Franco Fortini: Marxismo (1983)

Franco Fortini: Marxismo (1983)

FortiniSi annuncia per la settimana prossima l’uscita nelle librerie della raccolta di Tutte le poesie di Franco Fortini (1917-1994). Non possiamo che salutare il ritorno sugli scaffali dell’opera di uno dei più grandi poeti italiani del Novecento. Lo ricordiamo anche come uno dei più importanti intellettuali militanti social-comunisti del dopoguerra, mai conformista e mai pentito. La sua amplissima produzione di saggi e articoli politici, insieme all’opera letteraria e poetica, rappresentano un’eredità preziosa. Vi proponiamo un articolo di Fortini apparso sul Corriere della Sera del 29 marzo 1983. Possiamo considerarlo una risposta in anticipo a quelli che di lì a poco avrebbero dedotto dal crollo dei regimi  del “socialismo reale” la fine della possibilità stessa di un progetto politico comunista o socialista di trasformazione della società. (M.A.)

  Quelli che hanno la mia età Marx l’hanno letto alla luce delle nostre guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi, del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. “E tu come li chiami i popoli oppressi o uccisi in nome di Marx?”, mi si chiederà ora; forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo.

Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut… I cacciatori di “bestie marxiste” (così si esprimono) devono sempre aver avuto difficoltà ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano, marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi’ via.

Mi spiegherò meglio, per loro beneficio. C’è una foto russa, del tempo della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli, cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall’arm i fucili dello zar. Questo é marxismo. C’é un’altra foto, Varsavia 1956, un giovane magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una sterminata folla operaia che il giorno dopo l’Armata rossa, come a Budapest, può volerli morti o deportati. Anche questo è marxismo. Con chi queste cose dice di non capirle, di marxismo è meglio non parlare neanche.

Un certo numero di italiani miei coetanei sparve anzitempo dalla faccia della terra, combattendo borghesi e fascisti. Grazie a loro se le forze dell’ordine volessero perquisirmi, potrei mostrare che sul miei scaffali invecchiano le opere di Marx, di Lenin e di Mao, senza temere, ancora, di venire trascinato alla tortura e alla fossa com’è accaduto e ogni giorno accade a poche ore di aereo da casa nostra. Dieci o quindici anni fa poco è mancato che la civica arena o il catino di San Siro non accogliessero, come lo stadio di Santiago del Cile, le “bestie marxiste”. So chi mi avrebbe aiutato, in quel caso: non sarebbero stati davvero quelli che mi conoscono perché hanno letto i miei libri. E ora approfitto di queste righe per salutare Alaide Foppa, mia collega di letteratura italiana a Città di Messico. La conobbi anni fa. In questi giorni ho saputo chi l’ha ammazzata, in Guatemala. Anche questo è marxismo.

Cominciai nel 1940 col Manifesto, per consiglio di Giacomo Noventa e Giampiero Carocci; senza alcun entusiasmo. Capii poi qualcosa da Trockij e Sorel. Durante la guerra vissi in fanteria un buon corso di marxismo pratico. A Zurigo, nell’inverno 1943-44, non so quanti libri lessi, riassunsi e annotai, che parlavano di socialismo e di materialismo storico.

Si faceva fuoco di ogni frasca, allora. Un opuscolo in francese, ricordo, mi fu molto utile; l’aveva scritto un tale che firmava con lo pseudonimo, seppi poi, di Saragat. L’apprendistato comprendeva testi anche troppo disparati: Malraux e Rosselli, Victor Serge e Silone, Mondolfo e Eluard…

A guerra finita vennero letture meno selvagge: le opere storiche (Le lotte di classe in Francia, Il diciotto brumaio, La guerra civile in Francia), parte della Sacra famiglia, i primi capitoli, splendidi di genio e forza sintetica, della Ideologia tedesca, i due volumi del primo libro del Capitale, e a partire dal 1949 quei Manoscritti economico-filosofici del 1844 oggi tanto derisi e che mai hanno cessato di stupirmi per la loro capacità di guidarci da Hegel fino ai giorni che ancora ci aspettano; e di dirci parole di incredibile attualità. E altro ancora.

Dopo vent’anni di diatribe storico-filologiche sul primo e il secondo Marx; dopo Lukacs e Sartre, Bloch e Sohn-Rethel, Adorno e Althusser, Mao e gli amici torinesi di “Quaderni rossi”, a quelle pagine non ho più sentito il bisogno di tornare se non nei termini di cui parla Brecht in una poesia intitolata, appunto, “Il pensiero nelle opere dei classici”:

Non si cura che tu già lo conosca; gli basta che tu l’abbia dimenticato…senza l’insegnamento di chi ieri ancora non sapeva perderebbe presto la sua forza rapido decadendo.

Non stiamo commemorando la nostra giovinezza. Anche se fondamentale, quel pensiero non é se non un passaggio dell’ininterrotto processo che porta da luce a oscurità poi ad altra luce, e dal credere di sapere al sapere di credere. Se ne compone (come quella di chiunque) la nostra esistenza. O per la gioia dei più sciocchi dovremmo ripetere qual che ci sembra di aver detto sempre e cioè di non aver creduto mai che il pensiero di Marx potesse fungere da chiave interpretativa del mondo più o meglio di quanto lo faccia, ad esempio, la poesia dell’Alighieri? Una educazione alla storia ci faceva almeno intravvedere quel che era stato detto e fatto ben prima e sarebbe stato detto e patito molto dopo di noi.

