Berlusconi, i poteri forti e il ruolo della sinistra di classe

di Danilo Borrelli Assistiamo ad una fase mutevole dello scenario politico italiano. L’attuale maggioranza di governo è quotidianamente attraversata da fibrillazioni che investono il vero collante di una coalizione che domina (seppur a fasi alterne) da più di quindici anni lo scenario politico del Paese; questo collante, che sta venendo meno, è proprio Silvio Berlusconi.

Quella che si svolge in questi giorni, lungi dall’essere una sollevazione morale (!) contro l’attuale Presidente del Consiglio e la sua banda di ossequiosi alleati, è una guerra fratricida per la successione ad un Premier, che sembra avere perso parte dell’appoggio di quei poteri forti che in tutti questi anni ne hanno sostenuto una leadership unanimemente riconosciuta.

Gianfranco Fini, giocando in anticipo, tenta di sondare l’eventuale consenso ad un’ipotesi di gestione del Paese che soddisfi gli interessi delle imprese e più in generale del capitale, eliminando l’imbarazzo legato alla ormai consumata figura di Berlusconi, da cui anche parte della borghesia sembra convinta di voler prendere le distanze: si pensi ad esempio alle prese di posizione di Avvenire (Vaticano) e di una parte del mondo imprenditoriale legata a Montezemolo (Confindustria). Per questo l’ipotesi finiana trova orecchie attente nell’Udc di Casini e in quella parte di centro moderato di estrazione democristiana già in rotta di collisione con il Pd.

Forse è utile capire cosa si annida dietro questi movimenti e soprattutto quali potrebbero essere gli scenari prefigurabili sul medio e lungo periodo, partendo da una necessaria considerazione: se la figura di Berlusconi e il suo ruolo guida della coalizione di centrodestra è in crisi, la stessa cosa non può dirsi né per il berlusconismo quale metodo di gestione del potere né per i principi economici che quotidianamente ispirano l’attuale esecutivo.

Per questo non stupiscono le dichiarazioni di larga parte delle attuali opposizioni parlamentari (dal Pd all’Idv) disponibili a ragionare su un governo tecnico successivo a quello Berlusconi. Forse ci lascia più interdetti il fatto che una proposta più o meno analoga venga anche da SeL per bocca del suo portavoce, Nichi Vendola.

L’ipotesi di un governo tecnico, magari proprio a guida Tremonti (proposto dallo stesso Pd!), infatti, non intaccherebbe il motivo reale del perdurare della forza di Berlusconi, né ovviamente produrrebbe quella necessaria inversione di tendenza in una politica economica responsabile delle cause e degli effetti dell’attuale crisi economica.

Chi pensa che il solo problema della democrazia italiana sia rappresentato dalla figura di un Presidente del Consiglio particolarmente impresentabile, commette un serio errore di valutazione: Berlusconi non rappresenta un’anomalia in un sistema comunque funzionante, egli è il prodotto strutturale di un sistema politico-istituzionale che fa della riduzione della rappresentanza e della democrazia, della commistione tra potere economico-politico con pezzi della criminalità organizzata, condizioni funzionali alla propria esistenza. Un sistema che si fonda sul populismo, su una società passivizzata e anestetizzata da un apparato mediatico connivente o asservito alle politiche liberiste, che plasma consenso, reprime conflitto, inibisce ed espelle i temi del malessere sociale dal dibattito pubblico del Paese. Un potere politico che persegue una spietata politica di classe (a favore di padroni, banchieri e speculatori) contro il mondo del lavoro e i diritti dei lavoratori. Un governo che tenta quotidianamente di rendere carta straccia quel compromesso dinamico e progressivo rappresentato dalla Costituzione antifascista attuando un progetto eversivo che va arrestato prima possibile.

E’ in questo contesto che vanno inserite le reazioni del mondo politico ad una situazione sicuramente in evoluzione.

Su questo proviamo a mettere dei punti fermi.

