L’altra metà della manovra

L’altra metà della manovra

di Irene Bregola

Oggi le donne italiane, in continuità con la manifestazione tenutasi a Roma lo scorso 13 febbraio contro il governo Berlusconi (il cui retrivo profilo patriarcale e violentemente familistico ha diffuso un’immagine femminile reificata, mercificata e subalterna), torneranno in piazza ci auguriamo numerose e più determinate che mai. Il mantenere l’appuntamento di oggi è una scelta coraggiosa che ci parla di un prezioso protagonismo trasformativo, nonché della consapevolezza sempre più radicata che nessun cambiamento è possibile prescindendo dal coinvolgimento della nostra specifica soggettività, fatta di differenze che meritano una piena valorizzazione.
La mobilitazione, prevista e organizzata ben prima della caduta del tutto imprevedibile del governo Berlusconi, pone noi tutti, donne e uomini, di fronte ad una sfida decisiva, perché è l’esordio di una stagione di rivendicazioni, speriamo intensa e risoluta, nella fase postberlusconiana, segnata dalle scelte devastanti e più che mai inique del governo Monti, legato al precedente da una pericolosa continuità politica. Tale giudizio appare tanto più vero se si considera che ad una prima lettura di genere la manovra aggiuntiva anticrisi appare, nella sua sprezzante virulenza, orientata contro il lavoro dipendente, a favore di una riduzione consistente della spesa pubblica, di un innalzamento irricevibile dell’età pensionabile.
Così operando si dimostra di non voler affatto aggredire quella che è una realtà di disparità insopportabile, segno di tutta l’arretratezza civile del nostro paese che non si è mai fatto pienamente carico della rimozione di quegli ostacoli sostanziali che impediscono un’effettiva parità tra i sessi.
È un dato inquietante che in Italia le donne lavorino 60 ore settimanali, che la media dell’occupazione femminile sia di 14 punti percentuali al di sotto di quella europea, che le precarie superino di gran lunga i precari, che molte di noi non riescano ad esprimere la propria professionalità a causa dell’assenza di servizi, che siano in preoccupante aumento licenziamenti o dimissioni indotte poiché la maternità è ancora interpretata come una indesiderabile condizione di massima improduttività. Pare pertanto del tutto evidente che ci si dovrà impegnare in una lunga e tenace stagione di mobilitazioni, durante la quale presidiare su quelli che sono tutt’altro che diritti acquisiti, ma soglie di civiltà sulle quali occorre vigilare massimamente, poiché il triste decennio che abbiamo alle spalle ci ha insegnato che nulla è scontato, che i traguardi non sono facilmente trasmissibili poiché le generazioni possono essere agevolmente corrotte da stagioni culturali regressive.
Il movimento delle donne ha avuto il merito di riporre al centro della politica nodi di cui si è sempre preteso e si continua a pretendere di negare la dirompente politicità, quali il rapporto tra i sessi, il rapporto tra personale e politico, il rapporto tra corpo e legge. L’ordine patriarcale nella sua declinazione proprietaria, egemonizzante e violenta ha costruito un tempo ed uno spazio fondati sulla presunta neutralità del maschile, declinando la politica sulla rimozione e sulla subalternità di uno dei due sessi, promuovendo nella società relazioni asimmetriche e costrittive. Tale ordine è tutt’altro che scardinato ed esibisce ora un volto forse esteticamente più convincente, ma ugualmente discriminante, rispetto al quale la prima tappa oppositiva e caratterizzante potrà essere la manifestazione di oggi. Una manifestazione che ci consentirà di uscire dal silenzio, riconsegnando alle donne la centralità politica e sociale che meritano, per ricondurre al centro del dibattito gli obiettivi più che mai ineludibili dell’autodeterminazione, della difesa e della piena applicazione della legge 194, dell’abrogazione della legge 40, della critica al familismo, della lotta contro la violenza maschile sul corpo femminile e dell’estensione dei diritti civili.
Se non ora quando? Perché la fuoriuscita dalla crisi impone il riconoscimento della dignità del lavoro di noi tutte, la definizione di un welfare rispondente alle nostre esigenze, la costruzione di una democrazia realmente paritaria in grado di sradicare pregiudizi pervasivi e riformulare la triste rappresentazione diffusa della donna.

IRENE BREGOLA

Liberazione, 11 dicembre 2011

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