Una storia della “Prima Internazionale”

Una storia della “Prima Internazionale”

Prima Internazionale. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! Indirizzi, Risoluzioni, Discorsi e Documenti. Edizione del centocinquantennale, a cura di Marcello Musto, Donzelli Editore, Roma 2014, pp.256, € 25,00

Communist-International-1920Negli anni Settanta questo libro avrebbe davvero spopolato. Sarebbe stata un’autentica bomba. Avrebbe creato un dibattito enorme. Poteva fare davvero piazza pulita di molti luoghi comuni. Molte cose sarebbero apparse sotto una nuova luce. Non sto facendo affermazioni avventate. Gli anni Settanta erano abitati da militanti con una formazione culturale trascurata. Era un’epoca in cui premeva l’immediato, la grande svolta sembrava proprio dietro l’angolo. La stessa fiducia riposta in tante organizzazioni politiche era legata più a una mitologia rivoluzionaria che alla realtà storica. Non la voglio fare lunga, dico solo che questa lettura avrebbe davvero fatto un gran bene.

Il libro curato da Marcello Musto è una raccolta di documenti della Prima Internazionale. I suoi meriti sono molti. Colpisce la correttezza espositiva. Qualche doverosa parola di introduzione viene giustamente fatta, ma i documenti non sono mai affogati da commenti che interrompono inutilmente il flusso argomentativo. L’intervento del filologo, che è presente, non nasconde i testi sotto un mare di parole. I documenti sono raggruppati per temi e seguono un ordine tendenzialmente cronologico. Il libro è leggibile tutto di un fiato, ma consente di focalizzare molte specifiche questioni.

Un’occhiata superficiale mostra che Marx non era solo. La Prima Internazionale era tutto un ribollire d’idee (talvolta confuse) portate avanti da personaggi assolutamente unici. Da un punto di vista teorico Marx era sicuramente preparatissimo ma, da un punto di vista politico, la sua presenza era valorizzata da molti altri personaggi di assoluto primordine. Marx non era il profeta del socialismo; nella Prima Internazionale i profeti del sole dell’avvenire erano davvero parecchi. Marx era solo un militante fra tanti che, per capacità e preparazione teorica, tendeva a risaltare.

Nella prima fase della storia dell’organizzazione, gli avversari di Marx erano i mutualisti francesi. Questi si rifacevano a Proudhon e sognavano una qualche strategia politica ed economica per affrontare l’incipiente proletarizzazione. Da un punto di vista operativo chiedevano che il lavoro avesse l’accesso al credito bancario. Questa posizione, oggettivamente poco dinamica (ricorda per impostazione le posizioni teoriche delle cooperative rosse), era avversata dalla segreteria londinese (fra cui Marx) e dall’incipiente corrente libertaria. La convergenza teorica fra la segreteria e le correnti autonomiste (che poi diventeranno anarchiche) è palese. Erano unite da diverse questioni centrali. Entrambe teorizzavano l’azione operaia come fattore strategico di emancipazione sociale. Entrambe avevano idee simili sullo stato borghese e sulla necessità storica di abbatterlo. Entrambe erano a favore dell’internazionalismo e dell’opposizione alla guerra. Erano divise dall’idea che vi potesse essere una rivoluzione a breve termine, non dalla questione se fosse auspicabile o meno una rivoluzione sociale. Per molti anni gli anarchici e la segreteria londinese furono oggettivamente alleati contro i mutualisti e contro i sindacati riformisti inglesi. Questi ultimi avevano promosso materialmente l’Internazionale per impedire le azioni di crumiraggio da parte del capitalismo inglese (per esempio lanciarono una mobilitazione per impedire il reclutamento di sarti belgi durante lo sciopero dei sarti londinesi). Di fatto però i sindacati inglesi, nel dibattito, espressero sempre una sconcertante debolezza teorica. Nelle riunioni londinesi la parola era spesso presa da altri gruppi più radicali. Legati da una comune sensibilità rivoluzionaria, Marx e gli anarchici belgi, svizzeri e francesi avevano posizioni teoriche sorprendentemente simili.

