“Non vogliamo più il regime coloniale incarnato dalla Troika”

“Non vogliamo più il regime coloniale incarnato dalla Troika”

Intervista a Yanis Varoufakis, ministro dell’economia del governo greco

untitled-article-1422467446Nel tentativo di impedire al governo greco di condurre la politica di rottura con l’austerità, per la quale è stato eletto, le istituzioni europee mettono in discussione il principio stesso di democrazia, così valuta il ministro greco delle finanze, Yanis Varoufakis.

Ci può spiegare la differenza tra la Troika, e quello che lei ormai chiama il “Gruppo di Bruxelles”, che include, oltre ai rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea (BCE) e del Fondo monetario internazionale (FMI), quelli del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF)? La Grecia non sarà sottomessa alle medesimi forme di controllo politico?
La principale differenza è che, durante i cinque anni scorsi, i governi che si sono succeduti, in Grecia, erano completamente dipendenti dalla volontà dei creditori. Sono capitolati di fronte alla logica dei finanziatori, di fronte a l’Unione europea. Quest’ultima ha agito come un despota molto severo, che ha imposto a una nazione in fallimento dei prestiti il cui scopo era semplice : permettere all’Europa ufficiale di pretendere che l’Europa fosse salvata continuando a negare i fallimenti strutturali della zona euro.
La troika era un gruppo di tecnocrati inviati in Grecia dai nostri creditori per applicare un programma inapplicabile, un programma che avrebbe aggravato la crisi. Perché lo hanno fatto? In primo luogo perché, nella prima fase della crisi, dopo il 2010, c’è stato un tentativo cinico di trasferire le perdite delle banche francesi e tedesche verso i contribuenti. Sono riusciti in questa operazione, sostenendo che la crisi greca era regolata.
Il costo, ed è per ciò che la troika è sinonimo in Grecia di regime coloniale, fu una crisi umanitaria massiccia. Ecco a cosa è servita la troika! Noi siamo stati eletti perché il popolo greco ha deciso di portare al potere un partito che assumesse il controllo di questo processo. Il trattamento riservato alla Grecia è stato bocciato. Siamo stati eletti per contrastare la filosofia e la logica politica del programma di austerità. Certo, apparteniamo alla zona euro. Non abbiamo la nostra propria banca centrale. Il nostro punto di vista, come governo di sinistra, è che non bisogna uscire dalla zona euro. Non avremmo dovuto entrarci. Ma uscirne, nelle attuali circostanze, causerebbe una perdita massiccia di reddito e getterebbe ancora milioni di persone nella povertà. Uscire dalla zona euro non apporterebbe al popolo greco alcun progresso.
Quando si appartiene a un’unione, bisogna ripararla, per smantellarla. Ciò implica una negoziazione. A differenza della troika, il Gruppo di Bruxelles è il frutto dell’accordo che abbiamo strappato con fatica il 20 gennaio all’Eurogruppo. Abbiamo aperto un nuovo processo. Consideriamo il cammino percorso: all’indomani delle elezioni, le istanze europee ci intimavano l’ordine di accettare le loro condizioni, sotto la pena di tagliare i viveri alle banche greche. Noi siamo riuscito a concordare un regolamento venendo a creare una situazione ibrida. Realizzeremo il nostro programma di riforme, verremo giudicati su questa base.
L’ambiguità persiste, poiché i nostri interlocutori vogliono anche giudicarci su una parte del precedente programma. Il Gruppo di Bruxelles testimonia la nostra volontà di portare il problema nel cuore dell’Europa. Non in un avamposto coloniale. Non è il regime coloniale che invia i suoi tecnocrati,  i suoi funzionari nella periferia. Noi ormai siamo in un processo europeo. È il nostro tentativo di riconquistare la democrazia. Non solo per la Grecia, ma per tutta l’Europa.

