LA VITA RIBELLE DI AARON SWARTZ

LA VITA RIBELLE DI AARON SWARTZ

di Benedetto Vecchi

È stato un programmatore talentuoso e un attivista della Rete. Aaron Swartz, si è tolto la vita nella sua New York. Dopo aver sviluppato a 14 anni la piattaforma Rss per la diffusione dei testi su Internet, ha combattuto per la libertà di circolazione dell’informazione assieme a molti altri attivisti. Accusato di aver scaricato «illegalmente» materiale del Mit, rischiava 50 anni di carcere. Voleva che la conoscenza fosse di tutti e non recintata dalle imprese per fare profitti. Non era un eroe, ma solo un figlio del suo tempo. Uno di noi, che aveva deciso di stare dalla parte del torto. C’è sempre una zona d’ombra in un suicidio. Non bastano a spiegarlo né lettere d’addio, né le parole degli amici più cari, dei familiari. L’unica cosa certa è che qualsiasi ragione per non togliersi la vita perde valore agli occhi di chi ha deciso di aprire una porta, per chiuderla definitivamente alle proprie spalle. Aaron Swartz, enfant prodige dell’informatica e attivista della Rete si è ucciso negli Stati Uniti. In molti si sono affrettati a dire che negli ultimi mesi era depresso, nonostante la notorietà e un ragguardevole conto in banca, dopo che a quattordici anni aveva sviluppato un programma per la distribuzione dei contenuti in rete (Rss, «Read simple Syndacation» o più precisamente «Rdf Site Summery»), che consente di non solo di poter aggiornare un sito, ma di poter conoscere commenti, variazioni a un contenuto pubblicato in Rete. Aaron di anni ne aveva ormai ventisei, ma la sua giovane vita ha sempre viaggiato a «mille». Capelli lunghi, viso esile e un sorriso che colpiva per la sua solarità, Swartz ha cercato di trasformare in realtà il motto della Rete: «The information want to be free», l’informazione vuole essere libera.
La gallina dalle uova d’oro
Entrato all’Università di Stanford, lascia le austere aule del campus perché preferisce lavorare. Ha un nome ormai noto nella Silicon Valley o la 128 route di Boston, i due centri sinonimo di alta tecnologia. Il suo ingresso nel mondo del lavoro passa attraverso la fondazione di una piccola impresa di software, la Infogami, che si vuol specializzare nella memorizzazione e gestione di testi digitali. Dopo un anno, i finanziatori del progetto invitano Swartz ha fondersi con Reddit, società specializzata nella raccolta di news con una forte connotazione «sociale» o «comunitaria». L’operazione non decolla e la fusione si rivela meno remunerativa di quanto potessero sperare i suoi protagonisti. Per quasi un anno, il sito messo nato dalla fusione ha pochissimi «frequentatori», che cominciano però a salire quando Swartz prende in mano le redini del progetto. Dopo un anno il sito arriva ad avere oltre un milione di contatti.
Il calendario ha girato da poco tempo la boa del nuovo millennio. La Rete parla il linguaggio dei social network e di Internet come medium con la capacità di inglobare i vecchi media – giornali, tv e radio -. Il nodo dei contenuti è essenziale: chi riesce a sbrogliarlo, può diventare la gallina delle uova d’oro. Facebook vuol diventare quell’impresa; anche Google ambisce a ciò, forte di una base pressoché inarrivabile di utenti quotidiani; Apple ha assaporato il miele dell’iTunes e parla sempre più frequentemente di volere vincolare gli utenti a un’impresa che fornisce di tutto per stare in Rete – programmi e accesso ai contenuti -. Sono imprese che hanno «modelli di business » tra loro differenti, tutti si affannano per far profitti con lo sciamare in Rete. È in questo contesto che Aaron Swartz collabora a Wikipedia, dimostrando l’affidabilità delle voci scritte da «volontari». Entra in contatto con Lawrence Lessig, il giurista che ha sviluppato la licenza Creative Commons per la distribuzione «aperta» di software, musica, testi, film.
