A Lisbona l’estate è finita. E la pazienza anche

A Lisbona l’estate è finita. E la pazienza anche

di Goffredo Adinolfi

L’autunno, si sa, segna la fine della bella stagione con l’arrivo di freddo e tempo instabile. Ecco, lo stesso si può dire per il governo guidato da José Passos Coelho. Se fino all’inizio di settembre le cose sembravano andare a gonfie vele, con una opinione pubblica atterrita e i partiti di opposizione un po’ addormentati, la fine dell’estate ha chiuso definitivamente una lunga fase di bonaccia.
E sì che le cose non erano cominciate male. Nonostante i 3 miliardi di sforamento sugli obiettivi di deficit nessuno sembrava volere infierire e infatti, dopo la quinta visita di controllo della Troika, il governo ottiene una dilazione di un anno. Unica contropartita richiesta è una riduzione della taxa social unica (Tsu) ovvero un taglio nei contributi previdenziali dovuti dalle imprese alla segurança social (la nostra Inps) di circa 5 punti percentuali.

Davvero un brutto regalo perché quel taglio non è andato giù proprio a nessuno e così si è innescata una spirale per cui nel breve volgere di poche ore il premier si è trovato tutti contro: i lavoratori perché si son visti decurtare del 7% il loro salario (dovendo compensare il taglio sulle imprese) e gli imprenditori perché hanno intuito che la diminuzione del potere di acquisto sarà un flagello che certamente non compenserà i risparmi sul costo del lavoro.
Il governo appare ora come un pugile suonato: da un’imponente manifestazione (una decina di giorni fa), dalle critiche provenienti dalla sua stessa maggioranza e dal ringalluzzimento del Partito socialista, principale forza di opposizione. Passos Coelho è così costretto a fare un passo indietro. A questo punto però è la Troika ad arrabbiarsi, a fare accuse di mancanza di coraggio e, cosa ancora più inquietante, a mostrarsi minacciosa come non mai.
Al momento l’unica cosa certa è che dalle politiche di austerità non si scappa. Se la Troika decidesse di chiudere i rubinetti e, quindi, di non finanziare il debito pubblico, il Portogallo fallirebbe all’istante. Non è infatti assolutamente pensabile che l’opposizione in un solo paese abbia il potere di arginare la forza di “dissuasione” di Unione europea, Fondo monetario e Banca centrale europea. Quando si capirà che il contrasto alle politiche neoliberiste si può concepire solo a livello europeo forse sarà troppo tardi, ma certo non si può non rimanere perplessi di fronte all’inerzia di partiti e sindacati componenti il Gue (European united left) e l’Etuc (European trade union confederation).
Quindi, per riassumere, politiche di austerità significa: tagli di un miliardo e mezzo circa per coprire il disavanzo entro dicembre di quest’anno e cinque miliardi per il prossimo. In termini percentuali il deficit dovrà scendere dal 6 al 5% entro dicembre, il prossimo anno dovrà scendere al 4,5 (tenendo in considerazione che il Pil scenderà dell’1%) e il pareggio di bilancio previsto dal Memorandum per il 2013 sarà rimandato al 2014.
Se al raggiungimento degli obiettivi di bilancio non sembrerebbe esserci alternativa, alternative su come si possano conseguire questi obiettivi ce ne sono. La Confederação geral dos trabalhadores portugueses (Cgtp) ha presentato la sua ricetta: una tassa dello 0,25% sulle transazioni finanziarie (2 miliardi), aumento dell’imposizione sui dividendi del 10% (un miliardo e mezzo), riformulazione degli scaloni Irc (imposta sulle imprese, 1 miliardo) e contrasto all’evasione (1 miliardo). Il tutto dovrebbe portare nelle casse dello stato circa 6 miliardi, ovvero una cifra più che sufficiente per “mettere a posto i conti”, tra l’altro, senza ingenerare una dinamica depressiva che, come ben sappiamo, autoalimenta le stesse politiche di austerità (discesa del Pil e aumento del deficit a parità di debito).
Per “promuovere” la propria finanziaria la Cgtp ha indetto per oggi una manifestazione. A Lisbona è previsto l’arrivo di una milionata di persone che, pacificamente, cercheranno di fare capire al governo che il piano elaborato dal loro sindacato è indiscutibilmente migliore di quello presentato pochi giorni fa dal ministro delle finanze Vitor Gaspar. Perché un conto è rifiutarsi di onorare i propri debiti, un altro è dire che questo debito debba essere onorato da chi i soldi ce li ha davvero. Pragmaticamente la Cgtp svela come i veri obiettivi di governo e Troika non siano quelli del pareggio di bilancio, altrimenti perché non prendere in considerazione almeno una parte di proposte che non appaiono certo rivoluzionarie?
A questo punto, varrebbe forse la pena interrogarsi su quali siano davvero gli obiettivi degli economisti che lavorano all’interno di Fmi, Ue, Bce e Ocse e sul perché le loro ricette vengano pedissequamente applicate dai capi di governo. L’insistenza sulla riduzione dei costi del lavoro, che non incide sul bilancio statale, appare quantomeno sospetta.

GOFFREDO ADINOLFI

il manifesto, 29 settembre 2012

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