Giovedì scorso, presso la sede dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCDE), Alexis Tsipras ha chiaramente affermato che il debito greco non era valido. Come si può ristrutturare questo debito non valido?
Lo sa, i capitalisti conoscono perfettamente la risposta a questa domanda. Quando l’azienda americana General Motors ha attraversato, negli anni 2000, una grave crisi di sovraindebitamento, il suo debito è stato cancellato del 90%. General Motors non esisterebbe più oggi se il suo debito non fosse stato ristrutturato. Gli avvocati specialisti di fallimenti trattano questo genere di affari tutti i giorni a Wall Street, alla City di Londra, a Parigi, a Francoforte. Rinegoziano i prestiti contratti dalle imprese che si ritrovano nell’impossibilità di superare il loro debito. Ammetto che c’è una certa ironia nel fatto che ci appropriamo, a sinistra, della mentalità degli avvocati d’affari specializzati nei fallimenti! Non dimentichiamo le ragioni per le quali il capitalismo decollò nel XIX secolo. Tra queste, si trova la creazione di società anonime. Cosa significa questa innovazione? Che il debito non è debito! Se la società anonima affonda, nessuno può prendervi la casa. Infatti, tutta la logica del capitalismo è basato sull’idea secondo la quale un debito che non può essere pagato deve essere ristrutturato. Tutto il mondo lo sa! Eccetto nella zona euro… Ma nei fatti, anche il debito greco è stato già oggetto di una ristrutturazione nel 2012. Non hanno chiamato questo processo “ristrutturazione” o “haircut” ma “PSI” ovvero “private sector involvement”. L’ironia della situazione, un governo di sinistra radicale richiama l’Europa alla stessa logica del capitalismo. Per quanto sia difficile…

Quando voi acconsentite alle “riforme strutturali” che cosa intendete? Il termine “riforme strutturali” non suona molto bene alle nostre orecchie in Francia, dove questo termine è sinonimo di aggiustamenti neoliberisti…
Quando ero più giovane, il termine “riforma” rinviava di più a una logica di sinistra! Più tardi, con la crisi del debito nei paesi del terzo mondo e i piani di aggiustamento strutturali, il FMI si è appropriato di questo termine. È divenuto sinonimo di prezzo che i paesi poveri devono pagare come controparte per i prestiti del FMI: chiusura delle scuole, degli ospedali, privatizzazione dei servizi e delle imprese pubbliche ecc. Oggi in Grecia, come d’altro canto in Francia, quando le persone delle classi popolari sentono la parola “riforma”, pensano immediatamente che le loro pensioni saranno tagliate, che il loro accesso alle cure sarà ostacolato, che i loro figli possono fare una croce sull’educazione di qualità. Il destino del termine “riforma” è comparabile a quello del termine “democrazia” in Iraq. Oggi quando un iracheno sente la parola “democrazia” a Bagdad, soprattutto se pronunciato con accento americano, è preso dalla paura e si nasconde! Ma le parole si caricano del significato che si attribuisce loro. Dei cambiamenti profondi sono indispensabili. Dopo cinque anni in Grecia, proprio come in Francia, le riforme significano una ritrattazione dello stato previdenziale, più libertà per il capitale, meno libertà per il lavoro.
In Grecia, il risultato di questa grande depressione è che noi non abbiamo più né capitale né lavoro. Il capitale è fuggito verso Parigi, Francoforte, Losanna, Ginevra, New York. Il piccolo capitale greco è oggi in una posizione piuttosto miserabile, senza accesso al credito bancario, senza domanda interna per smaltire la produzione. Quanto al lavoro… Non c’era più lavoro. E anche quando le persone lavorano, non sono veramente pagate. Seicento mila persone, nel settore privato, non hannoricevuto salario da mesi. Continuano a lavorare, perché non possono fare null’altro e soprattutto perché temono di non ricevere mai le somme che sono loro dovute se se ne vanno. È peggio che la schiavitù, poiché non hanno neppure il vitto e l’alloggio. Fino a ora, le riforme erano sinonimo di attacco contro i più deboli e di mansuetudine verso i cartelli e gli oligarchi.
Noi pensiamo che la crisi, al di là della struttura fallimentare della zona euro, si spiega anche con il peso di questi cartelli, di questi oligarchi, con questa struttura di potere che soffoca il dinamismo e l’energia della società greca. Per mezzo delle nostre “riforme”, vogliamo attaccare l’oligarchia, le rendite, le pratiche che ostacolano l’innovazione, il progresso, che impediscono alla gioventù di unirsi e di esprimere la sua creatività.

