Un appello che ha almeno il merito di farci discutere

Un appello che ha almeno il merito di farci discutere

di Alessandro Serra

L’ormai celebre appello di compagni e simpatizzanti della Federazione della Sinistra sta agitando il nostro dibattito interno. Provo a spiegarvi perché, pur condividendo alcuni spunti contenuti, non ritengo politicamente utile e opportuno firmarlo.
In premessa bisogna però riconoscere, a prescindere dalle posizioni politiche personali dei compagni e collettive delle organizzazioni, che questo appello ha avuto il pregio di aprire tra noi una discussione sui destini e addirittura sulla natura e sul ruolo sociale delle forze che si pongono come alternativa al sistema economico e sociale dominante, specialmente alla sua declinazione neoliberista rappresentata dalle politiche dell’Unione Europea.

Il dibattito che in condizioni normali è fonte di arricchimento per un’organizzazione, in questo caso tuttavia corre il rischio di arenarsi in una contrapposizione sterile. Socrate rivolgendosi a Gorgia nell’omonima opera di Platone concludeva parlando di una diatriba in cui “quando ci si trovi in disaccordo su qualche punto, e quando l’uno non riconosca che l’altro parli bene e con chiarezza, ci si infuria […] facendo a gara per avere la meglio e rinunciando alla ricerca sull’argomento proposto nella discussione”.

Il rischio che corriamo è proprio quello di perdere l’occasione della ricerca che l’appello ci propone, chiudendoci in una inutile e chiassosa contrapposizione tra tifoserie con reciproche accuse di essere “venduti” o di essere “autoreferenziali”, isolati dal contesto sociale, fuori dai problemi della gente.

Tra i firmatari ci sono anche alcuni compagni della Sardegna, una regione che subisce ben più di altre e in modo pesantissimo le conseguenze della crisi, questo dovrebbe far quantomeno riflettere i compagni che, parlando con chi oggi a paga la crisi si trova in una parte non secondaria di essi la diffusa richiesta di interventi di governo, che limitino e possano tamponare una situazione tragica. Questo che ci piaccia o no un’organizzazione comunista lo deve percepire non per assecondare acriticamente le spinte dei propri referenti sociali, quanto perché conoscerle è un punto di partenza per elaborare una linea politica rispondente ai problemi reali e capace in potenza di fare egemonia in esse.

Io vorrei intervenire nel merito dell’appello, evidenziandone alcuni passaggi.

In primo luogo quelli interessanti: considero condivisibile la cultura politica che è alla base del documento politico dell’appello. Quella sostanzialmente di una lotta democratica e di alleanze che considerando il basso livello di conflitto sociale (almeno rispetto ad altri contesti sociali di altre economie nazionali attaccate dalla speculazione) oggi presente in Italia tenda a costruire riforme che puntano al miglioramento delle condizioni di vita di lavoratori, precari, studenti e pensionati. Costruire questi avanzamenti di condizione come prerequisito indispensabile perché questi soggetti assumano una maggior indipendenza e possano, sciolti dal ricatto dell’indigenza, assumere posizioni più avanzate socialmente e politicamente. Condivisibile appare anche, sempre a parer mio, la necessità di non innalzare un muro con le grandi organizzazioni di massa come la CGIL e a livello politico con il PD. Nonostante le forti responsabilità nell’addomesticamento del conflitto e, specialmente nel caso del PD, negli arretramenti dei diritti prodotti dal governo tecnico, queste rimangono una risorsa dello Stato democratico, delle organizzazioni su cui agire in ottica di battaglia politica ma non organizzazioni da cui prendere semplicemente le distanze chiudendosi a riccio.

Per questo il confronto con il Partito Democratico è un passaggio che la Federazione della Sinistra dovrebbe affrontare e non rifiutare a prescindere.

Ancora condivisibile è l’analisi della Federazione della Sinistra, bloccata e retrocessa ad un cartello elettorale, preoccupazione condivisa da moltissimi compagni nei territori che vedono la FDS non come un simbolo elettorale ma come l’inizio di un percorso riaggregativo delle forze di alternativa, indispensabile per agire in una società frammentata e in crisi con un minimo di forza per incidere.

Ciò che invece non trovo condivisibile nel documento e che mi porterà a non firmarlo sono non secondari passaggi della politica che propone.

L’analisi della cultura comunista come una cultura che si deve confrontare, nell’ottica novecentesca con le correnti della socialdemocrazia e del cattolicesimo democratico penso che sia un idea da approfondire alla luce dei mutamenti della società.

Nella socialdemocrazia il dibattito sul fallimento delle ricette del cosiddetto capitalismo sociale è aperto in tutta Europa ed essa si sta caratterizzando verso differenti soluzioni (basti pensare alle differenze tra i socialisti francesi e quelli greci). Non vi è quindi una via comune e unica con cui la socialdemocrazia affronta la crisi della vecchia società, che è specialmente anche la crisi delle sue tradizionali ricette. Il dibattito del PD, che oltretutto non è una forza puramente socialdemocratica, è nell’appello analizzato in chiave troppo ottimista sulla invece, a parer mio, tutt’altro che scontata svolta di alternativa a Monti.