Tra il docente di Harvard e poi di Stanford e Swartz c’è forte empatia. Discutono molto su come organizzare campagne di sensibilizzazione per contrastare la fobia proprietaria sulla Rete. Swartz non è però un teorico. Guarda con simpatia la prima candidatura di Barack Obama. Lo appoggia pubblicamente. Ma rimane nel backstage nel contribuire alla prima campagna presidenziale del leader afroamericano. Nei primi mesi del primo mandato spera che Obama mantenga fede agli impegni presi durante la campagna eletorale: nessun inasprimento delle leggi sul copyright e maggiore attenzione al diritto di accesso alla Rete come diritto universale, direbbe un esperto del compassato linguaggio europeo dei diritti. Ma la presidenza di Obama mette in secondo piano la questione della Rete. La crisi economica sta mettendo in ginocchio gli Stati Uniti e a Washington pensano bene di non inimicarsi nessuno nell’olimpo dell’alta tecnologia. Obama guarda infatti a Apple, Google e Facebook come un possibile volano per la ripresa americana. Convinzione che, a tutt’oggi, è stata smentita dalla realtà. Google sta ancora cercando di capire come muoversi in una realtà che vede la convergenza tra telecomunicazioni e informatica. Apple ha perso il suo guru. Il debutto in borsa di Facebook si è rivelato un flop.
Obama però ha compreso che la Rete è diventato un potente medium e lo ha utilizzato tantissimo nella campagna per il secondo mandato. Aaron Swartz è diffidente, anche se dà il suo contributo. È più interessato a condurre la battaglia contro un progetto di legge chiamato Sopa – Stop Online Piracy Act -. Lavora a fianco di Lawrence Lessig, prende la parola in vari sit-in organizzati in giro per gli Stati Uniti. Il suo volto esile, allungato, ma sempre sorridente diventa noto anche a chi non è un attivista digitale. Nei suoi speech invita a passare all’azione.
La critica al Mit
Negli Stati Uniti, a differenza dal vecchio continente, la libertà di accesso alla riviste scientifiche e alla biblioteche digitali è un argomento che sta a cuore sia degli attivisti, ma anche di una parte significativa della comunità scientifica. Inoltre, molte delle ricerche condotte nei campus ricevono, sia pur indirettamente, finanziamenti pubblici. Pagare per accedere ai testi pubblicati è considerato «poco etico». Swartz sa che uno dei maggiori centri di ricerca del paese, il Mit, pubblica riviste e ha biblioteche digitali a pagamento. Da qui la scelta di scaricare tutti i file della biblioteca digitale Jstor del Mit e renderli pubblici. Un gesto che costa a Swartz pochi giorni di prigione. Uscirà nel 2011 su cauzione. Giuristi, ricercatori, scienziati si schierano a suo favore. Il Massachussets Institute of Technology decide alla fine che non lo perseguirà in tribunale. Non la pensa così la polizia, che qualifica il gesto di Swartz come criminale e pericoloso per la società più o meno come un omicida, uno stupratore. Lessig invita Obama a ricorrere alla Corte suprema: il presidente statunitense ha scelto però il silenzio. Alla prima udienza le accuse vengono confermate: Swartz rischia cinquanta anni di prigione per un processo che doveva svolgersi il prossimo aprile. Chi lo avvicina parla di un giovane sempre più depresso. Sta lentamente scivolando in un buco nero. Ieri la notizia del ritrovamento del corpo nella casa di Brooklyn. Il primo reperto della polizia parla di suicidio per impiccagione.
Il sorriso di Swartz si è così spento. L’omaggio viene dalla Rete. Lessig lo chiama figlio, i suoi familiari puntano l’indice contro la polizia e il Mit. Migliaia di messaggi si diffondono di nodo in nodo per la Rete. Anonymous «defaccia» alcuni siti del Mit; a New York la veglia funebre si è trasformata in un happening per la libertà di circolazione e diffusione della conoscenza. Non era un eroe. Solo un figlio del suo tempo, che ha deciso di stare dalla libertà di circolazione delle informazioni e della conoscenza. Uno di noi, che senza clamore è stato anche dalla parte del torto.

BENEDETTO VECCHI

da il manifesto

gennaio 2013

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