I/Le Giovani Comunisti/e con i No Expo, verso il MayDay

I/Le Giovani Comunisti/e con i No Expo, verso il MayDay

no-expo-coloriI/Le Giovani Comunisti/e aderiscono con convinzione alla mobilitazione contro Expo che culminerà nella MayDay NoExpo del 1° maggio. Riteniamo, infatti, che in Expo si sovrappongano molte delle ingiustizie contro cui da sempre ci battiamo.

Innanzi tutto, ci opponiamo alla kermesse in sé per com’è stata concepita e realizzata: il suo slogan è “Nutrire il pianeta, energie per la vita”, pura propaganda rispetto a un evento che oscilla tra la fiera della gastronomia e la ben più preoccupante vetrina per le multinazionali dell’agroalimentare, vere responsabili dell’impossibilità di nutrire il pianeta. Un pianeta che avrebbe le risorse per fornire cibo a 12 miliardi di persone, ma adotta un modello produttivo che incentiva la scarsità da un lato, lo spreco dall’altro, con 800 milioni di individui malnutriti e altrettanti obesi perché, a seconda della parte del mondo in cui si vive, la povertà intacca la quantità o la qualità del cibo.

Quella che viene presentata come l’esposizione dell’eccellenza alimentare, ruota in realtà attorno alle multinazionali del cibo spazzatura. Emblematiche sono le “partnership” di McDonad’s e Coca Cola. L’Expo che vuole “Nutrire il pianeta” non si pone il problema di dissetarlo, anzi, collabora con la Nestlè, quella stessa Nestlè che non si accontenta di fare affari con la privatizzazione delle sorgenti, ma vuole che le risorse idriche vengano sottoposte alla speculazione finanziaria tramite l’istituzione di un’apposita “Borsa dell’acqua”. Persino trattati internazionali come il “Protocollo mondiale sul cibo” vengono affidati a una multinazionale come la Barilla, consolidando la tendenza che vede l’irruzione del mercato nei processi democratici al fine di distruggerli e di affermare il suo primato: è il modello del TTIP, contro il quale ci stiamo mobilitando.

Questa Expo non può “Nutrire il pianeta”, può solo essere la vetrina di un modello basato sull’ingiustizia alimentare dato dal capitalismo di stampo neoliberista, che separa il Nord e il Sud del mondo, i ricchi e i poveri. È succube delle cinque multinazionali che detengono il 73% del mercato delle sementi, coi loro brevetti che impediscono di conservare e ripiantare i semi; delle multinazionali che parlano di libero mercato e concorrenza ma godono di un’enorme mole di finanziamenti pubblici a discapito dei piccoli agricoltori dei paesi poveri; delle multinazionali che, con la complicità degli stati che svendono le loro risorse naturali, praticano il water grabbing e il land grabbing, privando i contadini locali della terra, generando enormi flussi migratori di disperati tanto interni ai paesi del Sud del mondo, dalle campagne funestate dallo scippo delle terre alle città, quanto esterni verso il Nord, dove non a caso la manodopera migrante in agricoltura è soggetta a uno sfruttamento vergognoso; è succube di Israele, che ha avuto e avrà un ruolo centrale in Expo e pratica una costante “guerra dell’acqua” nei confronti della Striscia di Gaza e della Cisgiordania.

Riteniamo che per nutrire il pianeta si debbano mettere al centro la sovranità alimentare, l’autodeterminazione dell’agricoltura come autodeterminazione dei popoli, la biodiversità, il diritto alla terra e all’acqua, il rispetto dei diritti del lavoro bracciantile, la democratizzazione del progresso tecnologico in agricoltura, affinché non sia vittima delle esigenze di un mercato globalizzato che richiede cibo calibrato, omologato, avvelenato, ma aiuti i contadini a produrre cibo di qualità per tutti e tutte.

Non è con vaghe suggestioni come i campi di grano in città che Expo riuscirà a conciliare le enormi contraddizioni di un sistema produttivo pieno di falle, basato proprio sulla divisione e l’iniquità, né appropriandosi del linguaggio del movimento che, da Genova 2001 in poi, ha messo al centro del dibattito politico la questione contadina. Il capitalismo, come Expo, non nutre, divora, attraverso la sua macchina di propaganda.. Questa sua natura è evidente nel pinkwashing del progetto “WomenForExpo”, che perpetua gli stereotipi di genere sul ruolo di cura affidato alle donne e allo stesso tempo sovrappone la figura della donna a quella dell’imprenditrice, come nel tentativo, a quanto pare fallito, di creare una Gay Street per attrarre il turismo lgbtq, in una costante riduzione di qualsiasi istanza alle dinamiche di mercato.

