Tre volte contro il neo-liberismo e per la giustizia sociale

Tre volte contro il neo-liberismo e per la giustizia sociale

di Gianmarco Pisa

A dispetto di quanto si legge da più parti, sono poche le sorprese che ci consegna l’importante abbrivio elettorale dell’ultimo 6 Maggio. Almeno a considerarlo in tutta la sua portata ed estensione e a tenerne in conto le evoluzioni e gli esiti in tutta la loro dinamica e ampiezza.
Tre sono gli spaccati sul cui banco di prova misurare il grado di insoddisfazione sociale e politica delle masse popolari nei confronti delle politiche economiche del cosiddetto “direttorio franco-tedesco”, verificare la portata della crisi economica in tutti i suoi drammatici effetti sociali e confermare l’insostenibilità civile e politica della – a noi in Italia ben nota – “gabbia” del bipolarismo. Si tratta di tre spaccati politici di estremo rilievo, ma anche di tre scenari sociali decisivi per le sorti dell’Europa, in particolare di questa Europa: la Francia, la Serbia e la Grecia.

Quasi a squadernare come in un giro di compasso l’orizzonte del fallimento delle politiche monetariste imposte dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea e a traguardare uno scenario nuovo che ancora non si delinea con nettezza ma che prova ad affacciarsi sullo sfondo europeo con sempre maggiore incisività. Del risultato solo parzialmente soddisfacente del Front de Gauche in Francia, inizialmente accreditato di oltre il 15% del consenso e che invece si è fermato al di qua della soglia del 12%, si è detto e scritto; della competizione sempre più “gomito a gomito” tra la sinistra anti-capitalistica e la destra reazionaria (qui rappresentata dal Front Nationale) nei tradizionali insediamenti post-industriali, periferici e popolari (proletari e sotto-proletari) si sono sottolineate la dinamica e la pericolosità; del recupero della destra tradizionale incarnata nella mimica di Nicolas Sarkozy al secondo turno, dove pure raggiunge un significativo 48% nonostante le disastrose previsioni della vigilia, non si è invece posto l’accento a sufficienza, questo dato rivelando la capacità della destra tradizionale di ricompattare un proprio blocco sociale “oltre” gli effetti della crisi (tre quarti degli elettori dell’ultra-destra di Marine Le Pen e due terzi degli elettori centristi di François Bayrou hanno fatto confluire il proprio voto al secondo turno proprio su Nicolas Sarkozy).

Il pallino politico è adesso nelle mani del neo-presidente socialista François Hollande, il cui 52% significa per le forze della sinistra almeno tre cose: intanto, che l’appoggio della sinistra di classe ed anti-capitalistica si rivela decisivo per il successo della sinistra tout court e per la sconfitta della destra, in tutte le sue varianti e declinazioni; quindi che le istanze della sinistra marxista non solo incidono ma soprattutto corrispondono alle domande popolari di progresso e giustizia più avvertite (l’assunzione di 60 mila nuovi lavoratori nella scuola tra personale docente e non docente, il rilancio della crescita economica per stimolare la domanda interna ridando potere d’acquisto, la tassazione al 75% dei redditi da capitale sopra il milione); in definitiva che la connotazione di classe del programma della sinistra, pur con tutti i limiti della variante Hollande, lungi dal rappresentare una deriva ideologica, corrisponde oggi ad una esigenza politica, per la giustizia sociale e l’alternativa europea. Per tradurla “in italiano”: giustizia e non “equità”, alternativa e non “alternanza”.