Il PD, se risaliamo alle sue origini, è un partito che ha cercato di riproporre un alleanza naturale del ‘900, quella tra socialdemocrazia e cattolici democratici, l’alleanza di economia pubblica e stato con la protezione tradizionale assicurata della famiglia cattolica (e garantita dalle politiche del cattolicesimo sociale) al fine di contenere il potere assoluto del mercato.

Occorre fare un ragionamento approfondito; il bisogno di protezione dei lavoratori contro l’attacco ai diritti sociali non può più trovare risposte nel ritorno al privato della famiglia tradizionale.

Oggi la famiglia rimane l’argine che consente a molti miei coetanei di tenere standard di vita alti, vivendo dello stipendio o delle pensioni della generazione precedente, ma questo non potrà durare a lungo. Il cattolicesimo democratico, difendendo la struttura sociale tradizionale rappresenta una corrente di pensiero fortemente impreparata a rispondere alle nuove esigenze delle classi subalterne, essa ha anzi le responsabilità maggiori nella mancanza di protezioni sociali dei lavoratori italiani.

Non parlo dei diritti civili o di un’imprecisata questione culturale “femminista” quanto del fatto che uno stato che espelle la forza lavoro femminile e la relega alla cura della famiglia, oppure ancora uno stato che affida la protezione sociale dei giovani alla famiglia stessa, non solo rappresenta una prospettiva non desiderabile per i comunisti, ma è anche una prospettiva senza futuro dal punto di vista economico. Uno stato del genere sarà condannato sempre ad una bassissima occupazione e non avrà nessuna speranza di uscire dalla crisi.

Quando parliamo di un governo di centro – sinistra, parliamo di un governo che avrà al suo interno importanti settori che proporranno questo tipo di politiche sociali arretrate e che in potenza perpetueranno la crisi economica, altro che potenziale alternativa.

In quest’ottica la costruzione di una sinistra autonoma dalle logiche tradizionaliste del cattolicesimo democratico è più che mai all’ordine del giorno, e questa necessità storica avrà cadute pesanti sul quadro politico italiano, quest’alleanza potrebbe non tenere, portando allo sfaldamento del Partito Democratico o ancora potrebbero prevalere le tendenze più reazionarie, siano esse di tipo liberista o tradizionalista.

Per questo anche se il confronto programmatico con il centro sinistra è necessario per far emergere queste contraddizioni, non è condivisibile la scontata conclusione che dal dialogo tra sinistra e centro cattolico possa uscire un’alternativa alla crisi, anzi, vedo più probabile che un accordo politico che non veda questi rischi possa portare ad un ulteriore esperienza politica fallimentare per tutti i soggetti in campo e un ulteriore arretramento dei diritti sociali delle classi che vorremmo rappresentare.

Non a caso l’appello, è questo è a parer mio uno dei punti di maggior debolezza, definisce le condizioni odierne completamente diverse dal passato, questo è vero, ma non al punto da evitare allegramente di fare un quadro storico del valore che hanno avuto le nostre esperienze di governo e in generale dei fallimenti di 15 anni di storia del centro – sinistra.

A tutto questo ragionamento si legano i miei dubbi su un quadro politico non scontato e definito. Considerando tutti i problemi che ho provato a porre, oltre alla necessità di dare risposte di governo alla crisi che ci interroga e ci deve interrogare, è chiaro che non basta qualsiasi risposta ma che il nostro paese necessita di risposte di un certo tipo. Per questo penso che la priorità sia la costruzione di un campo della sinistra autonomo dal Partito Democratico.

La nostra priorità, oggi, è di unire la sinistra, perché senza quel soggetto politico di cambiamento che abbia un peso ed un incidenza nei rapporti di forza, qualsiasi accordo o confronto programmatico sarebbe assolutamente al ribasso e foriero di ulteriori fallimenti.

L’appello invece mette il carro davanti ai buoi, annuncia prima la necessità del confronto col PD e solo in seguito identifica un soggetto del cambiamento nell’unità della sinistra.

Noto, nel percorso proposto dall’appello, una certa frettolosità nel costruire prima le conclusioni che le premesse, frettolosità che tradisce il fatto che molti problemi siano considerati marginali e affrontabili solo successivamente, e se si cede a questa tentazione, il risultato sarebbe già inscritto nella categoria dei disastri.

Nell’attesa della definizione di una legge elettorale, che ci vede gioco forza, semplici spettatori di una decisione altrui, i comunisti e la sinistra hanno un compito non secondario, molto più prioritario di aprire tavoli a Roma con Bersani. Questo percorso è costruire e aggregare una Sinistra nelle strade e nelle piazze di questo paese, accumulare forze nel lavoro sociale. Abbiamo un’arma, che è quella dei referendum sul lavoro che possiamo usare a questo scopo, l’alternativa vera alla crisi e il rovesciamento dei rapporti di forza tra le varie anime della sinistra dipenderà molto più da quei referendum che dalla legge elettorale stessa.

ALESSANDRO SERRA
Segretario regionale PRC Sardegna

17 settembre 2012

3 commenti

  1. Ciao compagno Alessandro, la tua analisi é molto ineressante e colma di riflessioni che condivido! Però vorrei capire cosa intendi per “confronto col PD”.

  2. Simone Capantini

    ma se provassimo a mettere la chiesa da parte cosa succederebbe???

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