L’università secondo Renzi: meno fondi e più precarietà

L’università secondo Renzi: meno fondi e più precarietà

matteo-renziQualche giorno fa il Ministro Stefania Giannini ha presenziato all’inaugurazione del Polo Scientifico Tecnologico Magna Grecia, in quell’occasione una giornalista ha posto la questione dei tagli operati sulla Cultura ed il Ministro ha risposto che quei tagli appartengono a “stagioni passate” quasi a voler scrollarsi di dosso ogni responsabilità (forse si è dimenticata che parte di quei tagli sono frutto della politica dell’ex Presidente del Consiglio Monti, il quale fondò “Scelta Civica” – partito col quale il Ministro è stata eletta e di cui attualmente fa parte), aggiungendo che gli studenti dovrebbero “guardare la legge di stabilità e capirne il senso ed il valore”, perché quella legge permette l’assunzione di 1500 ricercatori e la “stabilizzazione dei fondi per l’Università con 150 milioni di euro”.

Gli studenti del Polo Jonico che hanno assistito alla cerimonia inaugurale evidentemente hanno creduto a quelle parole, considerando l’aria festosa, le foto, i sorrisi e le chiacchierate amichevoli col Ministro; altri invece fortunatamente hanno analizzato la legge di stabilità ed il quadro che ne esce fuori non è esattamente così roseo come lo dipinge il Ministro.
Su “Roars” c’è un interessante articolo che cita testualmente gli articoli della legge di stabilità riguardanti i finanziamenti all’Università e ne spiega le conseguenze. Quando il Ministro dice che il Governo Renzi stanzia 150 milioni di euro annui non mente. Il problema è che quello stanziamento copre solo in parte i 170 milioni di taglio previsti da Tremonti (quindi rimane una differenza negativa di 20 milioni di euro – la matematica non è un’opinione); quello che il Ministro non dice è che la Legge di Stabilità prevede un taglio al Fondo di Finanziamento Ordinario di 34 milioni per il 2015 e di 32 milioni per ogni anno dal 2016 al 2022 “in considerazione di una razionalizzazione della spesa per acquisto di beni e servizi da effettuarsi a cura delle università”!
Va fatta poi una precisazione: i 150 milioni “stanziati” dal Governo riguardano solo la “quota premiale”, ovvero quella parte dei fondi destinata agli “atenei virtuosi” – quelli che secondo l’ANVUR conseguono i migliori risultati in termini di: qualità dell’offerta formativa, della ricerca, e della efficienza/efficacia delle sedi didattiche. Dunque i famosi 150 milioni di euro in più andranno agli Atenei che non hanno particolari difficoltà, mentre i tagli riguarderanno tutti gli Atenei (anche quelli attualmente in deficit e quindi non “virtuosi”).
Una boccata d’ossigeno arriva dai fondi precedentemente stanziati per la creazione del Polo Universitario di Erzelli e dirottati sul FFO dalla Legge di Stabilità (pari a 5 milioni di euro all’anno per gli anni 2016-2022) e dai “fondi della gestione stralcio del Fondo speciale per la ricerca applicata” pari a 140 milioni di euro i quali, se venissero utilizzati in due anni come ipotizzato su Roars, porterebbero ad un “finanziamento” dell’Università solo per il 2015 e per un importo abbastanza esiguo (16 milioni di euro): dal 2016 in poi si registrerebbe comunque un decremento del Fondo di Finanziamento Ordinario fino ad arrivare ad un taglio totale di 1431 milioni di euro (distribuito negli anni 2015 – 2023), con una media di 159 milioni di euro all’anno. Nel 2023 si prevede un taglio di 278 milioni di euro, che è ben maggiore dei 170 previsti da Tremonti.
A questo vanno aggiunti altri tagli denunciati dagli studenti di LINK: i 150 milioni di euro tagliati al Diritto allo Studio per finanziare gli 80€ da in busta paga (si rischia di erogare 46 mila borse di studio in meno), 42 milioni in meno per il Fondo Ordinario Enti di Ricerca Applicata.  Va detto poi che i nuovi criteri di riparto dei fondi penalizzano ulteriormente gli Atenei già in difficoltà.