In questo sistema economico è inevitabile il capovolgimento tra fini e mezzi: Expo è infatti stata concepita come un semplice mezzo per lo spostamento di risorse dal pubblico al privato, con lo scopo di avvantaggiare gruppi di potere e mettere in atto un’enorme speculazione immobiliare: non sono i cantieri ad essere nati per Expo, è Expo che è nata per i cantieri.

Così si spiegano i sospetti di corruzione che aleggiano sull’80% degli appalti, la proliferazione di incarichi diretti senza gara, le infiltrazioni della ‘ndrangheta, le opere incompiute, l’acquisto delle aree dai privati a prezzi gonfiati, i processi di gentrificazione, l’ambiguità sull’uso che si farà in futuro delle aree edificate dopo Expo. La fiera che afferma di voler nutrire il pianeta, sorge su 110 ettari in gran parte sottratti all’agricoltura ed è riuscita persino ad aprire cantieri nel Parco Sud, il più grande parco agricolo d’Europa. La fiera che si propone di mettere in contatto il tema dell’alimentazione con quello dell’ambiente ha messo sotto attacco i parchi cittadini attraverso opere faraoniche come le Vie d’Acqua, in un territorio già enormemente colpito dall’urbanizzazione selvaggia e dal consumo di suolo. È il sistema delle Grandi Opere, contro il quale ci battiamo da sempre in tutta Italia, dalla Val di Susa allo Stretto di Messina, basato sulla speculazione, sulla distruzione del territorio, sullo spreco e l’appropriazione di soldi pubblici.

Questo modello di malaffare è trasversale, a Milano come altrove, e mette a rischio prima di tutto l’incolumità e la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici. Il caporalato e il lavoro nero dilagano nei cantieri dove, a causa dei ritardi, si lavora venti ore al giorno e sta diminuendo ulteriormente l’attenzione per la sicurezza: vogliamo ricordare Klodian Elezi, operaio ventunenne vittima di questo folle rush finale per il completamento delle opere correlate ad Expo.

Crediamo che il modello Expo sia il grimaldello da parte del Governo Renzi per scardinare ulteriormente un mondo del lavoro giovanile già distrutto da decenni di precarietà. Non a caso una delle figure chiave di Expo è Oscar Farinetti, grande sostenitore del governo, modello di riferimento dell’imprenditoria nella costruzione ideologica renziana: Eataly ha ricevuto un incarico diretto e rappresenta pienamente lo sfruttamento a cui siamo sottoposti tutti e tutte, con i suoi contratti mensili spesso non rinnovati, con gli 800 euro al mese per 40 ore di lavoro settimanali, con le perquisizioni a fine turno dei dipendenti, e secondo il governo rappresenta un’esperienza virtuosa. Tuttavia in questo momento la nostra generazione viene travolta dallo slittamento generalizzato dei diritti. Con il Jobs Act, il lavoro tutelato diventa precario e il lavoro precario diventa lavoro non retribuito.

Noi conosciamo già le forme di sfruttamento e ricattabilità create dal lavoro gratuito, perché in questi anni l’abbiamo conosciuto come primo passaggio della precarietà: si pensi al dilagare degli stages non retribuiti e di nessun valore formativo, alla retorica dell’arricchimento del curriculum nella speranza di ottenere un lavoro legato ad una delle tante forme contrattuali senza tutele che, nonostante la propaganda governativa, permangono anche con il Jobs Act.

Expo, però, con i suoi 18mila “volontari” è il fulcro di un cambiamento del paradigma: il governo propone il lavoro gratuito come modello centrale per chi è attualmente già ai margini del mondo del lavoro: si pensi alle dichiarazioni di Poletti sugli stages per gli studenti durante le vacanze estive o allo stesso progetto “#diamociunamano” il servizio civile per cassintegrati che prevede uno scambio tra volontariato e ammortizzatori sociali.

Da un lato si distruggono ideologicamente i concetto di diritto e di volontariato, che viene sussunto dal mercato, dall’altro si giustifica lo sfruttamento integrale del lavoro, permettendo ai padroni di accedere con facilità alla manodopera gratuita. Nel quadro della percentuale spaventosa di disoccupazione giovanile, che ammonta al 46%, senza alcuna forma di reddito, si rafforza l’illusione della meritocrazia e si applicano le regole della concorrenza tra i lavoratori, che dovrebbero sgomitare senza avere né sbocchi né salario.

Il 1° maggio, giorno della Festa dei Lavoratori, saremo in piazza mettendo al centro la condizione lavorativa giovanile, contro Expo, le multinazionali, la speculazione, contro il capitalismo neoliberista che sfrutta la natura e le persone, per costruire un’alternativa che metta al centro i diritti, la vita, la sovranità alimentare e non i profitti e il mercato.

GIOVANI COMUNISTE/I
Coordinamento nazionale

16 aprile 2015

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