«Sono per una rifondazione comunista, non si può restare in mezzo al guado»

«Sono per una rifondazione comunista, non si può restare in mezzo al guado»

Documenti. Il discorso al XX congresso, l’ultimo, del Partito comunista italiano

1976-fotogramma-1-1920x1199Io parto dalla que­stione che mi sem­bra cen­trale nella rela­zione di Occhetto: siamo a una svolta della situa­zione mon­diale. La svolta si mate­ria­lizza nella vicenda del Golfo. Per­ché una guerra tutto som­mato con­cen­trata in un’area ristretta e finora durata poche set­ti­mane, sta assu­mendo signi­fi­cato gene­rale? La que­stione del petro­lio non basta a spie­gare tutto. E nem­meno la paz­zia di Sad­dam o la volontà di Bush di far fronte a un declino eco­no­mico ame­ri­cano. L’unica spie­ga­zione che rie­sco a tro­vare è che la vicenda squa­derna dinanzi a noi l’immagine scon­vol­gente che è o può essere la scienza della guerra moderna. Que­sto emerge da ambe­due i fronti della vicenda.

Dal lato dell’aggressore ira­cheno: vediamo un pic­colo tiranno di un paese a eco­no­mia subal­terna, di pochis­simi milioni di abi­tanti che può lan­ciare mis­sili su Israele e minac­ciare la guerra chi­mica e bat­te­rio­lo­gica. Con­tro que­sto pic­colo despota i più pos­senti paesi dell’Occidente indu­stria­liz­zato dichia­rano di non avere altri mezzi che una guerra senza pietà, con­dotta con i loro più sofi­sti­cati stru­menti di ster­mi­nio. Quanto più mi dicono che que­sta guerra è neces­sa­ria, tanto più mi spavento.

C’è un’altra strada? Io vedo qui il grande valore della scelta che sta dinanzi a que­sto con­gresso. Noi stiamo dicendo qui che per risol­vere i con­flitti tra gli Stati e bloc­care l’aggressore ci può essere un’altra via. E dinanzi all’orrore della guerra del Due­mila stiamo cer­cando, pro­vando, lot­tando per una nuova, grande strada pacifica.

La Costi­tu­zione ita­liana dichiara che l’Italia rifiuta la guerra. Invece per la prima volta in quarant’anni l’Italia è di nuovo in guerra. Que­sta è la scelta che ci sta dinanzi: se quel ripu­dio scritto nella Costi­tu­zione è solo una frase, o invece qui deve diven­tare realtà. Per­ciò la lotta per il ritiro delle navi dal Golfo non è supe­rata o mar­gi­nale o acces­so­ria. È coe­renza con ciò che diciamo: atto signi­fi­ca­tivo e neces­sa­rio di una strategia.

È pos­si­bile un’altra strada? Noi stiamo pro­po­nendo e cer­cando una lotta con­tro l’aggressione e una via per la rego­la­zione dei con­flitti che siano paci­fi­che. Oggi cer­chiamo di agire con­cre­ta­mente per met­tere in pra­tica, qui e ora dinanzi a que­sta crisi, a que­sta guerra del Due­mila, la via della pace. Non è una via rinun­cia­ta­ria. Anzi è quanto mai ambi­ziosa. Discu­tiamo tanto della nostra iden­tità. Se sce­gliamo dav­vero, se ten­tiamo dav­vero que­sta strada, que­sta è una straor­di­na­ria assun­zione di identità.

Que­sta strada chiede una forte coe­renza. Una con­fe­renza sul Medio Oriente non può essere affi­data a un impe­gno gene­rico, su un impre­ci­sato domani, come era ancora anche in quel comu­ni­cato del segre­ta­rio di Stato Usa e del mini­stro degli Esteri sovie­tico, che pure giorni fa è stato rifiu­tato da Bush. E non fer­marsi ai pale­sti­nesi e alla sicu­rezza di Israele ma deve riguar­dare anche il Libano e non solo l’indipendenza, ma la libertà del Kuwait. Cioè dob­biamo lavo­rare per­ché si affermi una auto­no­mia e libertà dei popoli arabi come coes­sen­ziale obiet­tivo della pace. Que­sta via ha impli­ca­zioni poli­ti­che subito: vuol dire che noi lot­tiamo con­tro Sad­dam, ma anche con­tro il despota siriano Assad, di cui nes­suno parla e che oggi è l’amico di Bush e di Gor­ba­ciov; e con­tro i satrapi miliar­dari degli emirati.

Ho apprez­zato che il segre­ta­rio del par­tito abbia detto che biso­gna allar­gare il Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu e abo­lire (ho capito bene?) il diritto di veto. Que­sto signi­fica dire oggi che 1’Onu non è un orga­ni­smo demo­cra­tico ma è con­trol­lato e mano­vrato dalle grandi potenze, sino alla cla­mo­rosa vio­la­zione del suo Sta­tuto com­piuta con la riso­lu­zione 678.

