I frutti del nostro viaggio in Kurdistan

I frutti del nostro viaggio in Kurdistan

10374012_10206558281260195_7272570457751686128_nUna piccola delegazione di Giovani Comunisti/e si è recata in Kurdistan nei giorni del capodanno curdo, nell’ambito di una missione di osservatori internazionali.

Siamo partiti con degli obiettivi ben precisi, ispirati dall’ordine del giorno approvato dall’assemblea nazionale di Bologna dell’Altra Europa con Tsipras, che proponeva una campagna tanto politica quanto di solidarietà intorno alla questione curda e all’emergenza legata alle violenze dell’Isis perpetrate contro il popolo curdo il quale, assieme alle altre minoranze, sta difendendo strenuamente la libertà. È giunto il momento di fare un bilancio del nostro viaggio rispetto agli obiettivi che ci eravamo posti e alle prospettive che quest’esperienza ha aperto.

La campagna politica

È emersa innanzi tutto l’urgenza della campagna politica: le organizzazioni curde sono da anni oggetto di una repressione durissima da parte del governo turco, evidente nel susseguirsi di divieti che hanno colpito i partiti, nel boicottaggio sistematico da parte del governo centrale delle municipalità curde, nella violenza di stato che insanguina le piazze, nel numero altissimo di desaparecidos, nella carcerazione per motivi politici di tanti compagni e compagne, il più rappresentativo dei quali, Abdullah Öcalan, è un interlocutore fondamentale per il processo di pace. Reprimere le organizzazioni curde e i loro leader significa proprio minare quel processo, nel segno dell’assimilazione culturale e della violenza, nonostante i continui appelli, l’ultimo dei quali al Newroz di Amed (Diyarbakir) lo scorso 21 marzo, che è stato accolto dal governo turco con una stretta repressiva nei confronti del PKK.

L’interlocuzione politica e i rapporti stretti con i partiti curdi è stata molto utile: ci ha offerto uno sguardo su tutto il Kurdistan, cosa che ha ovviato alla mancata concessione del permesso per passare il confine con la Siria da parte delle autorità turche. Questo ci ha consentito di imparare molto rispetto al confederalismo democratico, che non è un modello improvvisato nel caos del Rojava, ma è il frutto di una lunga elaborazione politica data dalle condizioni del popolo curdo nell’ambito dei quattro stati e dei quattro sistemi politici in cui è inserito, compreso quello turco. Il confederalismo democratico nasce dall’oppressione sistematica e dalla divisione forzata di un intero popolo e dalle forme di opposizione elaborate per contrastare tale oppressione e tale divisione. All’imposizione della cultura di una minoranza etnica contrappone il multiculturalismo, alla centralizzazione del potere statale contrappone l’autogoverno, alla militarizzazione della legge marziale contrappone l’autodifesa, allo sfruttamento indiscriminato alla strumentalizzazione geopolitica delle risorse naturali (emblematica è la questione del progetto GAP) contrappone un loro uso adeguato ai bisogni del territorio ed ecologicamente sostenibile, al sistema fortemente patriarcale contrappone un sistema che non si limita a tener conto dei diritti delle donne, ma che mette al centro le donne e la loro elaborazione politica nella costruzione di una società giusta, allo sfruttamento capitalistico e all’economia proprietaria tanto quanto statalista contrappone un modello cooperativo e comunitario di gestione dei mezzi di produzione. È evidente come il confederalismo democratico discenda direttamente dalla storia e dalle lotte del popolo curdo, come sia una risposta di libertà ed autodeterminazione alla specificità dell’oppressione subita, ma è altrettanto evidente il suo valore universale.

La campagna di solidarietà

I rapporti stretti con le organizzazioni politiche e con le municipalità curde, ma anche con la Mezzaluna Rossa Kurdistan-Italia, che è destinataria di tutte le raccolte fondi provenienti dal nostro paese e opera sul territorio, ci hanno permesso anche di capire cosa è necessario, cosa non rappresenta più un’emergenza e cosa ancora non è possibile. Una delle finalità del nostro viaggio era proprio quella di comprendere quali ambiti d’intervento siano praticabili, mettendo al centro le esigenze di chi vive i problemi tutti i giorni e evitando ogni forma di colonialismo politico, che rappresenta un grave errore metodologico e porta a disperdere fondi ed energie.

La coraggiosa resistenza di Kobanê ha attratto l’attenzione del mondo su un determinato capitolo dell’ormai lunga guerra civile in Siria, sul Rojava e sulla questione curda in generale. Al momento, però, è difficile intervenire per Kobanê: se, da un lato, la città è stata liberata e quindi i campi profughi in territorio turco (come quelli gestiti dalla municipalità di Suruç, che abbiamo incontrato) sono in via di dismissione, perché i profughi stanno tornando nella loro città, dall’altro lato è difficile dare un contributo per la ricostruzione a causa della sostanziale chiusura del confine turco. Finché non verrà aperto un corridoio umanitario, il rischio sarà quello di vedere vanificati gli sforzi di solidarietà. Per questo la cosa migliore che si possa fare per Kobanê è tenersi pronti a intervenire e contemporaneamente mobilitarsi al fine di fare pressione sulle istituzioni turche e sovranazionali per permettere il passaggio di derrate alimentari, materiali e persone per ricostruire la città.

Il passaggio di aiuti umanitari è non solo più facile dal confine iracheno, ma è anche più impellente.

Nel cantone di Cizîrê, infatti, la situazione è molto difficile: è più vicino al fronte dell’Isis, quindi la ricostruzione è ben lontana e i profughi ancora non possono progettare il loro ritorno. In quel cantone si sono rifugiati gli abitanti dell’altra città, Şengal, di cui si è occupata l’opinione pubblica occidentale, ma di cui forse non si sono occupati abbastanza i compagni e le compagne.

