“Il 25 gennaio siamo tutte e tutti greci”

“Il 25 gennaio siamo tutte e tutti greci”

Intervista a Slavoj Zizek, filosofo e critico del modello economico liberista

zizekI critici della nostra democrazia istituzionale deplorano spesso il fatto che le elezioni non presentino delle reali scelte. Solitamente, siamo chiamati a scegliere fra un partito di centro-destra e un partito di centro-sinistra, i cui programmi sono perlopiù identici. Il prossimo 25 gennaio avremo un’eccezione alla regola: così come il 17 giugno 2012, gli elettori greci dovranno fare una scelta radicale fra l’establishment da una parte e Syriza dall’altra.

Non c’è da stupirsi del fatto che questo momento di scelta reale semini il panico fra i ranghi dell’establishment. Si descrive una società destinata a sprofondare nel caos, la povertà e la violenza nel caso che il partito “malvagio” prevalga. La semplice possibilità di una vittoria di Syriza fa tremare di paura i mercati del mondo intero. E, come ci si poteva aspettare, la prosopopea ideologica torna a crescere d’intensità: i mercati cominciano nuovamente a parlare come delle persone viventi, esprimendo la loro “inquietudine” riguardo alle conseguenze di un’elezione che non  investirà tramite mandato popolare un governo risoluto a perseguire il programma di austerità fiscale.

Poco a poco, un ideale si profila dietro la reazione dell’establishment europeo di fronte alla minaccia di una vittoria di Syriza in Grecia. La migliore espressione di questo ideale si trova nel titolo di un articolo pubblicato da Gideon Rachman sul Financial Times del 19 dicembre 2014: Il tallone d’Achille della zona euro è costituito dai suoi elettori (Europe’s weakest link is the voters). Nel mondo ideale che progetta l’establishment, l’Europa si sbarazzerà del suo tallone d’Achille e conferirà a degli esperti il potere di imporre direttamente le misure economiche necessarie. Se proprio si dovranno tenere ancora delle elezioni, la loro funzione sarà solo quella di ratificare il consenso degli esperti.

Da questo punto di vista, le elezioni greche assumono per loro tutti i tratti dell’incubo. Quindi, come evitare la catastrofe?
La maniera più palese è quella di giocare la carta della paura e di dire agli elettori greci: “Pensate di stare soffrendo in questo momento? Non avete ancora visto niente! Se Syriza prende il potere, rimpiangerete questi ultimi anni come un periodo di benessere!” Si potrebbe anche immaginare che Syriza abbandoni il progetto europeo (o se ne faccia escludere), con delle conseguenze imprevedibili, o ancora che si giunga a uno “sporco compromesso”. Quest’ultima possibilità comporterà un altro timore: non quella di un comportamento “irrazionale” di Syriza a seguito della sua vittoria, ma, al contrario, la paura che Syriza acconsenta a un compromesso “razionale” che deluda gli elettori, col malcontento che ne seguirà, senza che Syriza questa volta possa canalizzarlo…

Di quale margine di manovra potrà godere un eventuale governo di Syriza? Per parafrasare il presidente Bush, non si deve innanzitutto sottostimare il potere distruttore del capitale internazionale, soprattutto se sommato al sabotaggio da parte di uno Stato greco burocratico, corrotto e clientelare. A queste condizioni, un governo può arrivare a imporre dei cambiamenti radicali?
Il peggio che potrebbe avvenire è la soluzione che può essere percepita ne Il Capitale del XXI secolo di Thomas Piketty. Secondo quest’ultimo, si dovrebbe accettare il capitalismo come il solo sistema possibile; per cui, la sola soluzione percorribile sarebbe quella di permettere alla macchina capitalista di funzionare nella sua propria sfera di competenza, mentre la giustizia egualitaria sarà assicurata politicamente da un potere democratico che regolerà il sistema economico e si incaricherà della redistribuzione della ricchezza.

Una tale soluzione è utopica nel senso proprio del termine. Piketty sa bene che il modello che propone non potrà funzionare se non venendo applicato a livello internazionale, aldilà dei limiti degli Stati-nazione (altrimenti il capitale non dovrà far altro che rifugiarsi negli Stati dove le imposte sono meno elevate). Una tale misura internazionale presuppone l’esistenza di un potere sovranazionale dotato del potere e dell’autorità necessari per farne rispettare i termini. Ora, un tale potere è inimmaginabile all’interno dei confini del sistema capitalista mondiale e dei meccanismi politici che tale sistema implica. In poche parole, se un tale potere esistesse, i problemi delle ingiustizie del capitalismo sarebbero già stati risolti.