Noi crediamo che questo governo vada fatto cadere prima possibile, sulla spinta dell’opposizione sociale e anche sfruttando le difficoltà che l’attuale maggioranza si trova a vivere.

Le politiche antipopolari perseguite fino ad ora, infatti, stanno facendo talmente tanti danni che sarebbe irresponsabile non tenere in dovuta considerazione il persistere di questo governo.

Per questo va lanciata subito un’offensiva politica e sociale che si ponga l’obiettivo, alle prossime elezioni, di sconfiggere il centrodestra. Una coalizione democratica, di salvaguardia istituzionale che definisca come prioritario lo scardinamento dell’impianto costitutivo di questa seconda repubblica: rottura del bipolarismo, legge sul conflitto di interessi e più in generale sull’accesso al sistema informativo-mediatico, e soprattutto un sistema elettorale proporzionale che ridia valore ad una reale partecipazione democratica alla vita politica. Per tutto questo, e per liberare la sinistra dal perenne ricatto del “voto utile” e della logica del sostegno al “meno peggio”, è necessario battersi per scardinare l’attuale impianto istituzionale.

Detto questo, è evidente che l’azione di un eventuale altro governo non si potrebbe esaurire in questi pur importanti punti programmatici. La crisi di sistema che ci troviamo ad affrontare necessita di risposte strutturali, di sinistra, che ridiano centralità al mondo del lavoro ed abbattano sia le controriforme della destra, sia il quotidiano attacco allo stato sociale. Su questi elementi, proprio per le profonde differenze che esistono anche all’interno di un’ipotetica coalizione di centrosinistra, non ci sembra ci siano le condizioni per un accordo organico comune di governo del Paese.

Troppe le distanze dalla maggior parte di un centrosinistra che su temi di fondo quali la politica economica, sociale, estera (solo per fare qualche esempio) risponde ad interessi opposti rispetto a quelli dei settori popolari, nostri referenti di classe.

La via politica da perseguire si fa quindi stretta e pericolosa e necessita di un’azione su più fronti, da quello istituzionale a quello sociale.

Da tempo abbiamo investito nella necessità di declinare la nostra linea politica, e la relativa pratica quotidiana, all’interno della società, nel vivo delle lotte e dei conflitti, rifuggendo dall’approccio fuorviante di chi anche a sinistra pensa che il cambiamento possibile e auspicabile, possa realizzarsi solo nei contesti istituzionali.

Per noi non è così. Una sinistra utile e il dispiegarsi di una ipotesi comunista di trasformazione della società vivono solo se, accanto all’azione istituzionale, vengono declinate all’interno del conflitto sociale. Ed in questa battaglia per fortuna non siamo soli.

La tenace resistenza dei lavoratori e delle lavoratrici che in questi mesi hanno lottato e continuano a battersi contro gli effetti delle politiche liberiste, deve vivere un salto di qualità. E’ solo nella consapevolezza di un movimento di classe di chiaro stampo anticapitalista, in grado di definire un blocco storico alternativo tanto al centrodestra, quanto alle politiche interclassiste del centrosinistra, che passa la strada per una reale alternativa di società.

Il nostro delicatissimo compito è quello di non tradire queste aspettative, di legare la questione democratica al protagonismo sociale e politico delle classi lavoratrici.

Rifuggendo dal settarismo o dal governismo di chi scindendo questi due ambiti nega la possibilità per i lavoratori e le lavoratrici di influire sulla vita politica del Paese.

La manifestazione del 16 ottobre della Fiom, sull’onda lunga della resistenza operaia di Pomigliano, rappresenta un punto centrale per la definizione di un blocco storico in grado di influire sul Paese. Nostro dovere è sostenere queste legittime rivendicazioni per definire un orizzonte politico realmente rivoluzionario.

DANILO BORRELLI
Coordinamento nazionale Giovani Comuniste/i

24 Agosto 2010

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