugno, inoltre, ha partecipato uno spezzone di Google, che ha sponsorizzato l’evento e distribuito gadget, portando in piazza i suoi lavoratori e le sue lavoratrici sotto le insegne aziendali. La risposta di una parte del movimento è stata la costruzione del No Expo Pride, con la sua piattaforma anticapitalista, antimperialista, capace di andare oltre le rivendicazioni sui diritti civili e soprattutto ben più accogliente del Free Pride di Glasgow nei confronti di tutte le anime del movimento lgbtqi investite dall’oppressione di classe.

Il nostro Partito ha aderito a tutti i Pride che hanno riempito le piazze italiane, compreso il No Expo Pride, consapevole tanto dell’importanza di lottare per i diritti civili quanto della difficoltà, in un sistema economico come quello in cui viviamo, di far sì che per le classi subalterne essi non restino una possibilità solo sulla carta, quindi della necessità di rafforzare le posizioni di classe all’interno del movimento. Tuttavia non dobbiamo nasconderci le criticità legate a una certa freddezza da parte della base militante rispetto a determinati temi, dovuta anche al fatto che negli ultimi anni il nostro lavoro di collaborazione col movimento è diventato discontinuo e con esso l’elaborazione politica sulle tematiche queer si è fatta evanescente, limitandosi a un supporto molto superficiale delle rivendicazioni attorno a cui ruota il dibattito mediatico.

Per questo è importante analizzare, come abbiamo appena fatto, il modo in cui il capitalismo e la borghesia stanno pervadendo il movimento lgbtqi, ma anche provare a mettere in luce le contraddizioni di chi si oppone con un’impostazione di classe a queste tendenze. Ecco perché parlare di come un Pride alternativo sia arrivato a pensare di escludere le performance delle drag queen e dei drag king, questione che a uno sguardo disattento può sembrare una quisquilia scarsamente inerente al ruolo dei comunisti e delle comuniste in appoggio al movimento, assume un valore inaspettato. Ci permette, infatti, di ragionare a partire da temi specifici del movimento lgbtqi come la teoria del gender o la pratica del safer space, per arrivare a problematiche più ampie come la gerarchizzazione, i mille volti della normalizzazione, il rapporto tra rappresentazione e trasformazione che investono i movimenti in generale e il nostro rapporto con essi.

La teoria del gender esiste e forse è ora, da parte nostra, di smettere di accodarci al negazionismo di quei settori di movimento che non la conoscono o in essa non si riconoscono nella polemica con le gerarchie cattoliche. Esiste e non ha nulla a che fare con le paranoie complottistiche vaticane, clericali e fasciste che la strumentalizzano per attaccare l’autodeterminazione delle donne e dei soggetti lgbtqi e rafforzare un modello normativo statico e soffocante di famiglia, di sessualità, di società. Non ha un collegamento diretto con l’educazione sessuale nelle scuole, con i matrimoni egualitari, le adozioni, le maternità surrogate, con gli interventi legislativi per arginare l’omotransfobia. Esiste come teoria filosofica nel mondo accademico, ma non si limita agli “studi di genere”, a una lettura della realtà, ma ci parla della sua trasformazione. Esiste e prende forma nella vita di una parte del movimento lgbtqi, non di tutti e tutte, ecco perché il negazionismo è così diffuso ed è operato proprio da chi nel movimento è egemone e appiattisce tutto sulla questione dei matrimoni egualitari, come abbiamo appena visto. Esiste esattamente per le parti che si sono scontrate nel caso del Free Pride di Glasgow: trans, persone non binarie, drag queen/king, che la vivono e la riconoscono. Questa vicenda, piuttosto, ci dimostra come sia inopportuno inquadrarla come “ideologia gender”, come sistema ideologico compiuto che qualcuno tenterebbe di imporre al mondo, ci dimostra che la teoria del gender è un campo aperto di sperimentazione sociale autodeterminata sulla propria vita, di sicuro non di sperimentazione sociale sovradeterminante su quella altrui, tantomeno inerente ai bambini e alle bambine da plagiare e “omosessualizzare”. Come ogni campo aperto, è attraversata da scontri, pulsioni identitarie di cannibalizzazione, contraddizioni. Anche il campo aperto più ampio del movimento lgbtqi vive gli stessi meccanismi di inclusione/esclusione, che il Free Pride di Glasgow voleva denunciare e combattere ed invece è riuscito a riproporre in piccolo in maniera esattamente sovrapponibile.

