L’ITALIA CHE INVESTE NELLA GUERRA

L’ITALIA CHE INVESTE NELLA GUERRA

di Luciano Bertozzi

Il Governo dei Professori, dimissionario, ha stanziato con il decreto-legge di fine anno circa 900 milioni di euro per le decine di missioni militari in cui sono impegnati migliaia di soldati italiani, per il periodo 1° gennaio -30 settembre 2013 e appena 35 milioni per la cooperazione allo sviluppo. In particolare circa 450 milioni saranno spesi in Afghanistan, 119 in Libano, una cinquantina nei Balcani, 34 milioni nelle missioni antipirateria dell’Unione europea e della Nato e ben 144 milioni per la stipula dei contratti di assicurazione e di trasporto e per la realizzazione di infrastrutture, relativi alle missioni stesse.
Il provvedimento stanzia 7,6 milioni di euro per continuare l’impiego di personale militare in attività di assistenza, supporto e formazione in Libia. Il Trattato di amicizia italo-libico è di fatto ancora vivo, nonostante anche il nuovo regime non brilli nel rispetto delle libertà fondamentali. Nella ex colonia operano anche uomini della Guardia di finanza per rimettere in efficienza, garantire la manutenzione delle navi cedute dall’ Italia e per addestrare la Guardia costiera libica, in esecuzione degli accordi di cooperazione tra i due Governi per fronteggiare l’immigrazione clandestina. A tale scopo sono destinati 4,6 milioni di euro.
La missione soccorrerà i profughi o cercherà di fermarli in mare e rispedirli in Africa?
Un’altra perla del decreto interessa il Mali. Due milioni di euro sono destinati per la partecipazione di personale militare alla missione dell’Unione europea denominata Eucap Sahel Niger e alle iniziative dell’Unione europea per il paese africano. Si annuncia un’altra guerra umanitaria in Africa? Ricordiamo che questo è un frutto avvelenato della guerra che ha causato la caduta di Gheddafi, molte delle armi degli arsenali libici e dei mercenari che hanno combattuto in Libia stanno destabilizzando il Mali e altri paesi limitrofi. Nessuno si interroga sul risultato di aver contribuito con «il maggior impegno della nostra aviazione dalla fine della 2a guerra mondiale» a un nuovo regime che per molti motivi non è migliore del precedente.
Altri contenuti salienti del decreto sono inerenti il Pakistan e Gibuti. Il primo è un ambiguo alleato nella guerra afghana, cui l’Italia regala ben cinquecento veicoli blindati M 113: forse ci costava di più la distruzione di mezzi militari ormai superati, ma questa fornitura non rafforzerà gli sforzi di pace, dopo più di un decennio di un conflitto disastroso. In vista del ritiro del 2014 dall’Afghanistan bisognerebbe, invece, rafforzare la cooperazione civile, le infrastrutture per migliorare l’infima qualità della vita degli afghani.
Si tratta di un discorso vecchio: nonostante la retorica della missione di pace, al settore civile vanno solo le briciole, circa un decimo di quanto viene speso per la guerra. Infine, a Gibuti, un paese nevralgico nella lotta al terrorismo, in cui sono presenti basi Usa per controllare l’accesso all’Oceano Indiano e da cui partono i droni, regaliamo tre veicoli blindati e 10 semoventi. E ancora, all’Eritrea retta da un regime dittatoriale, del tutto isolato a livello internazionale, regaliamo materiale ferroviario fuori uso. Anche se la fornitura non vale molto si tratta di un segnale politico, verso un regime screditato e tirannico.
Le Camere sciolte dovranno approvare un provvedimento di grande rilevanza politica e militare, senza poterlo di fatto modificare. Mentre il paese si impoverisce, la risposta del governo, ancora una volta è quella di privilegiare le spese militari.

LUCIANO BERTOZZI

da il manifesto

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