Come si spiega l’intransigenza, l’aggressività della cancelliera tedesca, Angela Merkel e del suo ministro delle Finanze, Wolfgang Shäuble, verso di lei?
Non è una questione personale! È un problema ideologico. È anche la natura umana. Nulla si riproduce in maniera così facile come la struttura di potere. Noi l’abbiamo appreso da grandi filosofi, da David Hume a Karl Marx. Questi ci spiegano molto bene come la nostra fede nelle convenzioni, che in un senso rientrano nel campo dell’ideologia, si ancora nella mente delle persone ed è all’origine delle attese e di un falso senso del diritto. “Io dispongo di qualcosa, dunque io su ciò dispongo di un diritto”. Le famiglie ricche che viaggiano in prima classe pensano che è un loro diritto. Sia chiaro, non è un diritto. Hume parlava di “virtù artificiale”. Descrive molto bene, nel suo Trattato sulla natura umana, il modo in cui le persone che non si conformano alle attese di coloro che pensano di avere del potere su di loro scatenano una sorta di rabbia. È ciò che sta succedendo. Dopo cinque anni, tutti i ministri delle Finanze dei paesi colpiti dalla crisi del debito entrano all’Eurogruppo e chiedono dove devono firmare. Perché il mandato del popolo greco lo esigeva, noi abbiamo al contrario chiesto di esaminare ciò che ci si chiedeva di firmare. Noi non siamo arrivati con l’intenzione di imporre la nostra volontà. Rappresentiamo un piccolo paese, lo sappiamo. Siamo pesantemente indebitati, non possiamo rimborsare questo debito, ma abbiamo diritto a porre delle domande prima di prendere in prestito ancora del denaro, così come lo fa qualsiasi altro ente indebitato. Improvvisamente, il fatto che un ministro ponga delle domande e esprima un’opinione su ciò che gli si vuol far firmare stona con ciò che si attendeva da lui. Loro si attendono da parte nostra un acconsentire docile, come quello dei nostri predecessori. Poiché noi non ci siamo piegati a questa attesa, c’è stato disaccordo e tensione. Il risultato di questo  scontro è che i dirigenti degli stati membri più potenti dell’Unione europea possono essere tentati di schiacciarci. Sarebbe terribile per l’Europa. Significherebbe che per la democrazia in Europa non c’è più spazio. Io spero… Io confido nel fatto che sapremo trovare un terreno di intesa. Io lo dico con ottimismo: è così che l’Europa progredisce, superando le sue contraddizioni.

Lei ha veramente detto a Wolfgang Schäuble che se rifiuta di trattare con voi, potrebbe trovarsi a confrontarsi, in futuro, con le teste rasate di Alba dorata?
L’ho detto a tutto l’Eurogruppo. Prima delle elezioni, i media ci dipingevano come i populisti. Ci confondevano con Marine Le Pen in Francia, con Nigel Farange nel Regno Unito. In realtà noi siamo sinceramente pro Europa, agli antipodi del nazionalismo! Contestare le scelte politiche dell’Europa ufficiale, non significa essere anti europeisti. È nostro dovere criticare ciò che non funziona, ce lo insegna la storia di questo continente. La Grecia si è vista imporre un programma guidato da considerazioni ideologiche, un programma che genera umiliazione, fame, privazioni e disperazione. Non sappiamo, dopo gli anni ’30, che un tale cocktail, combinato con una disoccupazione massiccia, produce… il nazismo.
Questo fenomeno oggi in Grecia esiste. Il partito che è arrivato terzo alle elezioni legislative si richiama apertamente al nazismo. Come nella Repubblica di Weimar, il centro è stato bocciato. Il Pasok è affondato. Nea democratia è discreditata. Ho chiaramente detto a miei omologhi dell’Eurogruppo che della nostra sconfitta approfitterebbe l’estrema destra. Se ci impediscono di condurre una politica alternativa, Le Pen arriverà al potere in Francia, Alba dorata prenderà la guida della Grecia. Quale progresso ne trarrebbe l’Europa?

