La sfida del 15 ottobre e la costruzione della sinistra di alternativa

La sfida del 15 ottobre e la costruzione della sinistra di alternativa

di Daniele Maffione

La manifestazione del 15 ottobre ha sollevato con forza una questione: esistono le condizioni in Italia per costruire un nuovo movimento antiliberista. Non ha senso avviluppare il dibattito, come si è fatto in questi giorni, sulle forme di lotta oppure su una discussione ideologica fra violenza e non-violenza, che ripiega tutta su se stessa e non affronta i nodi politici che pone la fase. Nel nostro Paese, infatti, la crisi economica e quella politica si sono sovrapposte. Le classi dirigenti italiane  sono incapaci di produrre una risposta di medio-lungo periodo alla crisi sistemica. Non esiste una politica di pianificazione industriale. Tutti i settori, da quello metalmeccanico a quello cantieristico, dai trasporti al settore pubblico, risentono della mancanza di classi dirigenti capaci di investire sul lavoro. L’unico risposta concreta viene data in termini di finanziamenti pubblici, con pesantissimi tagli allo stato sociale ed ai diritti, ai debiti prodotti dalla finanza privata con un conseguente e progressivo svuotamento della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori. Lo scenario europeo, ed in particolare quello del nostro Paese, è divenuto oramai drammatico e prospetta un’ingovernabilità della crisi capitalistica, che diverrà strutturale e si andrà ad abbattere negli anni venturi sui lavoratori, sulle nuove generazioni oppresse dal precariato lavorativo, sulle pensioni.

Il 15 ottobre, oltre agli scontri, di cui si è parlato abbondantemente, ma senza un approccio marxista, è accaduto un fatto nuovo: in piazza si sono mobilitati tutti i soggetti politici e sociali colpiti dalla crisi, che pacificamente hanno dimostrato il proprio dissenso nei confronti delle politiche della BCE, del governo Berlusconi, della Confindustria e del neoliberismo. Non si è trattato, infatti, di assistere alla solita, per quanto utile, manifestazione vertenziale. Questa volta, abbiamo assistito, dopo molti anni, all’espressione di un dissenso politico, in cui si sono saldati soggetti politici e sociali, che fatica ad essere incanalato nelle strutture pre-esistenti e non trova interlocutori nel Parlamento, sollevando l’esigenza della costruzione di una sinistra di alternativa, capace non solo di criticare il neoliberismo, ma anche di elaborare delle risposte concrete alla crisi

La propaganda governativa ha voluto imbavagliare la mobilitazione di centinaia di migliaia di manifestanti con le violenze generate dai cosiddetti “black bloc”. Su questo punto bisogna essere fermi: gli scontri cui abbiamo assistito, non hanno nulla a che vedere con le ragioni della manifestazione. I “black bloc” li abbiamo già visti in azione a Genova nel 2001 ed abbiamo compreso la loro funzione a margine dei cortei: servono a creare una strategia della tensione in piazza, volta ad eliminare la voce politica di un movimento e scatenare la repressione poliziesca. Le violenze non sono espressione del disagio sociale, ma rispondono ad un disegno di caos organizzato, animato da frange assolutamente minoritarie, volte a tarpare le ali della protesta politica. Lo dimostra il fatto che gli incidenti siano stati colti a pretesto per impedire la manifestazione della FIOM del 21 ottobre, sospendendo, nei fatti, la possibilità democratica di una mobilitazione operaia. Questa cosa è gravissima ed incomincia a prospettare uno scenario di svolta autoritaria nel governo con una gestione fascista dell’ordine pubblico.

In una nota diffusa dal Ministero dell’Interno, all’indomani degli incidenti, Maroni descriveva la composizione politica dello spezzone che ha devastato Roma: nel mirino sono stati posti centri sociali di mezza Italia, gruppuscoli politici, frange anarchiche. A mio modo di vedere, stando alla rassegna di filmati prodotti da Rainews 24 e Presa Diretta, non è da escludere anche l’infiltrazione di gruppi ultrà e neofascisti. Lo dimostrerebbe anche l’individuazione degli obiettivi da colpire e le modalità scelte per condurre la guerriglia urbana, come il dare fuoco ad auto utilitarie ed appartamenti ed il prendere a cinghiate manifestanti, che tentavano di impedire gli scontri. Per ripristinare la verità, occorreranno le indagini delle forze dell’ordine e della magistratura. Ma un punto bisogna stabilirlo: il caos organizzato ha marciato di pari passo con un’incapacità (e,  probabilmente, con un coordinamento) nella gestione dell’ordine pubblico. Non soltanto, l’antiterrorismo avrebbe potuto e dovuto svolgere un lavoro di intelligence preventivo, ma sarebbe dovuta intervenire tempestivamente per impedire che nascessero incidenti a margine di un corteo-fiume pacifico. In alcune fotografie, emerge con chiarezza come alcuni uomini in borghese fiancheggiassero indistintamente i gruppi “insurrezionalisti” ed i cordoni di polizia. Questo celerebbe un legame fra alcune frange violente di manifestanti e reparti della forza pubblica. Altra cosa è dire che gli agenti delle forze dell’ordine, insieme ai manifestanti inermi, sono stati coinvolti in una guerriglia urbana senza disporre dei mezzi adeguati per svolgere il proprio lavoro. Bisogna, infatti, comprendere che persino i sindacati di polizia stanno protestando contro il governo Berlusconi per i tagli alla  sicurezza, che interessano finanche la benzina per far spostare i mezzi.

