Bologna, 2 Agosto 1980, ore 10.25

di Marco Sferini I signori delle bombe, quelli delle stragi sui treni e nelle tante banche dell’agricoltura di questo Paese, quei signori sono ormai o degli imprenditori di moda o chissà che altro in Giappone (leggasi Delfo Zorzi), oppure sono degli pseudo intellettuali che vengono invitati a convegni da associazioni di una riscoperta molto ambigua e strana della cultura (leggasi Francesca Mambro e Valerio “Giusva” Fioravanti). Ma chi sono stati i committenti e gli esecutori delle stragi di cui è cosparsa la storia della Repubblica Italiana? Tinte fosche, anzi nere, nere pece, nero celtico. La matrice è fascista, ma chi ha armato la mano? Chi ha dato il comando di mettere, ad esempio, una bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980?
Quel giorno ero in vacanza in campagna, a Murazzano, con la mia famiglia. Ero un bambino, avevo appena 7 anni. Eppure ricordo il fragore dei telegiornali, la drammatica notizia data con l’ansia del crescente numero di vittime sotto le macerie della stazione, sotto quell’orologio che segnava immobile, a peritura memoria dell’attimo di divisione tra la vita e la morte, il compimento della strage, la tremenda deflagrazione della bomba che squarciò le mura, che gettò da una parte all’altra decine di povere vittime, seppellendole sotto un accatastarsi di cemento e di lamiere, di vetri e di polvere.
Si trattò del più sanguinoso attentato compiuto nella storia italiana dal dopoguerra in avanti: 87 morti e 177 feriti. E tutto ciò si inseriva nell’alveo degli anni di piombo, degli anni del terrorismo sia nero che rosso, negli anni in cui la spinta della c.d. “strategia della tensione” non era affatto esaurita ma si compiva in queste azioni di morte di massa, di vero e proprio terrore e sospetto verso tutto e tutti. Tensione, appunto.
Sono le 10.25 minuti quando Bologna perde un pezzo della sua vita quotidiana, quando a terra restano quasi cento cadaveri e quasi duecento feriti. I terroristi usano come esplosivo del T4 e del tritolo. Ne fanno una massa unica e la collocano lì, in un luogo dove in piena estate non si riesce a contare la gente che vi transita. Sul primo binario, in quel momento, c’è un convoglio: è il treno che va da Ancona a Chiasso. Appena la bomba esplode, la detonazione è talmente forte che viene udita a chilometri di distanza, distrugge gran parte della stazione e investe anche l’Ancona-Chiasso.
Presidente del Consiglio è l’attuale senatore a vita Francesco Cossiga che mette in moto una rete di disarticolazione dei fatti che però non ha un cammino semplice. Di mezzo c’è la volontà carsica di destabilizzare l’ordinamento democratico e dare scacco matto una volta per tutte al Partito Comunista Italiano, magari applicando quel famoso “Piano di rinascita nazionale” che piace tanto al Gran Maestro della Loggia massonica “Propaganda 2″. Un piano che prevede la fine dei sindacati, l’occupazione della Rai Tv, la trasformazione delle libertà costituzionali in concessioni governative. La dittatura, insomma. E di chiaro stampo nordamericano, benedetta da Washington nell’eterna lotta contro il blocco sovietico e contro tutti i comunisti e i democratici anche liberali.
La pista che viene seguita dagli inquirenti porta in un primo momento a cause tecniche circa l’esplosione. Ma non regge neanche un minuto. Non è scoppiata una caldaia, ma una bomba al tritolo e al T4. Non sono “bruscolini”, direbbero a Roma.
Allora si cerca di indirizzare la responsabilità della strage ai terroristi delle Brigate Rosse (il c.d. “partito armato”). Si dichiarano comunisti? Sì, e allora incolpiamoli di questa strage. Chissà che non ne venga uno scredito talmente buono da far inginocchiare anche chi con le Brigate Rosse mai ha avuto a che fare, ossia il Partito Comunista Italiano. Tutto fa brodo per i signori delle stragi e degli inganni.