Lei ha incontrato il suo omologo francese, Michel Sapin, la settimana scorsa, a Parigi. Un incontro piuttosto breve…
No, è stato un incontro lungo.

È deluso dall’atteggiamento del governo francese? Si attendeva un maggiore sostegno da parte di Parigi?
No. Era il mio secondo incontro con Michel Sapin a Parigi. Insisto sul fatto che noi ci confrontiamo non con un “problema greco” o con un “problema francese” ma con un problema sistemico, un problema europeo che si pone al di là delle nazioni. Come internazionalisti, è in questo modo che dovremmo analizzare la situazione. Dovunque io vada, che i miei interlocutori siano francesi, tedeschi, olandesi, irlandesi, britannici, io dico loro che dovremmo sederci tutti dallo stesso lato del tavolo e porre il problema dall’altro lato, piuttosto che affrontarci per difendere ciascuno degli interessi a corto respiro.
È il mio atteggiamento fin dall’inizio. È difficilissimo fare avanzamenti, lo stesso linguaggio è marcato da questa logica del confronto. Ma noi continuiamo su questa via. Il giorno che non sarò più in grado di sostenere questo approccio, sarà tempo per me di partire, io darò le dimissioni.

Sarà più sollevato se Podemos vincerà le elezioni spagnole in autunno?
Il mio messaggio all’attuale governo spagnolo, come a tutti i governi, è che sbagliano nel trattare Syriza come un nemico, perdono un’opportunità. Ci sono due approcci. Uno consiste nell’attizzare il confronto. Le conseguenze saranno drammatiche per tutti. Un altro approccio consisterebbe nel vedere in noi un’opportunità. Se giungiamo a un accordo reciprocamente benefico, potranno rivendicare questo beneficio. A loro la scelta. Da parte nostra, abbiamo scelto di essere cooperativi.

Il primo ministro Alexis Tsipras ha insistito ancora la settimana scorsa sul pagamento del debito contratto forzatamente dalla Germania durante l’occupazione nazista. Perché la Grecia si è concentrata su questa rivendicazione, quando essa stessa chiede una ristrutturazione del proprio debito?
Io non sono il ministro a cui bisogna porre questa domanda. Risponderò dunque in quanto cittadino, in quanto uomo politico. Durante l’Occupazione, le forze tedesche hanno obbligato la Banca di Grecia ad accordare loro questo prestito. Ha redatto un riconoscimento di debito, prevedendo anche degli interessi. La banca di Grecia è ancora oggi in possesso di questo documento. Questa questione non è stata mai regolata. Io non so quale somma rappresenti. Personalmente, penso che ogni debito possa essere ristrutturato, che nessun debito sia sacro. Ma questo deve essere regolato nel quadro di un accordo reciproco. Per noi, la guerra non si è chiusa nel 1944, quando l’esercito tedesco ha abbandonato il paese. Abbiamo conosciuto in seguito una guerra civile tra i collaboratori nazisti e la sinistra. Nessuna famiglia in Grecia è stata risparmiata. Io stesso sono cresciuto, dal 1967 al 1974, sotto una dittatura. Questi dirigenti erano dei neonazisti che, in certi casi, si erano formati durante l’Occupazione. Questo è un debito morale, che deve essere regolato.

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