Veniamo ora alla questione dell’assunzione dei ricercatori. Eliminata la figura del ricercatore a tempo indeterminato, la riforma Gelmini ha introdotto le figure di ricercatori di “tipo A” e di “tipo B”. I primi sono quelli con il contratto a tempo determinato di massimo 5 anni non rinnovabile, mentre i secondi sono quelli che – a scadenza del contratto di ricerca –  vengono assunti come professori associati (quindi con un contratto a tempo indeterminato). In termini di punti organico assegnati dal MIUR ad ogni Ateneo un ricercatore di tipo A costa meno di un ricercatore di tipo B, perché dopo 5 anni non c’è l’obbligo di trasformare il suo contratto in un rapporto a tempo indeterminato quindi la relativa quota di punti organico (0,5) può essere riutilizzata in altro modo, mentre il ricercatore di tipo B continua ad “costare” all’Ateneo 0,7 punti organico per tutto l’arco della sua carriera.
Per evitare che gli Atenei assumessero solo ricercatori di “tipo A” il DLgs 49/2012 impose l’assunzione di un ricercatore di “Tipo B” per ogni assunzione di Professore Associato. La Legge di Stabilità elimina questo vincolo insieme alle speranze dei ricercatori di avere un’assunzione a tempo indeterminato – dovendo scegliere tra il giocarsi 0,7 punti organico fino a fine carriera oppure 0,5 per soli 5 anni è facile immaginare che gli Atenei optino per le assunzioni di ricercatori di “Tipo A” non avendo più nessun vincolo.
Il Ministro Giannini ha sbandierato con entusiasmo l’assunzione di “1500 ricercatori” ma, tralasciando il fatto che si tratta solo di contratti precari. L’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) evidenzia inoltre che queste assunzioni possono essere fatte solo dagli “Atenei virtuosi” (ovvero quelli che registrano, rispetto all’anno precedente, un rapporto tra spesa personale/Fondo Finanziamento Ordinario inferiore al 80%); gli altri – quelli con svariati milioni di euro di buco di bilancio causato dai continui tagli al FFO – continueranno a subire la diminuzione del personale che, in molti casi, si traduce nell’impoverimento dell’offerta formativa – in quanto vengono a mancare i docenti necessari per mantenere attivi i corsi di laurea.

Dunque lo scenario che si prospetta per l’Università è il seguente: gli Atenei in difficoltà economica continueranno ad essere ancora più penalizzati dai tagli, non avranno un briciolo della “quota premiale” del FFO e non potranno assumere nessuno dei famosi nuovi 1500 ricercatori (precari), e per appianare i debiti aumenteranno le tasse e taglieranno servizi. Gli Atenei che non hanno difficoltà avranno più risorse.
Per quanto riguarda la ricerca: vengono ulteriormente tagliati i fondi e le possibilità di far carriera. A questo punto mi domando quindi che interesse avrebbe un ricercatore a rimanere in Italia: all’estero probabilmente avrebbe più opportunità di sviluppare le proprie capacità.

Ancora una volta si prendono delle decisioni che incidono negativamente sul sistema universitario: si pensa che la qualità e l’efficienza possano essere raggiunte semplicemente tagliando risorse. Il problema è che le (poche) risorse in alcuni casi sono finite nelle mani di chi ricopre ruoli di prestigio non per meriti ma perché ha le conoscenze giuste (o fa parte della famiglia giusta); invece di tagliare continuamente fondi bisognerebbe creare un sistema che porti alla completa eliminazione del baronato all’interno delle Università italiane.
Su questa tematica segnalo la nuova campagna portata avanti da “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, per contrastare la diffusione dei concorsi truffa, nepotismi e raccomandazioni all’interno degli Atenei e garantire più trasparenza.

MARA PAVONE

da Siderlandia.it

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*