Ma accade qualche cosa di imprevisto. Di imprevisto certamente per le dimensioni che assume. Si costituisce una Associazione dei famigliari delle vittime che diviene la spina nel fianco dei depistatori, di tutti coloro che cercano di insabbiare e coprire la verità. I parenti combattono uniti, non si danno mai per vinti e riescono ad ottenere un brandello di giustizia: il 23 novembre 1995 (quindi anni dopo…!) la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza definitiva, commina l’ergastolo a quelli che vengono riconosciuti essere gli esecutori materiali dell’attentato: sono i terroristi neofascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti detto “Giusva” per i suoi amici “camerati”. Il “bel Valerio”, nel periodo di fermento politico in Italia, fu implicato direttamente in molti omicidi verso giovani comunisti, forze dell’ordine e magistrati.
Lei è la sua donna, e proviene da una storia politica e personale costellata di sangue: è il 7 gennaio 1978 quando, nel corso di scontri in piazza, un suo amico, Stefano Recchioni, viene colpito e ucciso dai carabinieri. Dirà successivamente la Mambro riguardo l’episodio: “Da quel giorno ho giurato che non mi avrebbero più trovata disarmata”. Da quel giorno compie una serie di azioni armate che la portano a compiere tre omicidi, fino alla strage della stazione di Bologna. Quello per la strage della stazione non è il primo ergastolo che ha sulle spalle. E’ una ferale collezione e rende l’idea di come lo scontro tra neofascisti e comunisti fosse senza tregua in quegli anni. Se mai poi tregua ha conosciuto…
La Suprema Corte di Cassazione, comunque, trova reità anche per il “Venerabile” Licio Gelli. Lo riconosce colpevole di depistaggio. E anche per Gelli non è un battesimo del fuoco questa condanna. E’ maestro certo della Massoneria, ma è soprattutto maestro di intrighi con i settori deviati dei servizi segreti, con generali con ambizioni troppo più grandi di loro e, soprattutto, con gli ambienti bancari e mafiosi al di qua e al di là dell’oceano. La vinceda di Michele Sindona insegna…
Giusva Fioravanti e Francesca Mambro furono gli esecutori di quella strage, la mano che pose la borse nell’atrio della stazione, quella che decretò in modo fattivo la fine di vite, così a caso, scelte nel passaggio da un binario all’altro. La mano che interruppe i sogni di molti, che spezzò le vite dei parenti, che ne tranciò il respiro. Il tutto a tragico dispetto di quanti – anche a sinistra – cercano ancora in tutti modi di smentirlo, accreditando tesi infondate e strumentali come l’inconsistente ‘pista palestinese’.
Una grande coscienza popolare, come disse il Presidente Pertini, si fece avanti in quell’occasione, anche e soprattutto nel proclamare il 2 agosto la “giornata in memoria di tutte le stragi”. L’Italia non ha dimenticato i suoi morti, caduti di una guerra nascosta, fatta di tradimenti verso la Costituzione e verso la Repubblica, fatta di mille tradimenti provenienti da i più disparati centri di controllo dello Stato e di quel para-Stato che era la loggia P2 con i suoi elenchi di accoliti che portavano con sè nomi di politici, alti politici, militari, giudici, giornalisti, imprenditori, banchieri.
Dedichiamo questo nostro scritto alla memoria delle vittime, per un Paese libero dalle trame, dal terrorismo di ogni colore. Per un Paese democratico e sociale, vicino alla sua Costituzione salvata pochi mesi fa da un referendum che ha visto, ancora una volta, un’alta partecipazione di popolo. La coscienza collettiva di questo bizzarro popolo italiano non è finita. Esiste ancora ed esisterà anche grazie al tessuto di garanzie sociali che i comunisti nei decenni hanno contribuito a costruire.

MARCO SFERINI

da www.lanternerosse.it del 2 Agosto 2007

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