La dittatura in cui si vota così tanto da annoiare i commentatori

La dittatura in cui si vota così tanto da annoiare i commentatori

di Carlo Lingera

Quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo, la prima cosa che mi è venuta in mente è di quanto sia ormai noioso scrivere dei processi elettorali in Venezuela. Chiariamo subito: di vittorie non si è mai paghi. In specie per chi appartiene al campo socialista, che –siamo franchi- negli ultimi decenni non ha certo brillato da questo punto di vista. Il guaio è che a livello di analisi non c’è molto di nuovo sotto il sole, come traspare anche da articoli di commentatori molto più noti di me. Prenderò ad esempio due pezzi, che seppur siano agli antipodi per la qualità dell’ analisi, sono piuttosto emblematici. Ciascuno riassume molto bene una posizione di un’area intellettuale più vasta, di cui rappresentano una sorta di summa.

Partiamo dal meno autorevole ma più spassoso, il pezzo di Omero Ciai su “ La Repubblica”, che attendevamo tutti con ansia. Il buon Ciai sarà quel che sarà, ma non è affatto uno stupido. Ed eccolo allora tirar fuori la mitica arma segreta dell’ antichavismo, che vediamo utilizzata già da qualche anno. L’articolo si apre infatti con la sensazionale rivelazione: la vittoria di Chavez è in realtà una sconfitta politica, il suo canto del cigno. Abbiamo appreso da Repubblica come le elezioni regionali del 2008 siano state in realtà l’inizio della fine, di come dimostrassero che Chavez non era imbattibile (il PSUV fu il primo partito in tutti gli stati tranne uno). Nel 2009 il nostro cuore palpitava assieme al loro nel vedere i fronti del SI’ e del NO sostanzialmente appaiati per il referendum che doveva trasformare “già qualcosa di più di un presidente”in un “padrone incontrastato del Venezuela”(finì a +10% per noi). E così via, di elezione in elezione.

La cosa geniale è che questa volta si va ben oltre. Scopriamo infatti che se non fosse stato per meccanismi clientelari come l’aumento del salario minimo e la diminuzione dell’età pensionabile, magari il risultato sarebbe stato diverso. Il disgustoso malcostume tramite cui, se uno migliora la qualità di vita e allunga le ferie, la gente tende a votarlo in effetti ci pare particolarmente deprecabile. Ad ogni modo poi, chiosa Ciai, bisogna vedere se Chavez, malato di cancro, ce la farà a ultimare il mandato. Insomma: 1)Chavez ha vinto però ha perso 2)Tutto ciò grazie alle vili clientele che si è procurato facendo del bene alla gente 3)Però dai che forse magari schiatta.

Se i settori liberal-democratici ci regalano la solita dose di idiozia in malafede, tutt’altra considerazione merita l’analisi che arriva da settori autenticamente socialdemocratici (per una volta con accezione positiva). Gennaro Carotenuto, nel suo “Giornalismo partecipativo” ha il merito di evidenziare parecchi spunti interessanti. Primo fra tutti ha il merito di sbugiardare l’asserzione che vuole lo sfidante, Capriles Radonski, ridicolmente associato proprio a settori socialdemocratici e progressisti. Questa costruzione di immaginario da parte della stampa nazionale e internazionale, peraltro, non è un caso isolato, come dimostra il recente articolo di Mastrogiacomo sul presidente colombiano Santos. Purtroppo per loro, nell’agone politico del continente latino il confronto politico va ben oltre la forma e le etichette. Capriles (o Santos) possono venirci presentati (o auto-presentarsi) sotto forma di candidi agnellini che operano nell’interesse del popolo, ma ciò non cambia la sostanza. Diversamente da quanto accada in Europa, alle elezioni si ha una contrapposizione reale fra un campo socialista (moderato, ma autentico) e i sostenitori delle politiche liberali del FMI e del grande capitale.