La stessa conseguenza del voto greco, dove i due partiti maggioritari, Nea Democratia sul versante di centro-destra e PASOK sul versante di centro-sinistra, insieme non raggiungono la maggioranza dei seggi in Parlamento (“solo” 149 contro i 151 richiesti su un totale di 300), testimonia di questo abbrivio europeo: due scranni “mancanti” per due partiti “falliti”, “alternatisi” per quaranta anni al potere e oggi crollati nella fiducia delle masse e nel consenso popolare. Si apre qui uno scenario inedito e promettente: la rottura dello schema bipolare, la mobilitazione sociale e politica per la sovranità economica e la giustizia sociale, l’affidamento dell’incarico per il nuovo governo ad Alexis Tzipras, leader di Syriza, la costellazione della sinistra radicale che, insieme con il Partito Comunista (KKE) e la Sinistra Democratica (DA), sfonda il muro del 30% (Syriza è oltre il 16% e il KKE oltre l’8%), doppiando la sinistra tradizionale, moderata e riformista, del PASOK, clamorosamente ferma sotto la soglia del 14%. Non è possibile tacere la minaccia rappresentata dalla contestuale ascesa delle forze della destra neo-nazista (letteralmente neo-nazista, ho potuto conoscere modi e forme del loro brutale agire politico tra il 2005 e il 2006 durante la mia permanenza tra Grecia e Cipro) di Chrysi Avgi (“Alba Dorata”).

È compito delle forze democratiche e progressiste organizzare la protesta in proposta, spiegando temi e contenuti e rispondendo ad emergenze e bisogni. È possibile per le forze marxiste incamminarsi efficacemente su questa strada: mettendo al bando privatizzazioni, liberalizzazioni e svendite del patrimonio pubblico, preservando le garanzie di un sistema di protezione sociale che è la risorsa fondamentale per l’Europa in questo momento di crisi, rivendicando tutto il coraggio che serve per imporre una tassazione giusta e progressiva e una direzione pubblica dell’economia che sia autonoma ed efficace. Non sono “messaggi di forza” fini a loro stessi. Non per questo la sinistra politica ha meno bisogno di segnali forti nella propria comunicazione politica e per sconfiggere l’anti-politica, la demagogia e il populismo, in tutte le loro varianti, accezioni e declinazioni.

In Serbia, il Partito Socialista Serbo vola dai sondaggi che lo accreditavano al 12% ad un risultato reale che lo spinge fino al 16%, anche qui rompendo lo schema bipolare ed assurgendo ad architrave della mediazione politica, vero “ago della bilancia” tra il centro-sinistra neo-liberale incarnato dal Partito Democratico di Boris Tadic e il centro-destra neo-nazionalista rappresentato dal Partito Progressista Serbo di Tomislav Nikolic, entrambi “bloccati” attorno al 26%. Un 16% conquistato al termine di una campagna elettorale non priva di elementi di ambiguità, nella quale i socialisti hanno battuto alternativamente i due tasti del “decisionismo” con le parole d’ordine del governo forte e della sovranità nazionale e del “sindacalismo” rimarcando (senza troppa convinzione, in verità) alcuni guasti ed eccessi delle politiche di contro-riforma sociale e di privatizzazione economica.

È la conferma, tuttavia, di un messaggio o, meglio, di un vero e proprio “clima” inaugurato da questa ultima tornata trans-europea: che intende contrastare l’Europa monetarista del Fiscal Compact e del direttorio franco-tedesco, che si ri-appropria delle parole d’ordine della sovranità economica e del ruolo pubblico nel processo economico, che non intende cedere al nazionalismo né fare concessioni alla demagogia ma si batte per la democrazia reale e contro ogni populismo, che vuole affermarsi come forza credibile e incisiva “contro” ed “oltre” la gabbia del bipolarismo e senza ingiustificati e perdenti cedimenti al centro, che basa la sua proposta politica sui bisogni sociali e popolari e rivendica un programma di politica economica di giustizia fiscale e sociale, di socializzazione e rilancio della produzione, di redistribuzione economica finalmente verso il basso e non più verso l’alto. Una sinistra forte ed autentica, rinnovata ed aperta, insomma, al tempo stesso, europea, popolare e rivoluzionaria.

GIANMARCO PISA

8 maggio 2012

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