La teoria del gender analizza i nessi, gli intrecci, gli scarti tra natura e cultura relativi alla sessualità e negli interstizi cerca spazi di liberazione. Chi guida il movimento lgbtqi contemporaneo non può riconoscerne l’esistenza, perché agli attacchi essenzialisti dell’omofobia clericale (“l’omosessualità è contro natura”, “gli omosessuali vogliono i bambini artificiali” “la famiglia naturale è sotto attacco”) risponde con una forma di naturalizzazione essenzialista (“l’omosessualità è un fatto di natura”, “l’istinto di riproduzione non è legato all’orientamento sessuale, ma è un bisogno innato”, “l’omofobia è deprecabile perché non si dovrebbe discriminare chi nasce omosessuale” e così via). Una visione semplicistica che viene arricchita solo dalla retorica dell’amore, ridotto anch’esso a fatto meramente naturale. La cultura e la società entrano in gioco come semplici attori passivi a cui si chiede di includere nelle loro istituzioni regolate dalla legge l’amore omosessuale o l’amore omogenitoriale nel nome della loro naturalità, come se istituzioni e leggi discendessero direttamente dalla natura e non fossero un riflesso della cultura.

Non è un caso che le persone transgender e non binarie restino sempre più ai margini del movimento, perché affrontano la crudeltà della natura attraverso i codici sociali di rappresentazione del genere e/o il ricorso a una delle forme più alte di sfida culturale alla natura e ai suoi limiti, la scienza medica. Le loro vite parlano dell’incrocio tra natura e società, tra ciò che si è, ciò che si percepisce di essere e ciò che il mondo percepisce.

Tale meccanismo di esclusione è stato riprodotto nell’ipotesi di non consentire le esibizioni di dragging al Free Pride di Glasgow. Trans e persone non binarie si sono sentite più in diritto delle drag queen e dei drag king di percorrere quello spazio politico, perché loro vivrebbero nella loro essenza, nella loro natura la questione dell’identità di genere, mentre chi fa dragging la rappresenterebbe soltanto, oltretutto con modalità contestabili. Affermare ciò significa di fatto espellere dalla comunità lgbtqi drag queen e drag king, che ne fanno parte proprio attraverso la rappresentazione. Eppure il dragging è stato oggetto centrale di studio della teoria del gender, preso a modello per la sua capacità sovversiva di mettere in discussione la stabilità del rapporto tra sesso e genere, poiché attraverso la performance smaschera i codici di ripetizione e imitazione alla base della femminilità e maschilità. Questa è una delle tesi di Gender Trouble (Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, 2013) di Judith Butler, uno dei testi più importanti di teoria del gender.

Come è stato possibile, quindi, che chi si rivede in quella teoria abbia potuto mettere in atto un’esclusione simile? Che, per affermare la natura oppressiva del binarismo, neghi l’esistenza di quell’oppressione nelle vite di tutti e tutte? Che tenti di fissare, normare, soffocare una delle forme di resistenza ad esso? Come lo giustifica politicamente?

La risposta a queste domande è in una delle tendenze sempre più diffuse nel movimento lgbtqi e nel movimento femminista: la pratica del safer space, cioè la trasformazione di ogni forma pubblica di interazione politica e culturale in uno spazio sicuro, libero dal disagio provocato dal confronto con le esperienze altrui capaci di innescare suggestioni negative. Essa ha un enorme potenziale distruttivo e autoritario.

La sessualità crea disagio. Entrare nel corpo di qualcuno o far entrare qualcuno nel proprio corpo è un evento intimo e potente, pieno di bellezza ma oggettivamente traumatico, perché mette in gioco i desideri, travolge la razionalità, fa mettere in discussione. A maggior ragione crea disagio il discorso pubblico sulla sessualità: il disagio è il motivo per cui esiste l’omotransfobia (e per cui è tanto diffusa tra gli omosessuali repressi), che il movimento lgbtqi sfida prendendosi le strade con il Pride, nel tentativo di depotenziarla mettendo il mondo di fronte alla paura, al trauma, all’offesa provocate dalla sessualità.

La comunità lgbtqi è multiforme e plurale ed è fatta di turbamenti reciproci. Drag e persone non binarie, in questo caso. Sex worker e asessuali. Trans che scelgono la strada della riassegnazione chimica e chirurgica e trans che la rifiutano. Leather e vittime di violenza. Migranti e nativi/e. Chi vive un certo grado di accoglienza da parte della società e degli affetti e chi vive l’emarginazione pura. Si potrebbe andare avanti all’infinito: ci si turba a vicenda. La vita altrui fa interrogare sulla propria e fa male.

La pratica del safer space è pericolosa perché è capace di disgregare la comunità lgbtqi, annullando il confronto interno ed è capace di distruggere il movimento, più interessato a rendersi spazio sicuro che a confrontarsi con l’oppressione che viene dal mondo esterno, non esattamente un luogo accogliente per i soggetti lgbtqi. Inibisce la trasformazione della società perché rende incapaci persino di analizzare la violenza e la persecuzione che mette in atto, figuriamoci di combatterla.