La sola via d’uscita da questo circolo vizioso è quella di tagliare il nodo gordiano e di agire. Non esistono mai condizioni perfette per l’azione: ogni atto avviene per definizione troppo presto; bisogna pure cominciare da qualche parte, con un intervento particolare. Quindi, è perfettamente utopico pensare che si possa mantenere il capitalismo mondiale tale e quale lo si conosce oggi, con lo stesso funzionamento, e che si possano semplicemente aggiustare le aliquote fiscali più elevate così come propone Piketty.

E per quanto riguarda il debito faraonico?
La politica europea nei confronti dei paesi gravemente indebitati come la Grecia è così riassumibile: “prolungare e fare finta” (prolungare le scadenze del rimborso e fare finta che tutti i debiti finiranno per essere ripagati). Perché l’illusione del rimborso è così tenace? Non solo perché questo rende il prolungamento delle scadenze più accettabile per gli elettori tedeschi. E non solo perché l’annullamento del debito greco condurrebbe con ogni probabilità altri paesi, come il Portogallo, l’Irlanda o la Spagna, a fare la stessa richiesta.

No. Innanzitutto perché a coloro che sono al potere non interessa affatto che il debito venga rimborsato. I creditori e i gestori del debito accusano i paesi indebitati di non sentirsi sufficientemente in colpa: li si accusa perfino di sentirsi innocenti. Questa pressione corrisponde esattamente a quella del Super-Io nella psicanalisi. Come Freud aveva acutamente fatto notare, il paradosso del Super-Io è che, più si obbedisce alle sue imposizioni, più ci si sente colpevoli. Immaginate un insegnante vizioso che fornisce dei compiti impossibili ai suoi allievi e che si prende gioco sadicamente di loro quando vengono colti dall’angoscia e dal panico. Il vero fine dei creditori non è quello di un rimborso con profitto: è il prolungamento infinito del debito al fine di mantenere il debitore in uno stato perpetuo di dipendenza e di subordinazione.

Circa dodici anni fa, l’Argentina decise di rimborsare il suo debito nei confronti del Fondo Monetario Internazionale in anticipo rispetto alle scadenze (con l’aiuto finanziario del Venezuela). Il Fondo Monetario Internazionale ebbe una reazione quantomeno sorprendente: invece di essere soddisfatto del vedere il suo denaro tornare indietro, esso (o piuttosto, i suoi responsabili) si preoccupò di come l’Argentina potesse approfittare della sua ritrovata libertà e della sua indipendenza finanziaria nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali per abbandonare l’austerità fiscale e per compiere delle spese irresponsabili…

Il debito serve a controllare e a regolare il debitore: in quanto tale, esso cerca di riprodursi su scala progressiva. Stando così le cose, la sola vera soluzione è chiara: poiché tutti sanno che la Grecia non rimborserà mai il suo debito, bisognerà trovare il coraggio di annullarlo. Le conseguenze economiche saranno gestibili: ciò che serve è la volontà politica.

Questa è la nostra sola speranza di spezzare il circolo vizioso tra la tecnocrazia neoliberista di Bruxelles e le manfrine anti-immigrati. Se noi non agiamo, altri, come Alba Dorata o l’UKIP, lo faranno al nostro posto.

Nelle sue Notes Towards a Definition of Culture [Appunti per una definizione della cultura, N.d.T.], il grande conservatore T.S. Eliot fa notare che ci sono dei momenti in cui l’unica scelta possibile è quella fra l’eresia e l’assenza di fede; per dirla altrimenti, a volte la sola maniera di far vivere una religione è quella di rompere con l’ortodossia moribonda. Questa è la nostra posizione attuale nei confronti dell’Europa: solo una nuova “eresia” (rappresentata al momento da Syriza) può salvare ciò che merita di essere salvato dell’eredità europea: la democrazia, la fiducia nel popolo, la solidarietà egualitaria…

Se Syriza perde le elezioni, l’Europa che trionferà sarà l’Europa dei “valori asiatici”. Questi valori non hanno evidentemente nulla a vedere con l’Asia: si tratta piuttosto della tendenza chiara e netta del capitalismo contemporaneo a sospendere la democrazia. L’eredità più preziosa dell’Europa sarà allora presa in ostaggio.

Pubblicato sul quotidiano comunista francese L’Humanité il 18 gennaio 2015 (nella traduzione dall’inglese di Bradley Smith)

Traduzione di Federico Vernarelli, Giovani Comunisti Pescara

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