L’abito nuovo della Sicilia

L’abito nuovo della Sicilia

di Mauro Azzolini

C’è un racconto, un “mimo” per l’esattezza, di Francesco Lanza, nel quale lo scrittore valguarnerese d’inizio secolo racconta la storia di una siciliana che vestiva sempre con una veste rattoppata, una veste sulla quale si erano accumulate nel tempo le toppe più differenti per forma e per colore; il marito un giorno, non potendone più di vederla con questa veste rattoppata, decideva di comprarle la stoffa per una veste nuova, la donna, però, ne realizzava subito altre toppe per aggiustare il vestito mostrandolo entusiasta al marito. Qualche anno fa Andrea Camilleri, ritornando sul racconto di Lanza, leggeva in questa storiella esemplare il limite di una Sicilia sempre pronta a mettere pezze sui propri difetti e sulle proprie ferite, incapace di eliminarle definitivamente anche quando vi fossero state le condizioni, ma anzi pronta a stornare queste occasioni in nuove toppe e in nuove soluzioni provvisorie e carenti di un disegno complessivo.

Oggi, dopo anni di toppe, se non anni in cui anche queste potevano sembrare un bene di lusso, qualcuno ha comprato la stoffa nuova alla Sicilia. Questa stoffa si chiama unità della Sinistra, quella con la “s” maiuscola. Una stoffa che viene da una lunga tessitura, cominciata con il tentativo di convergenza, poi abortito, alle elezioni comunali di Palermo, ma che si nutre profondamente dello spirito che ha animato la vittoria di Leoluca Orlando. Una stoffa colorata, è chiaro, rispetto al grigiore liberista – spacciato per senso di responsabilità – di Monti e del suo governo della macelleria sociale, che però non trova nella forma la sua ragion d’essere, bensì nei contenuti.

La lista unitaria costruita da Federazione della Sinistra, Verdi e Sel, chiaramente affiancata alla candidatura a presidente di Claudio Fava, rappresenta la realizzazione concreta di questa metaforica stoffa. Unire la sinistra, al di là dei semplici calcoli algebrici, rappresenta una necessità dettata da ragioni non soltanto politiche. La disastrosa esperienza di governo praticata dal Partito Democratico (un partito che assomiglia sempre più ad un ring per correnti in lotta più che ad un organismo politico sintesi delle culture che lo compongono capace di elaborare una visione complessiva della società elaborando risposte ai bisogni dei cittadini) ha rappresentato infatti, nella sua ingenua convinzione di “salvare la Sicilia dalle destre”, il fallimento di quanto si era mosso nel centrosinistra degli anni passati nell’ottica del cambiamento.

Dall’altro lato, con l’intensità e l’arroganza dettate dal controllo del potere, il progetto autonomista di Raffaele Lombardo – nutrito più dall’idea di un’autonomia politica di stampo parassitario e clientelare che dalla coscienza delle ragioni storiche e sociali che hanno reso necessario uno statuto speciale per la regione – è naufragato nella continuità della contiguità con i poteri forti e con la borghesia mafiosa portata ai massimi livelli da Cuffaro. Tutto ciò all’interno di un processo storico che affonda le sue origini nei cinquant’anni di malgoverno democristiano e che trova la sua continuità nella riproposizione degli identici schemi politici: la gestione del governo come perpetua macchina elettorale, la pubblica amministrazione come valvola di sfogo per l’alta disoccupazione, i rapporti stretti con la criminalità organizzata che sfociano in una “co-gestione” del territorio, la voragine di finanziamenti statali ed europei ottenuti col pretesto dello sviluppo e finiti in cattedrali nel deserto quando non direttamente nelle tasche di pochi “eletti”.

A tutto ciò hanno opposto resistenza, non soltanto nelle sedi istituzionali, le siciliane e i siciliani che in questi anni hanno portato avanti le grandi mobilitazioni anti-mafia, contro la militarizzazione del territorio isolano, contro gli sprechi di un’apparato burocratico come pochi, e soprattutto in difesa dei posti di lavoro a partire da quelli di un tessuto industriale che se ancora negli anni ’50 e ’60 sembrava all’alba di una rinascita economica (il petrolio, la siderurgia, le automobili) oggi è lo specchio più chiaro delle condizioni della Sicilia. Su questo, soprattutto, si è misurata in questi anni l’idea e la domanda di una sinistra alternativa allo stato di cose presenze.

Ed è proprio partendo dalla risposta positiva a questo interrogativo – sì esiste in Sicilia la Sinistra – che i soggetti che a gran voce hanno espresso la necessità di un’alternativa, che l’hanno praticata tanto nelle amministrazioni locali, quando ne hanno avuto l’occasione, quanto nei luoghi di lavoro (Rifondazione Comunista in primis) hanno compreso la necessità di unire le forze per portare avanti l’idea del cambiamento e per battere un sistema di potere che fuori dalla prospettiva di un’idea di “umanità” sembra perdere financo quella di “civiltà”.

Sarà a partire dalle lotte degli operai di Termini Imerese e dei Cantieri navali di Trapani e Palermo, dai lavoratori della Windjet, dalle rivendicazioni del settore primario, unite a quelle contro il ponte sullo stretto, contro il Muos di Niscemi, in difesa dell’ambiente e per una mobilità sostenibile, che la lista espressione di questo progetto troverà i binari che orienteranno il suo percorso. Sarà anche con la convinzione che il rispetto per la vita di chi è costretto a spostarsi nella (e dalla) nostra terra e con l’affermazione del diritto sacrosanto ad avere un’acqua libera dalle logiche di mercato che questa Sinistra potrà parlare ai siciliani ribadendo che anche la gestione dei rifiuti, l’istruzione e la sanità sono Beni Comuni.

Sarà con questo spirito, e con la consapevolezza che l’alternativa non è solo possibile, ma necessaria, che affronteremo le elezioni e che convoglieremo tutte le nostre energie per dare una nuova stoffa alla Sicilia e per fare in modo che questa sia utilizzata non più per le toppe ma per un nuovo abito.

MAURO AZZOLINI
Responsabile organizzazione – Giovani Comuniste/i Palermo
Segreteria regionale – Partito della Rifondazione Comunista, Sicilia

agosto 2012

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