Pio e Rosario, che 30 anni fa morirono assassinati dalla mafia

Pio e Rosario, che 30 anni fa morirono assassinati dalla mafia

di Matteo Iannitti

Trent’anni fa morivano Pio La Torre e Rosario Di Salvo, assassinati dalla mafia la mattina del 30 aprile. La Torre era Segretario Regionale del PCI, in prima linea nella lotta contro la mafia e per la pace. Pio La Torre faceva parte di quelle donne e di quegli uomini, spesso dimenticati, che hanno costruito la Resistenza del dopoguerra. Non più in montagna ma nelle campagne siciliane. La Resistenza al moderno feudalesimo meridionale, ai “Don” padroni dei paesi siciliani, ai caporali, ai signori padroni delle terre. Una Resistenza che era azione, progresso, rivolta: l’occupazione delle terre da redistribuirsi tra braccianti. Migliaia di contadini presero parte a quelle mobilitazioni e tra i tanti c’era anche Pio La Torre, giovane militante del partito comunista. In quelle terre generazioni di siciliani conosceranno in faccia la mafia. I luoghi di quelle proteste echeggeranno nella letteratura mafiosa per sempre: Portella della Ginestra, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Bisacquino, Corleone. Luoghi di insorgenza contadina che raccontano due storie diverse, due rette parallele, la lotta di classe e la dominazione mafiosa. Tanti erano i nemici delle mobilitazioni contadine. Innanzi tutto i padroni delle terre, i faccendieri dei don. Poi lo Stato in uniforme e doppiopetto di prefetti e carabinieri che preferiva l’ordine dello sfruttamento e la silenziosa violenza della mafia a quelle chiassose e rivoluzionarie bandiere rosse. Infine i “liberatori” americani, maniacalmente attenti a non consegnare al Socialismo quel meridione d’Italia potenzialmente esplosivo. Per comprendere cos’è la mafia bisognerà sempre tenere conto di queste alleanze contro le rivolte contadine perché sono state costituenti ed hanno eretto la spina dorsale senza la quale il potere mafioso oggi non sarebbe così forte.

In una delle tante manifestazioni Pio La Torre sarà arrestato. Più di un anno di carcere. Poi diventerà dirigente del Partito Comunista. Segretario Regionale subito dopo la fine dell’esperienza del Governo regionale Milazzo: uno dei prodotti più scadenti e pericolosi della sperimentazione politica siciliana, l’alleanza di governo tra PCI, DC e MSI. Sarà deputato del PCI e componente della commissione parlamentare antimafia. Reato di associazione mafiosa, confisca dei beni della mafia, interdizione dai pubblici uffici dei mafiosi saranno i prodotti giuridici del lavoro di Pio La Torre. L’ultima battaglia avverrà a Comiso, contro l’installazione dei missili Nato. È il 1981 e Pio La Torre è di nuovo Segretario Regionale del PCI.

Il 30 aprile del 1982 due motociclette si affiancano alla macchina che stava portando Pio La Torre e Rosario Di Salvo alla sede del Partito, caschi integrali e mitragliette in mano. Mandanti dell’omicidio verranno riconosciutiSalvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Un altro eroe Pio La Torre, come Peppino Impastato, come Mauro Rostagno. Nomi e storie da ricordare. Perché è dalla memoria che costruiamo la nostra identità ed il nostro futuro. Ma la memoria non basta. Anzi a volte deforma la realtà al punto da presentare la mafia come qualcosa di concluso, finito, scomparso. E trasforma la lotta alla mafia in un’istituzionale cerimonia di commemorazione. Per questo ricordare è nostro dovere quanto condurre una serrata battaglia contro le mafie, le infiltrazioni mafiose in politica, negli appalti, in quegli ambienti che all’apparenza ne sembrano immuni. Oggi, 30 aprile 2012, a trent’anni dall’assassinio di Pio La Torre in molti sfileranno nei salotti televisivi a ricordare l’impegno del Segretario Regionale del PCI. Qualcuno magari lo userà per dimostrare che esiste una buona politica. Qualche esponente del Partito Democratico, del terzo polo o del centrodestra ribadirà il proprio impegno antimafia. Qualcun altro se ne intesterà l’eredità ed altri ancora lo useranno in campagna elettorale. Faranno uscire dalla sua bocca parole mai pronunciate ed il pensiero di Pio La Torre converrà sempre al politicante che lo interpreterà.

