Canale di Sicilia. “Quei corpi come in una fossa comune”

Canale di Sicilia. “Quei corpi come in una fossa comune”

Canale di Sicilia. Dalla ghiacciaia del barcone ormeggiato al porto di Pozzallo sono stati estratti i cadaveri dei migranti morti soffocati. I soccorritori, sconvolti, evocano immagini terribili che ricordano di aver visto “solo nei libri di storia”. I superstiti, quasi seicento persone, raccontano di aver subito violenze dai libici. Sempre ieri, altre centinaia di persone sono sbarcate a Palermo e Trapani

migrantiI morti non sono tutti uguali. E le tra­ge­die nem­meno. Però al capo della squa­dra mobile della que­stura di Ragusa, Anto­nino Cia­vola, istin­ti­va­mente è venuta in mente la peg­giore di tutte dopo aver distolto lo sguardo dalla ghiac­ciaia del pesche­rec­cio che per tutta la gior­nata di ieri ha scon­volto i soc­cor­ri­tori nel porto di Poz­zallo: “Sono acca­ta­stati l’uno sull’altro, come all’interno di una fossa comune, che ricorda Auschwitz”.

Un muc­chio di cada­veri nel locale dove di solito ago­nizza il pesce. Un’immagine agghiac­ciante che dice di aver visto “sol­tanto nei libri di sto­ria”, e non c’è defi­ni­zione migliore per dire dell’inadeguatezza di noi tutti che in que­sta sto­ria ci siamo den­tro senza tro­vare la forza per cam­biare il corso degli eventi. I morti fanno paura e ci vuole una buona dose di corag­gio anche solo per guar­darli. “E’ un’esperienza dram­ma­tica, la stiamo vivendo tutti quanti, e per chi sta ope­rando è anche molto pesante”, spiega il pro­cu­ra­tore di Ragusa Car­melo Petra­lia dopo aver fatto un sopral­luogo sul molo.

Ci sono poche parole il giorno dopo l’ennesima strage di migranti, circa trenta esseri umani sof­fo­cati nella stiva di un bar­cone lungo appena venti metri con a bordo quasi sei­cento per­sone. Dopo averne sen­tite di orri­bili e di disgu­sto­sa­mente ipo­crite, forse è meglio il silen­zio. Sul molo è quasi un fune­rale, con le auto­mo­bili delle pompe fune­bri par­cheg­giate e le bare che aspet­tano il loro carico per essere riem­pite. Le uni­che parole di verità, come spesso accade, arri­vano da un prete con il com­pito di rap­pre­sen­tare un vescovo. “Ci vuole più cuore, altri­menti le parole girano a vuoto e non ser­vono a niente, dob­biamo pre­gare per i nostri fra­telli e le nostre sorelle, ma soprat­tutto aprirci a loro”, così don Michele, par­roco di Santa Maria Por­to­salvo e San Paolo, bene­dice le salme che solo dopo molte ore di com­pli­cato lavoro ver­ranno por­tate a terra. Il suo più che un appello è una som­messa rifles­sione, “spero che dopo que­sta com­mo­zione e mobi­li­ta­zione non si ritorni indie­tro dimen­ti­can­dosi quello che è acca­duto, c’è biso­gno dell’impegno di tutti e delle isti­tu­zioni, e se hanno già fatto occorre che fac­ciano di più”.

Ancora una volta, non hanno fatto nulla. Al limite, senza per­dersi in sen­ti­men­ta­li­smi, qual­che poli­tico adesso invoca la sal­vi­fica figura del nuovo Com­mis­sa­rio euro­peo per l’immigrazione. Un com­mis­sa­rio in più, que­sta sarebbe la rispo­sta dell’Europa. Inu­tile aggiun­gere che a Poz­zallo, di fronte allo scafo gal­leg­giante pieno di cada­veri, ieri non c’era alcun rap­pre­sen­tante delle isti­tu­zioni ita­liane. E Stra­sburgo era su Marte. Forse è meglio per tutti, per­ché dopo l’ennesima strage del medi­ter­ra­neo non sarebbe stato così age­vole alle­stire una dolo­rosa messa in scena cre­di­bile davanti a un’altra teo­ria di bare. La pre­senza della poli­tica non è più richie­sta, e la sua assenza non scan­da­lizza più nes­suno. Quando si dice la per­dita di cre­di­bi­lità dal volto disumano.

C’era solo il sin­daco, Luigi Amma­tuna, una brava per­sona: “Ho la morte nel cuore, come se avessi rice­vuto un pugno nello sto­maco”. Il sin­daco con­ti­nua a soste­nere l’operazione Mare Nostrum, “l’Italia così ha evi­tato un numero mag­giore di morti”, e non ha inten­zione di fare la vit­tima della situa­zione, “sono orgo­glioso di essere sin­daco di que­sta città acco­gliente”. Gli abi­tanti e i turi­sti sono dispia­ciuti per quello che è suc­cesso, e comun­que sono suf­fi­cienti pochi metri di distanza per esor­ciz­zare l’idea della morte: “Poz­zallo sa degli sbar­chi attra­verso i gior­nali e la tele­vi­sione: il porto è lon­tano un chi­lo­me­tro dal paese che non se ne accorge”.

I vivi, intanto, rac­con­tano. Sono le dram­ma­ti­che sto­rie di sem­pre, testi­mo­nianze che forse ser­vi­ranno alla pro­cura di Ragusa per con­durre le inda­gini del caso (sareb­bero già stati indi­vi­duati due sca­fi­sti del pesche­rec­cio pro­ve­niente dalla Libia con il suo carico di morte). “Siamo stati trat­tati come bestie dai libici” rac­con­tano i super­stiti, libici che avreb­bero com­piuto “vio­lenze inau­dite nei con­fronti di tutti, ma in par­ti­co­lare degli uomini del cen­tro Africa”. Tra le per­sone ascol­tate dagli inqui­renti ci sono anche amici e parenti delle vit­time: “Abbiamo pro­vato a sal­varli appena ci siamo resi conto di quello che stava acca­dendo, abbiamo fatto di tutto ma pur­troppo era tardi, sem­brava dor­mis­sero, non pen­sa­vamo che fos­sero tutti morti”. Tutti incol­pano i traf­fi­canti libici. “Ci hanno messo lì den­tro come bestie e non pote­vamo uscire per­ché sopra era tutto pieno, non ci pote­vamo muo­vere. Abbiamo chie­sto di poter tor­nare indie­tro per­ché era­vamo troppi e rischia­vamo, ma non c’è stato niente da fare: ci hanno detto ormai siete qui e dovete arri­vare in Italia.

E’ andata meglio agli altri 235 migranti che ieri mat­tina sono sbar­cati al porto di Palermo, tra loro anche 25 donne e quat­tro minori. Altri 184 nel pome­rig­gio sono arri­vati a Tra­pani a bordo di un mercantile.

LUCA FAZIO

da il manifesto

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