Questa tematica non può essere lasciata al populismo delle destre: una sinistra di alternativa, che si pone il compito di mobilitare le classi subalterne, deve comprendere anche che la crisi coinvolge persino i lavoratori delle forze dell’ordine, che non sono nemici da abbattere, e in cui si riversa, almeno in parte, tutta la drammaticità della questione meridionale, con giovani costretti ad entrare nelle forze di sicurezza come unica alternativa alla disoccupazione. Dal canto loro, gli agenti delle forze dell’ordine, anziché lamentare l’abbandono della politica, ripiegando su rivendicazioni corporative e sul qualunquismo a-ideologico,  dovrebbero sposare le rivendicazioni di questo movimento antiliberista, che non può essere represso in un bagno di sangue, ma deve essere appoggiato nelle sue rivendicazioni essenziali: lavoro, diritti, partecipazione, democrazia.

Il dibattito che si è animato nei giorni scorsi tra violenza e non-violenza è a dir poco stucchevole. In Europa ed in Italia, oggi esistono ancora le condizioni per condurre una battaglia politica pacifica e di massa, volta ad accrescere il consenso tra i lavoratori e le nuove generazioni, che non possono lasciarsi trascinare in una spirale di odio e di provocazioni. Credo che il limite della piazza del 15 ottobre sia stato il relegare la FIOM ed i soggetti politici più strutturati, come Rifondazione comunista e la Fds, nella coda del corteo, subendo una logica da sistema maggioritario, che vuole i sindacati ed i partiti al margine delle mobilitazioni di massa, seguendo un antipoliticismo di maniera. A conti fatti, i soggetti organizzati hanno tenuto almeno una parte della piazza, garantendo un efficace servizio d’ordine ed impedendo ulteriori provocazioni da parte degli spontaneisti e della polizia.

A questo punto, per compiere un salto di qualità oggettivo, questo movimento deve dotarsi di una propria piattaforma politica, che accolga tutte le istanze sociali presenti al proprio interno, e sia in grado di approntare anche una propria intelligenza anche nella gestione organizzativa delle mobilitazioni. I comunisti devono svolgere un ruolo essenziale non soltanto in termini di esperienza pratica, ma anche nell’educazione politica di questo movimento antiliberista. Non possiamo ripudiare il ricorso legittimo alla forza, in alcuni contesti storici, come ad esempio è avvenuto perla Resistenza italiana. Ma bisogna essere consapevoli che, fin quando la Costituzione della Repubblica rimarrà intatta, esistono le condizioni per svolgere una battaglia pacifica e democratica dal basso, che non si lasci precipitare nelle violenze e sia capace di rispondere alle provocazioni squadristiche ed alla repressione poliziesca. Su questo ci contenderemo l’egemonia nel movimento contro le frange estremistiche, che rischiano di rovinare le potenzialità di massa del movimento stesso.

In conclusione, i comunisti hanno una grande sfida da sostenere in questo momento: devono sapere porre la centralità del conflitto capitale-lavoro nelle viscere del sorgente movimento anticapitalista. Bisogna, cioè, dare centralità alla ricostruzione di un soggetto della trasformazione, capace di aggregare attorno a se un nuovo blocco storico e di esercitare egemonia politica e culturale nella vecchia e marcia società capitalista. In questa sfida, risiede la difficoltà per un Partito come Rifondazione comunista e per un’aggregazione come la Federazione della Sinistra. La piazza del 15 ottobre ha bisogno di una nuova sinistra di alternativa, capace di rompere il minoritarismo e di parlare di lavoro, pace, uguaglianza sociale. Dobbiamo, quindi, saper trasformare il nostro Partito in un’efficiente organizzazione di massa, capace di parlare alle classi subalterne, costruire la sinistra di alternativa e indicare una prospettiva egemonica di superamento del capitalismo.

DANIELE MAFFIONE

responsabile nazionale antifascismo – Giovani Comuniste/i

20 ottobre 2011

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