LA CASSAZIONE: «A BOLZANETO SOSPESO LO STATO DI DIRITTO»

LA CASSAZIONE: «A BOLZANETO SOSPESO LO STATO DI DIRITTO»

di Angelo Mastrandrea

Detenuti senza mangiare e bere e con il divieto di andare in bagno, picchiati e umiliati in continuazione, costretti a inneggiare al fascismo. Se non è tortura questa, come altro definirla? In Italia però non si può dire, solo perché nei nostri vocabolari penali la parola non è contemplata, e allora la Corte di Cassazione, nel motivare la sentenza di condanna di sette agenti di polizia per le violenze nella caserma di Bolzaneto dopo il G8 del 2001, ha dovuto prodigarsi in sinonimi e dettagli. A dirla tutta, la procura di Genova ci aveva provato a far contestare un reato di tortura che nel nostro ordinamento non esiste, anche per evitare alcune prescrizioni che sono puntualmente arrivate, ma i magistrati della Suprema Corte avevano bocciato la richiesta, in punta di diritto.
Se il mancato riconoscimento del reato ha consentito di salvare le apparenze, permettendo a chi vuole di continuare ad affermare che in Italia la tortura non esiste, e ha sortito l’effetto materiale di rendere più lievi le pene per i colpevoli, cionondimeno la sostanza della sentenza è durissima: nella caserma di Bolzaneto, nei giorni immediatamente seguenti il G8 di Genova, nel luglio 2001, è stato «accantonato lo Stato di diritto», le vessazioni sono state «continue e diffuse in tutta la struttura» e non si possono derubricare a singoli ed estemporanei «momenti di violenza». La caserma di polizia genovese, in quei giorni, si trasformò in un «carcere provvisorio» in cui lo Stato di diritto fu neutralizzato da un «clima di soverchiante ostilità». Un’atmosfera non dissimile da quella che si era respirata in piazza e nelle strade di Genova nei giorni precedenti, e poi durante il blitz notturno nella scuola Diaz. È grazie a questo clima, secondo i magistrati della Suprema Corte, che divennero possibili comportamenti altrimenti inammissibili, come in un Garage Olimpo all’italiana: il divieto di andare in bagno che costrinse alcuni ragazzi a farsela addosso, la negazione del cibo e dell’acqua, le continue violenze fisiche e psicologiche («non c’erano celle dove non volassero calci e pugni e schiaffi»). E non si trattò di «momenti di violenza che si alternavano a periodi di tranquillità, ma dell’esatto contrario».
Le motivazioni della sentenza sono prodighe di episodi di quel reato che non si può nominare: c’è ad esempio il caso di una ragazza condotta al bagno, costretta a mantenere il «capo chino all’altezza delle ginocchia» con la «torsione delle braccia dietro la schiena», mentre al suo passaggio «poliziotti ai lati» continuavano con «percosse e insulti». L’agente (donna) che accompagnava la detenuta non fece desistere i colleghi, ma invitò la ragazza a «stare attenta a non cadere quando un agente le aveva fatto lo sgambetto».
La Corte aveva confermato, in buona sostanza, la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010, riducendo l’entità dei risarcimenti (cancellati o rinviati al giudizio civile). Dei 44 imputati al processo, erano stati condannati solo in sette: l’assistente capo della polizia Luigi Pigozzi (a 3 anni e due mesi), che aveva divaricato le dita della mano di un detenuto fino a strapparne la carne, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (a un anno), il medico Sonia Sciandra (che è stata assolta dal reato di minaccia e pertanto la pena le è stata diminuita), gli ispettori di polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi (a un anno, tutti e tre avevano rinunciato alla prescrizione). Erano state confermate anche le assoluzioni, quattro in totale, mentre tutti gli altri (33 in totale) erano stati sollevati dal giudizio in quanto i reati erano caduti in prescrizione.
Ma i magistrati – questa è l’impressione – parlando di violenze «continue e diffuse» e del «completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto» hanno voluto in ogni caso rimarcare come le responsabilità non possano restringersi solo sui sette condannati e hanno puntato il dito anche sulla catena di comando: «Non è da dubitarsi – scrivono – che ciascuno dei comandanti dei sottogruppi, avendo preso conoscenza di quanto accadeva, fosse soggetto all’obbligo di impedire l’ulteriore protrarsi delle consumazioni dei reati». Cosa che nessuno fece, e infatti non accadde. Così come lo Stato non ha mai chiesto scusa alle vittime di una delle pagine più nere della storia italiana dal dopoguerra a oggi. A oggi, non risultano neppure sospensioni o rimozioni dagli incarichi degli agenti condannati.

ANGELO MASTRANDREA

da il manifesto

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