Il secondo elemento interessante si collega appunto a questo aspetto. Carotenuto, acutamente, parla di “discorso contro egemonico”. Anche presso le classi medie, o le nuove classi medie, la vulgata liberista è stata pressoché totalmente scalzata a favore di un predominio dello stato sul mercato. In un paese come il Venezuela, tradizionalmente moderato e senza grossi afflati rivoluzionari a pervadere le masse, lo sfondamento gramsciano è senza dubbio degno di nota. L’ultimo punto importante, evidenziato su Giornalismo partecipativo con un articolo dedicato, è la sostanziale monoliticità dei movimenti integrazionisti nel congratularsi con la vittoria del PSUV.

Ecco, ora abbiamo visto come opinionisti diversi analizzino la questione, più o meno correttamente, ma sempre tenendo presente i loro strati sociali di riferimento. A questo punto, tornando all’ assunto iniziale, quale dovrebbe essere il nostro contributo all’analisi come comunisti?E’davvero valido il postulato per cui non ci sarebbero elementi reali di novità e che tutto si riduca alla noia di un deja-vu?

Prendiamo i risultati delle elezioni presidenziali scorporati per voti ottenuti da ciascuna forza politica. All’ interno del blocco chavista, subito dietro il PSUV, vediamo il “Gallo Rojo” del Partito Comunista di Venezuela con il 3,28% dei voti. Può sembrare percentualmente poco, ma con un affluenza come quella di ieri, molto alta, significa quasi mezzo milione di voti. Il gallo rosso raggiunge in queste elezioni il suo massimo storico. Si afferma come quinto partito nazionale, risultato che anche solo 10 anni fa sarebbe sembrato inavvicinabile. Seppur vanti una tradizione molto solida, questo partito non ha mai avuto un seguito di massa rilevante, a differenza di quanto avveniva in molti altri paesi latinoamericani. Prendiamo il risultato dell’ elezione presidenziale del 1998, la prima in appoggio a Chavez. I comunisti totalizzavano appena un 1,25%, con 82.000 voti.

Per non correre il rischio di sembrare degli Omero Ciai all’ incontrario, mi sembra doveroso spiegare come in america latina, comunista significhi proprio comunista, de nome e de facto. Che un PC si può anche presentare alle elezioni con il simbolo diverso dalla falce e martello, ma sulle questioni programmatiche non si discute. Le posizioni del PCV a favore dell’internazionalismo fra i popoli in lotta non sono mai state rinnegate, anche quando andavano contro la ragion di stato. In una Revolucion che si fregia dell’ aggettivo di socialista, affiancato a quelli di “bolivariana” e “bonita”, una forza che insista sul carattere marcatamente di classe del processo è più che utile. E’ necessaria. Non per attaccare in maniera sterile una realtà globalmente sempre positiva, ma per far sentire la voce dei settori della Classe più coscienti e organizzati.

Un PCV forte vuol dire difesa nazionale più efficiente in caso si ingerenze straniere, vuol dire posizioni più avanzate in materia di rapporti di lavoro e della loro regolamentazione. E’ normale che un partito interclassista come è il PSUV possa avere delle contraddizioni al suo interno, così come è normale che in un qualunque processo rivoluzionario possano essere richieste delle correzioni. Possano esserci degli errori. La teoria della critica e dell’ autocritica, un approccio materialista possono rivelarsi fondamentali per individuarli ed intervenire. Un PCV forte è infine garanzia di pace per tutto il continente, data l’insistenza sulla creazione di un mondo multipolare tramite organizzazioni di cooperazione economica e di difesa regionale.

In America latina, come molti sapranno, un passatempo diffusissimo è il combattimento fra galli.
Ed è proprio quest’uso, molto radicato nell’ immaginario popolare e collettivo, ad aver determinato come simbolo un gallo rosso. Un gallo rosso che rappresenta il popolo combattente che affronta il gallo nero emblema del fascismo e delle borghesia, come in una vecchia canzone diffusa durante la Guerra di Spagna. Non c’è nulla di più appropriato che augurarsi allora, che El gallo negro rimanga nella polvere una volta per tutte.

CARLO LINGERA
Resp. politica internazionale :: Giovani Comunisti Torino

ottobre 2012

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