Quanto ci vorrà per rom­pere que­sta oli­gar­chia? Ci vorrà mol­tis­simo se noi già da ora non comin­ciamo ad aprire que­sto ter­reno di lotta. E su ciò, invece, in que­sti mesi abbiamo con­sen­tito una misti­fi­ca­zione. Par­lai al con­gresso di Bolo­gna degli F16. Non mi ver­go­gno di tor­nare a par­larne dopo un anno. Oggi lo vediamo: non si tratta di una base qua­lun­que. Si tratta del fianco sud del sistema mili­tare atlan­tico sul Medi­ter­ra­neo. Il mini­stro De Miche­lis dichiara let­te­ral­mente che «il peri­colo viene da Sud e non più da Est» e che è neces­sa­ria una forza mili­tare capace di inter­ve­nire non solo fuori dai con­fini nazio­nali, ma «a distanza». Gioia del Colle, Cro­tone, Taranto, Sigo­nella, sono solo l’anticipo di una stra­te­gia: apriamo final­mente una lotta reale e di massa per un Mez­zo­giorno di pace? Apriamo final­mente una con­tro­ver­sia per il rifiuto uni­la­te­rale degli F16?

Alle parole deve cor­ri­spon­dere la lotta. Tutti, più o meno, abbiamo cri­ti­cato qui il pesante defi­cit di ini­zia­tiva della Cee nel con­flitto medio­rien­tale. Ma c’è una base, o almeno un primo ter­reno reale di parti nella Cee? No. E non solo per l’egemonia finan­zia­ria tede­sca, ma per­ché ci sono nella Cee due potenze ato­mi­che: Fran­cia e Inghil­terra. Que­sto dato non è mai con­te­stato o fatto oggetto di reale nego­ziato. Su que­sto punto non è esi­stita nem­meno una lotta.

Voglio dire che la grande, enorme, scom­messa sulla pace come rego­la­trice dei con­flitti, come base di un primo germe di governo mon­diale, ha biso­gno di una rigo­rosa coe­renza. Non si può fare a spicchi.

Non si può restare in mezzo al guado. E ha biso­gno di costruire nuovi sog­getti reali. Que­sto con­gresso invece è ancora con­trad­dit­to­rio. Per un verso spinge a una scelta di pace che sem­bra allu­dere ad una nuova idea della poli­tica; e per un altro verso è monco nell’autocritica sul limite grave che la sini­stra euro­pea, ma anche noi, ha avuto nella lotta per il disarmo e per il Sud del mondo. E io stesso qui tac­cio sulla posi­zione assunta dal sindacati.

Sostengo che sce­gliere la via della pace per affron­tare que­sto con­flitto è un modo forte di assol­vere ad una fun­zione nazio­nale e inter­na­zio­nale. Il ritiro delle navi dal Golfo non è trarsi fuori, un rim­pic­cio­lirsi oppure l’Italietta che si sot­trae a un ruolo inter­na­zio­nale. È un’altra stra­te­gia. E anche la pro­po­sta di una tre­gua uni­la­te­rale riceve così una moti­va­zione di fondo, non solo tat­tica. Una simile strada sarebbe un grande atto verso il Sud del mondo: un cam­bia­mento nella sto­ria stessa dell’Occidente cattolico-cristiano. Anche per que­sto parla Woj­tyla. E io non ho per nulla in testa lo schema di una Ame­rica spo­sata alla causa o alla fun­zione di gen­darme mon­diale. Tanta Ame­rica di oggi discute più lai­ca­mente che in Ita­lia della guerra del Golfo. Noi, sini­stra euro­pea, pun­tiamo su que­sta Ame­rica o su Bush? Ecco un nodo essen­ziale su cui si misura e si costrui­sce l’alternativa. Fac­ciamo l’ipotesi che si possa comin­ciare a cam­mi­nare su que­sta strada paci­fica, io credo che man mano che avanzi una tale pra­tica di pace essa si river­be­re­rebbe su tutto il pano­rama sociale. Anche la pre­po­tenza di Romiti sarebbe più debole.

E que­sta stra­te­gia di pace sarebbe un potente anti­corpo con­tro i reami della vio­lenza e le fonti del domi­nio sociale. Sarebbe anche una rot­tura con­tro l’etica maschi­li­sta del possesso.

Io sono comu­ni­sta e sono sceso in campo per una rifon­da­zione comu­ni­sta. E vedo quale novità, e arric­chi­mento que­sto affron­tare con­cre­ta­mente la vio­lenza con la pace intro­duce anche nella tra­di­zione alta del comu­ni­smo ita­liano; e quale ter­reno straor­di­na­rio esso può aprire con altre cul­ture e civiltà. Altro che il ghetto in cui ci vede chiusi Craxi. Ma lo sa Craxi che in Fran­cia si è dimesso il mini­stro socia­li­sta della Difesa?

Se siamo coe­renti, se non arre­triamo spa­ven­tati, assume un forte signi­fi­cato che que­sto par­tito, dato per defunto, si cimenti in una tale inno­va­zione paci­fica e con que­sto tema grande e ine­dito dav­vero il peg­gio sarebbe restare in mezzo al guado.
Allora, su la schiena. E attenti al rischio della sepa­ra­zione. Voi che siete la mag­gio­ranza avete ogget­ti­va­mente il potere più forte per evitarla.

Per­ciò provo a fare un appello a me stesso. Non credo alle con­fu­sioni e ai pasticci, e forse ne ho dato qual­che prova. Credo alla fecon­dità delle dif­fe­renze che si dicono alla luce del sole. Ma se in qual­che modo siamo dav­vero al cimento di cui ho par­lato, e a que­sto punto di svolta della vita mon­diale, tutti dob­biamo par­lare in modo diverso. Tutti dob­biamo cam­biare qual­cosa fra di noi e soprat­tutto fra noi e gli altri. Spe­riamo dav­vero di farcela.

PIETRO INGRAO

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