I documenti della Prima Internazionale mostrano sempre un’organizzazione aperta al dibattito. Sembra banale dirlo ma Marx non era leninista e la Prima Internazionale non era la centrale cospirativa di un oscuro partito di rivoluzionari di professione. Il dibattito novecentesco sul partito rivoluzionario come strumento strategico di presa del potere politico è completamente estraneo a queste pagine. Inoltre la sensibilità rivoluzionaria allontanava Marx anche dall’ortodossia scientista ed economicista della socialdemocrazia. Esistevano luoghi in cui si contava più di altri (ne sia prova la quantità di documenti editi a Londra) ma la presenza di vivace dibattito interno mostrava un’apertura mentale che farebbe invidia a molte organizzazioni rivoluzionarie contemporanee. Banalmente, la Prima Internazionale non era un’organizzazione settaria.

La raccolta dei testi focalizza anche la rottura con gli anarchici e la decisione di spostare la segreteria negli Stati Uniti. Mentre nell’Europa continentale la maggioranza delle federazioni si schierava con gli anarchici, Marx si opponeva con fermezza alla loro strategia politica. Tuttavia, malgrado lo scontro aperto, il tono della polemica rimaneva sempre molto più rispettoso di quanto si possa immaginare (e intendiamoci Marx quando si trattava di insultare e di satireggiare aveva una creatività linguistica assolutamente ragguardevole). La rottura non riguardava due visioni teoriche contrapposte ma piuttosto due diverse strategie politiche. Entrambi erano su posizioni rivoluzionarie. Entrambi auspicavano la fine dello stato. Entrambi volevano organizzazioni rivoluzionarie ma anche strutture di massa aperte e democratiche. Queste posizioni erano lontane anni luce dai deliri economicisti della socialdemocrazia e dalle pratiche manipolatrici dell’Internazionale Comunista. La documentazione, talvolta ingenua, non aveva nulla dei deliri gesuitici del Novecento. Certo, con il senno di poi, oggi gli anarchici dell’azione insurrezionalista sembrano proprio degli eroici sprovveduti; i mutualisti con l’idea del credito agli artigiani e alle cooperative sembrano degli illusi; anche Marx, quando redigeva il saluto dell’Internazionale per la rielezione di Lincoln nel 1864, sembra veramente un’anima bella. Però le cose importanti sono altre. Con tutti i loro limiti, i documenti erano lontani anni luce dalle paludi novecentesche fatte di citazioni strumentali che occultavano svolte inconfessabili.

Per queste ragioni, il paziente lavoro di Musto è importante. Da un punto di vista storiografico molta parte della storia nel Novecento è già tutta in queste pagine. Socialismo, Comunismo e Anarchismo nacquero nei dibattiti riportati da questi documenti. Il loro battesimo si svolse davvero in lunghe riunioni di militanti sconosciuti. Con il senno di poi possiamo anche sorridere delle loro facili speranze. Però le ragioni che vi stavano dietro ritornano ancora oggi con forza. Per questo i documenti della Prima Internazionale sono qualcosa di più di un importante capitolo di storia antiquaria. La loro rilettura ci permette di ripensare i possibili percorsi del nostro futuro. La storia della Prima Internazionale non è un capitolo chiuso di storia ottocentesca perché ci permette di affrontare meglio vecchi problemi. Per esempio il leninismo non è l’esito necessario del dibattito organizzativo della prima Internazionale. Anche in passato era chiaro che si poteva essere rivoluzionari senza essere leninisti. Tuttavia questi documenti, letti senza filtro ideologico, mostrano che lo spirito della Prima Internazionale era pluralista. L’organizzazione si divide su dibattiti razionali senza scomuniche e senza inutili deliri psichiatrici. Inoltre, letteralmente, Marx e gli anarchici erano su posizioni teoriche talvolta davvero molto vicine. Oggi il contesto politico e sociale è mutato profondamente. Per questo questa vecchia contrapposizione non ha ormai più nulla di attuale e di necessario. La Prima Internazionale era un’organizzazione pluralista, rivoluzionaria e democratica. Il minimo che si possa dire è che qualsiasi prassi rivoluzionaria non potrà prescindere da queste scelte strategiche. É evidente che il cammino da fare è ancora lungo.

da Carmilla 

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