La “biodiversità” è un bene comune

La “biodiversità” è un bene comune

di Lorenzo Lupoli

Una grande manifestazione, pacifica e di massa. Questa la risposta che Firenze e i suoi cittadini hanno dato a pochi giorni dall’orrore di Piazza Dalmazia, stringendosi attorno alla comunità senegalese della città. Una comunità, quella africana, che in questi giorni ha dato un esempio di grande civiltà, dignità e maturità, organizzando una mobilitazione che è sfociata nel partecipato corteo che ha attraversato le strade cittadine pacificamente, senza creare disordini e tensioni.
Una strana coincidenza quella che collega la reazione di questa comunità ferita e umiliata, con quella del quartiere torinese che poco più di una settimana fa aveva risposto barbaramente alla falsa notizia dello stupro di una giovane sedicenne, che aveva accusato di questo un rom del campo nomadi poco distante. Due fatti che in pochi giorni hanno scosso un’ Italia che un po’ ipocritamente si è risvegliata più razzista e intollerante rispetto al resto dei paesi europei.
In pochi però, pare, abbiano capito quello che è successo veramente, al di là della cieca violenza che si è manifestata nei due episodi di razzismo.
Nessuno, o forse in pochi, si sono interrogati sul perché una giovane donna di un paese democratico e sviluppato, sia arrivata a denunciare uno stupro inventato, pur di non dover ammettere di aver perso la propria “verginità”, piuttosto che parlare del suo primo rapporto sessuale con la propria famiglia; nessun interesse su quanto sia sessuofobica e allo stesso tempo volgare la nostra società, condizionata da antichi retaggi che il potere clericale d’Oltretevere continua ad alimentare, condizionando una destra filovaticana e una centro-sinistra conformista e moralista, il cui principale argomento di opposizione a Berlusconi e al berlusconismo è diventato la “questione morale” contro puttane e tacchi a spillo.
Nessuno, se non in pochi, si sono chiesti perché accusare di un gesto così grave uno straniero, uno zingaro, e non un proprio coetaneo italiano, dopo anni in cui le peggiori campagne mediatiche securitarie di caccia al “deviante”, sono state avallate da autorevoli esponenti di destra quanto di centro-sinistra, spesso sindaci-sceriffo delle nostre città.
Nessuno, seppure noi lo dicessimo da tempo, ha capito che legittimare la presenza di spazi sociali come quelli di Casa Pound, i “fascisti del terzo millennio” come amano definirsi i “nuovi” giovani camerati italioti, o sottovalutare il consenso che gruppi come Blocco Studentesco hanno ottenuto nelle nostre scuole e università, voleva dire sdoganare definitivamente il ritorno di organizzazioni neofasciste che prima o poi avrebbero colpito ancora, come nei giorni più bui dell’eversione nera.
Il problema purtroppo non riguarda solo la destra “istituzionale” e di governo che copre e spesso finanzia l’arcipelago neofascista italiano, ma anche quella “sinistra” che ormai da anni considera sorpassati i temi dell’antifascismo, festeggiando il 25 aprile come una ricorrenza qualsiasi, superando di fatto la discriminante antifascista nel proprio DNA politico. Una “sinistra” che in nome di una presunta superiorità intellettuale, ha firmato appelli in difesa della libertà di manifestare dei gruppi orgogliosamente neofascisti, definendo illiberali e liberticide le posizioni di chi, come noi, vi si opponeva fermamente.
Il tema dell’antirazzismo e dell’antifascismo sembrano tornare alla ribalta, solo grazie a due episodi subito ripresi dal circo mediatico che presto li dimenticherà per dare spazio al prossimo caso, come se non ci fossero piccoli episodi quotidiani di rigurgito fascista e di intolleranza razzista, mentre rimarranno il dolore e le vittime di una cultura dominante che, per rimanere tale, ha bisogno di volta in volta di individuare nel “diverso”, nello “straniero”, il capro espiatorio. A maggior ragione in tempo di forte crisi economico-sociale, per alimentare la guerra fra poveri e rafforzare il proprio mainstream culturale e politico a scapito di una qualche minoranza, etnica, politica o sessuale, creando un senso comune basato sulla paura dell’altra/o, meglio se diversa/o.
I temi dell’antirazzismo e dell’antifascismo si intrecciano nuovamente, e assieme a quello dell’antisessismo, ci interrogano alla pari sul fatto di come la rifondazione culturale e politica della sinistra non possa eluderli per un progetto alternativo di società.
Una domanda, a questo punto mi pare necessaria, e la pongo prima di tutto a noi stessi: è possibile considerare la “biodiversità” di tutti gli esseri viventi, un bene comune fra quelli fondanti il nostro progetto d’alternativa? La “biodiversità” di chi ha un’etnia, un genere, un orientamento sessuale o una religione differenti dalle nostre?
Io penso che questo sia necessario, e che non debba essere mai più subordinato ad altro, che debba essere alla base di una grande alleanza democratica che abbia come compagne/i di avventura più che i fondatori di un nuova coalizione elettorale, i migranti e le migranti e tutte/i le/i “diverse/i” in viaggio con noi verso una futura umanità.

LORENZO LUPOLI
Alternativa ribelle – Ribalta

19 dicembre 2011

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