Cari GC, i comunisti non fanno lotte diseguali per eguali

di Marco Sferini Lettera aperta in merito al dibattito apertosi sulle pagine del sito nazionale dei Giovani Comuniste/i sull’omosessualità e i Pride

Alle giovani comuniste e ai giovani comunisti
Alle compagne e ai compagni del PRC

Care compagne, cari compagni, perdonate questa intrusione nel vostro mondo che non è più il mio, anagraficamente parlando, da ormai parecchi anni. Vorrei poter essere molto sintetico, e so che non ci riuscirò, nel dirvi che le comuniste e i comunisti non sono persone che fanno lotte diseguali per uguali. Non si può francamente accettare che vi sia una sorta di classificazione dei diritti in base al loro legame storicamente provato o meno con l’operaismo, col movimento dei lavoratori che ha fondato la lotta per la liberazione degli esseri umani dal profitto.
Non vorrei che ci ritrovassimo a dover fare i conti un giorno con un partito monotematico, monotono e distante da tante problematiche che pure interessano quelle persone che vogliamo rappresentare e che ci sono diventate aliene da un po’ di tempo a questa parte.
E non credo che questa alienazione dal voto, dal consenso sia ascrivibile all’interessamento costante che Rifondazione Comunista e i Giovani Comunisti/e hanno mostrato e dimostrato per il movimento omosessuale, transgender e bisexual. Sarebbe come affermare che, in epoche ormai trascorse, i comunisti in Italia deviarono dalla lotta di classe per seguire, ad esempio, le vicende del divorzio o dell’aborto. Sono state battaglie promosse e dirette dai comunisti ed è un patrimonio di libertà che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità e che complementa un quadro più generale peraltro contemplato dalla nostra Costituzione che si regge su un impianto sociale e che si allarga alla schiera di tutti i diritti civili e sociali.
Alle compagne e ai compagni che rivendicano per il Partito un carattere meno disponibile con la “contaminazione” (parola peraltro riesumata da loro stessi) con il movimento omosessuale, vorrei ricordare quelle belle frasi di Brecht che riecheggiano il palpito di un cuore che sente il pericolo della scomparsa di tutte le libertà se anche solo una è minacciata.
Voglio dirlo con grande franchezza: la posizione dei compagni torinesi (la chiamo così per opportunità di sintesi, e chiedo venia ai compagni di Torino) è fuori dallo schema della “rifondazione comunista”, così come lo sarebbe una posizione che affermasse che la lotta per la libertà di espressione è secondaria rispetto alla lotta operaia, e via di seguito.
Io penso che se si vuole fare un dibattito, lo si deve fare sapendo che Rifondazione Comunista ha nel suo Dna, nel suo preambolo di Statuto, e nella sua storia ormai conosciuta e riconoscibile, un principio di libertarismo che non inquina e non inficia la spinta ideale e pragmatica verso il superamento del capitalismo, verso il Comunismo.
Qualcuno potrebbe pensare che io mi esprimo in questi termini perché sono omosessuale, o almeno tale mi ritengo sino ad oggi. Non è così. Ho la presunzione (lasciatemela…) di sapere che un comunista non prescinde da nessuna libertà, perché si batte ovunque sia per l’espansione della libertà, per la vita vera, non per la sopravvivenza.
La rigidità di certe interpretazioni del Comunismo, non ci aiuta ad essere propositivi, spontanei e vicini con quella gente che non ci capisce, ma che ci vede quando vendiamo il pane, quando volantiniamo per strada, quando testardamente cambiamo ogni giorno il giornale in bacheca ben sapendo che Liberazione non può competere con tg, radio e web, ma che se non ci fosse sarebbe peggio.
E’ per questo che non comprendo la posizione dei compagni di Torino. Perché esclude o tende ad escludere. Perché schematizza e semplifica e, in ciò, è deficitaria rispetto allo stesso concetto di lotta.
Io non posso credere che la lotta di Stonewall e di tanti e tanti omosessuali nel mondo sia inferiore o meno importante di quella dei lavoratori dell’Eutelia o di Pomigliano. Sono lotte diverse, certo. Ma equipollenti. Entrambe tendono ad assicurare a soggetti deboli o emarginati, vittime del profitto e del pregiudizio, una speranza di riscatto, una vita migliore.
E il senso della nostra lotta è solamente questo, come diceva Togliatti: “Fate in modo di rendere la vita degna di essere vissuta”.
Un caro saluto.

MARCO SFERINI

12 Luglio 2010