Şengal è stata teatro di un vero genocidio da parte dell’Isis: migliaia di uomini yezidi, considerati “adoratori del demonio”, sono stati sterminati e le vedove sono state usate come schiave sessuali dai terroristi. Chi è riuscito a salvarsi, ha intrapreso una fuga di giorni attraverso le montagne. Alcuni sono stati accolti nei campi governativi iracheni, altri nei campi dell’autogoverno del Rojava, altri ancora nei campi delle municipalità curde in Turchia, con situazioni molto diverse tra loro.

Nei campi iracheni, infatti, è tanto disperata la condizione di vita quanto è probabilmente impossibile intervenire per la natura governativa dei campi, ed è urgente accendere i riflettori su tale barbarie: non solo le condizioni sono di indigenza assoluta, ma c’è una forte militarizzazione ed addirittura la medicalizzazione forzata (TSO, psicofarmaci per endovena) come surrogato del mancato supporto psicologico per le donne che hanno subito le violenze dell’Isis e soffrono di disturbo post traumatico da stress.

Nettamente migliore, pur nelle difficoltà, è la situazione dei campi dell’autogoverno curdo nel cantone di Cizîrê, dove addirittura le donne affermano di voler restare anche quando l’Isis verrà sconfitto e Şengal verrà ricostruita, perché si sentono ormai parte del progetto del confederalismo democratico, che ispira la stessa gestione dei campi e che sta permettendo loro di essere artefici del loro futuro. Il problema lì è di natura strettamente materiale: il cantone è vittima dell’embargo posto sul Rojava, stretto tra il confine turco a nord, quello iracheno a est e i territori controllati dall’Isis a sud. Nei campi manca tutto ed è possibile per noi portare il nostro aiuto.

Sono ben attrezzati, invece, i campi destinati ai profughi di Şengal aperti dalle municipalità curde in Turchia. Abbiamo potuto visitare la tendopoli di Viranşehir, che è dotata di acqua calda grazie ai pannelli solari, di due scuole, di una grande cucina comune ed è addirittura pavimentata, cosa rara in luoghi del genere. Un intervento da parte nostra lì sarebbe particolarmente agevole, dato che abbiamo già stretto rapporti con la sindaca Filiz Yilmaz, sia dal punto di vista politico che da quello istituzionale, grazie alla presenza di Massimiliano Voza, sindaco del comune di Santomenna in provincia di Salerno. La sindaca ci ha chiesto tanto di mandare aiuti quanto, se possibile, di mandare volontari. Verificheremo la praticabilità di tale ipotesi al nostro interno e con la municipalità curda, al fine di capire quali figure possano essere utili.

I frutti del nostro viaggio

Intendiamo socializzare con la nostra comunità politica la nostra esperienza affinché si mobiliti. Immaginiamo uno sforzo collettivo dei/delle Giovani Comunisti/e, del Partito della Rifondazione Comunista, de L’Altra Europa con Tsipras, delle nostre strutture che sul territorio si occupano di pratiche sociali, al fianco del popolo curdo e delle vittime dell’Isis, mostro creato dalle mire politiche dell’Occidente in Medio Oriente che sta portando distruzione, paura e morte in quelle terre.

Per questo ci mettiamo a disposizione per iniziative e dibattiti organizzati dai circoli, dalle federazioni o nell’ambito delle Feste di Liberazione di quest’estate, al fine di raccogliere fondi. Auspichiamo che le raccolte fondi comincino già dal 25 aprile, giorno di mobilitazione nazionale indicato dalla Mezzaluna Rossa Kurdistan-Italia.

La nostra testimonianza è corredata dal reportage fotografico che abbiamo realizzato e che offriamo a chiunque voglia organizzare gli eventi. Le nostre foto mostrano la fierezza del popolo curdo nonostante le difficoltà, la vita che rinasce e va avanti nei campi profughi, la gioia del Newroz.

Abbiamo in mente una campagna in stretta collaborazione con l’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, con la Mezzaluna Rossa Kurdistan-Italia e con la Rete Kurdistan, perché la situazione è in rapida evoluzione e vogliamo che chi si occupa della questione curda in maniera sistematica possa essere un punto di riferimento, per evitare di lavorare a vuoto. Ci auguriamo che la campagna possa coinvolgere anche altre organizzazioni che, a livello nazionale o locale, si sono mostrate sensibili alla causa curda ed hanno partecipato con noi alla missione.

Vorremmo provare ad unire le lotte: il gruppo di lavoro del Partito che si sta occupando della costruzione della campagna ha, per esempio, preso contatto con la Ri-Maflow di Milano per verificare la possibilità di usare il limoncello prodotto dai lavoratori di tale fabbrica occupata, che opera secondo i principi dell’autogestione e della riconversione ecologica, per poter finanziare le attività di solidarietà per il Kurdistan.

È, infatti, molto difficile dare contributi diversi da quello economico, oltre che controproducente: le raccolte di cibo, abiti, materiali, farmaci vengono bloccate dalla dogana turca e dirottate verso i campi governativi, in più tali beni possono essere acquistati sul territorio in quantità maggiore, dati i prezzi bassi. Per questo indichiamo, come la stessa Mezzaluna Rossa Kurdistan-Italia, di concentrare gli sforzi sulla raccolta di soldi più che di beni.

Invitiamo tutti e tutte a mobilitarsi per questa causa giusta e urgente, ricordando che è possibile contattarci all’indirizzo email gcperilrojava@gmail.com, tanto per partecipare alla costruzione della campagna nazionale quanto per coordinarci rispetto alle iniziative locali.

Al lavoro e alla lotta!

SILVIA CONCA
per la delegazione GC in Kurdistan

9 aprile 2015

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*