Anziché lottare contro l’oppressione, si rende l’oppressione qualcosa di indicibile. Anziché provare a cambiare la realtà, se ne cambia la rappresentazione, anestetizzandola. La deriva verso il politically correct, strumento potentissimo per placare le spinte trasformative dei movimenti, è un rischio concreto del safer space e i drag king e le drag queen forse possono offrire, con la loro pratica della performance come autodeterminazione e liberazione, un antidoto potente. Non più indignazione per come il mondo viene rappresentato, ma sovversione (anche) attraverso la rappresentazione.

Il Free Pride ha evidenziato pienamente i limiti del safer space, ha rischiato di escludere d’imperio dal movimento una sua componente anziché, per esempio, coinvolgerla in un confronto assembleare. Questo apre scenari autoritari che vanno oltre l’evento in sè e ci fanno riflettere su tematiche più generali.

Ci fa pensare, per esempio, alla gerarchizzazione delle oppressioni e delle lotte. Quando un movimento si interroga e divide su quali forme di oppressione, con le relative risposte, siano prioritarie, mette in piedi una gerarchia. Persino il tentativo, come quello del Free Pride, di “mettere al centro” le marginalità non è immune da questo meccanismo. Come comunisti e comuniste spesso ci concentriamo sulla cosiddetta “unità delle lotte” e pecchiamo dello stesso errore di impostazione, presupponendo che le oppressioni e le lotte nascano divise, siano fatte a compartimenti stagni e vadano quasi meccanicamente unite. Allo stesso tempo, distorciamo il senso del conflitto capitale-lavoro come contraddizione principale per tralasciare le oppressioni sovrastrutturali, immaginando ingenuamente (o strumentalmente) che esse verranno distrutte con un automatismo quando cambierà la struttura e verrà il Sol dell’Avvenire. Una miopia ideologica ci impedisce di guardare alla molteplicità delle oppressioni, a come esse si sovrappongono e intrecciano nelle vite delle persone. Guardare a queste intersezioni è un salto di qualità importante e necessario, che non mina affatto i principi del marxismo e non nega il ruolo strutturale del conflitto capitale-lavoro, anzi, lo può leggere come strutturante. Tuttavia questo non basta. L’altro nodo su cui riflettere, oltre al modo in cui le oppressioni si sovrappongono, è quello in cui oppressioni e privilegi convivono e si legano nelle vite di tutti e tutte in qualche misura. Puntare semplicemente il dito contro i privilegi altrui, amici o nemici, interni o esterni a una lotta, come fanno settori del movimento lgbtqi o femminista, rischia di essere insufficiente e fuorviante. Il Free Pride ha dimostrato che, nel combattere le sacche di privilegio interne a un movimento, si possono creare altre sacche di privilegio, che l’autoritarismo ha mille volti e può pervaderci. Neanche chi è comunista e dedica la sua vita alla liberazione dell’umanità ne è immune. Spesso, poi, la normalizzazione delle lotte, oltre alla forma della sussunzione capitalistica, assume forme più subdole, forme “militanti”. Il Free Pride si è posto l’obiettivo di essere un Pride di lotta e non di festa, negando la storia del movimento lgbtqi che è spesso riuscito a coniugare le due cose. In compenso, chi parla di unità delle lotte e forse ignora quella storia, non esita a definire i Pride “carnevalate”. Dietro l’”egemonia” e l’”avanguardismo” si nasconde una pura e semplice sovradeterminazione.

Considerare la pluralità delle oppressioni, leggerne il legame con i privilegi, mettere al centro l’autodeterminazione: questi sono possibili punti cardine per far sì che non si frammenti ciò che è già unito, per far sì che gli sfruttati e le sfruttate fondino una nuova civiltà basata sulla liberazione delle loro vite, per costruire quello che chiamiamo la rifondazione del comunismo.

Il movimento lgbtqi, in compenso, ha in sè tutte le potenzialità per non perdere la strada. Ha raggiunto grandi obiettivi pur essendo nato con un vizio originario: le trans e le drag queen, insieme, hanno innescato la scintilla coi moti di Stonewall del ’69, eppure hanno subito forme di esclusione fortissima agli albori del movimento. “Potete frequentare i bar grazie a quello che le drag queen hanno fatto per voi e ora queste stronze ci dicono di smettere di essere noi stesse!”, esclamò nei primi anni ’70 Sylvia Rivera, la “madre” del movimento lgbtqi, interrompendo una femminista che si sentiva offesa dalla rappresentazione della donna fatta dalle drag queen. Uno scontro, che si è ricomposto ed è rimasto latente per decenni, è riemerso a Glasgow nel 2015.

SILVIA CONCA

da www.rifondazione.it

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