Quando, per l’Italia, almeno dal 1900, data del libro di Croce, ci viene ogni qualche anno ripetuto che quella di Marx é filosofia superata, non ho difficoltà ad ammetterlo; sebbene subito dopo domandi che cosa significa superare la filosofia di Platone o di Kant. Quando ci viene spiegato che la teoria marxiana del valore o quella sulla caduta tendenziale del saggio di profitto sono manifestamente errate, non ho difficoltà ad ammetterlo; anche perché mai l’ho impiegata per capire come vadano le cose di questo mondo. Quando mi si dimostra che l’idea, certo marxiana, di un passaggio dalla preistoria umana alla storia mediante la fine della proprietà privata, dello Stato e del lavoro alienato, si fonda su di una antropologia fallace e senz’altro smentita dai “socialismi reali”, apertamente lo riconosco; anche perché ho sempre attribuita la figura d’un progresso illimitato all’errore che afferma la indefinita perfettibilità dell’uomo, un errore illuministico-borghese che Marx ebbe a ereditare.

Ma quando mi si dice che la teoria delle ideologie è falsa, che la lotta delle classi è una favola e che il socialismo è una utopia senza neanche l’utilità pragmatica delle utopie, chiedo allora un supplemento di istruttoria. Primo, perché il pensiero epistemologico contemporaneo, dalla critica psicanalitica del soggetto fino alla semiologia, conferma la fine d’ogni immediata coerenza fra parola, coscienza e realtà, come fra mondo e concezioni del mondo; secondo, perché a tutt’oggi è difficile negare – e lo si sapeva ben prima di Marx – l’esistenza di ininterrotti conflitti di interessi fra gruppi umani per il possesso dei mezzi di produzione e la ripartizione del prodotto sociale; conflitti determinati dai modi del produrre e determinanti l’assetto, o lo sconvolgimento, dell’intera società. Per quanto è del terzo ed ultimo punto, convengo volentieri che esso rinvia ad una persuasione indimostrabile.

La volontà di eguaglianza e giustizia pertiene alla politica solo grazie alla mediazione dell’etica e della religione. Marx non ne ha data nessuna ragione migliore. Indipendentemente da ogni mito perfezionista, credo si debba continuare a volere (un volere che implica lotta) una sempre più sapiente gestione delle conoscenze e delle esistenze. Il “sogno di una cosa” è la realizzata capacità dei singoli e delle collettività di operare sul rapporto fra necessità e libertà, fra destino e scelta, fra tempo e attimo.

Il movimento socialista e comunista si è fondato per cent’anni su quel che si chiamava l’insegnamento di Marx. Ne era parte maggiore l’idea che il passaggio al comunismo dovesse essere conseguenza dello sviluppo delle forze produttive, della industrializzazione e della crescita della classe operaia; e compiersi con una pianificazione centralizzata. In questi nodi di verità e di errore si é legato il “socialismo reale”. Oggi gli esiti del passato ci impediscono di guardare al futuro. Sono esiti tragici non solo per cadute politiche, economiche o culturali né solo per costi umani; ma perché, anche al di fuori dei paesi comunisti, il “marxismo reale” ha accettato il quadro mentale del suo antagonista: primato della tecnologia, etica della efficienza, sfruttamento dei più deboli. Sembrano falliti tutti i tentativi per uscire da questa logica: massimo quello cinese.

Eppure, Bloch dice, non é stata data nessuna prova che quella uscita sia impossibile. L’eredità marxiana é divisa: una metà é ancora nostra, l’altra é dei nemici del socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera, anche rossa.

Quanto alla mente geniale morta cent’anni fa, é anche grazie ad essa che é stato ridimensionato il ruolo delle grandi personalità e dei loro sepolcri. Però ho visitato con commozione a Parigi il Muro dei Federati, a Nanchino la Terrazza della Pioggia di Fiori o dei Centomila Fucilati; mi fosse possibile, andrei a onorare i morti dei Gulag: sono tutti di una medesima parte, tuttavia parte; non ipocrita bacio tra vittime e carnefici. Marx ci ha infatti insegnato a capire una volta per sempre quale opera implacabile gli ignoti, gli infiniti vinti vincitori, compiano entro le società che preferirebbero ignorarli ed entro di noi; quali cunicoli scavino, quali fornelli di mina preparino anche in coloro che li odiano per aver voluto qualcosa che interi popoli oppressi continuano, morti e vivi, a volere. Tutta la storia umana, ci dice, deve essere ancora adempiuta, interpretata, “salvata”. E o lo sarà o non ci sarà più – sappiamo che è possibile – nessuna storia. O ti interpreti, ti oltrepassi, ti “salvi” o non sarai esistito mai.

L’amico di Federico Engels non é stato davvero il primo a dircelo. L’ultimo sì. E meglio ancora ogni giorno lo dice, oscuro a se stesso, “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (Ideologia tedesca,1845-46, I, a). Anche questo é marxismo.

RED.

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*