Ma mentre il turbinio di parole ed apparizioni televisive continuerà, un primario starà venendo nominato perché affiliato ad un clan, centinaia di migranti tra Catania e Siracusa verranno caricati su alcuni furgoni e portati a lavorare la terra a 15 euro per 12 ore. A Niscemi gli americani continueranno a costruire una grande antenna, chiamata MUOS, per gestire le operazioni di guerra nel mediterraneo. I patronati collegati a qualche consigliere comunale distribuiranno sacchetti di spesa, dentro anche i santini elettorali e guai a sgarrare. Un piccolo commerciante regalerà merce a un cliente “d’onore” o pagherà direttamente in contanti. Un’amministrazione comunale deciderà di consegnare un appalto senza gara ad una particolare ditta che ha contribuito alla campagna elettorale del Sindaco. Bossoli di proiettili verranno inviati a chi lotta contro una discarica, contro un appalto irregolare, contro chi pronuncia i nomi dei colletti bianchi. Tonnellate di cocaina verranno immerse nel mercato ed i galoppini li distribuiranno a ragazzetti che li venderanno agli angoli delle strade Un altro Presidente della Regione Sicilia preparerà il processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

E così le belle parole della politica istituzionale si infrangono nella quotidianità della gestione della politica: il Partito Democratico che si proclamerà oggi erede della storia politica di Pio La Torre è il maggior sostenitore del Governo regionale di Raffaele Lombardo e costruisce alleanze elettorali con lo stesso Movimento per l’Autonomia che i magistrati indicano come referente politico della mafia, assieme all’UDC, nelle elezioni del 2008. Alcuni amministratori che glorificheranno l’impegno di Pio La Torre concederanno agli Stati Uniti d’America le autorizzazioni per realizzare il MUOS. Da un palco qualche candidato citerà lo storico segretario del PCI siciliano e poi tornerà al suo patronato ad emettere favori e clientele, a distribuire la spesa, chiamerà un capoclan e chiederà a che punto è la campagna elettorale.

E l’antimafia istituzionale dimostrerà il suo fallimento. Chi si batte perché la gente non si venda alla mafia e alla politica connivente, chi crede che l’unico modo per fare in modo che la mafia non acquisti un popolo sia permettere ad un popolo di non vivere il disagio economico e culturale che lo porta a vendersi; chi popolerà Cinisi il 9 maggio accanto a Giovanni Impastato ed ai compagni di Peppino, chi sciopererà contro la precarietà, chi manifesterà per scuole e servizi sociali nei quartieri, chi occuperà uno spazio abbandonato, chi non ha bisogno di aspettare le sentenze dei tribunali per vedere con i propri occhi le pratiche politiche di alcuni candidati e di loschi figuri che si adoperano per la campagna elettorale, chi costruisce giorno dopo giorno pratiche di antimafia sociale comprenderà oggi quanto per combattere la mafia non basta guardarsi indietro. Occorre guardare al futuro della propria terra per salvarla dallo sciacallaggio assassino delle organizzazioni mafiose. E occorre soprattutto guardarsi intorno, guardarli in faccia, senza paura e a schiena dritta, senza opportunismi, senza scegliere il conveniente silenzio.

Perché la mafia purtroppo è nel presente. Il presente che abbiamo il dovere di trasformare.

MATTEO IANNITTI
Esecutivo nazionale Giovani Comuniste/i

30 aprile 2012

Un commento

  1. I’m not easily imeessprd but you’ve done it with that posting.

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