La “Padania”, ovvero il volto caricaturale della Lega

di Marco Sferini Chissà se Erodoto riuscirebbe a far cambiare idea a Umberto Bossi? Eh già… nemmeno il grande storiografo greco, parlando della parte nord della nostra penisola, la chiama “Padania”. Non la chiamano così nemmeno i romani: Gallia Cisalpina la definiscono. E solo Augusto crea la provincia italiana tutta intera (ad esclusione di Sardegna e Sicilia). Ma gli esempi storici forse non servono per confutare l’esistenza o meno della “Padania”. Infatti ciò che non esisteva ieri potrebbe esistere domani, ma se ad oggi non esiste non si può pretendere di mettere mano ad un complesso problema di natura ontologica e farne un argomento di dibattito politico.
Eppure, mentre gli operai di Pomigliano d’Arco vedono passare sulla loro testa (e su quelle future di tutti i lavoratori e della lavoratrici) il ricatto imprenditoriale, le alte cariche dello Stato discutono dell’esistenza o meno di un fantomatico stato federale formato dalle regioni settentrionali più qualche regione del centro. Almeno fin dove la Lega raggiunge percentuali dignitose: e, purtroppo, non si può dire che queste percentuali siano rimaste al di sopra del Po: già da tempo il partito di Bossi ha sfondato gli argini, ha esondato in Emilia Romagna e in Toscana e miete consensi anche nella rossa Umbria fino a lambire Marche e Abruzzo.
Incredibile fino a pochi anni fa. Quello leghista è certamente il fenomeno più sottovalutato dei nostri ultimi decenni, tanto sottovalutato quanto camaleontico, capace di mimetizzarsi e adattarsi alle esigenze popolari, alle urla forcaiole come agli spari del far west in nome della sicurezza. Una Lega che nasce lontana dal Vaticano e che diventa quasi sanfedista, ipercattolica, tradizionalista e che riesce a mantenere il bislacco culto del Dio Po, dell’ampolla di vetro con l’acqua trasportata dal Monviso allo specchio della Laguna della Serenissima.
E anche oggi, del tutto probabilmente, non ci siamo ancora resi conto della portata reazionaria e conservatrice, iperliberista e xenofoba della Lega: basta scorrere i manifesti dal 2000 al 2010; basta leggere i discorsi di Bossi o di Maroni. Basta vedere i raduni a Pontida per capire che il tanto invocato “federalismo” non c’entra storicamente niente con i leghisti. L’ideale politico organizzativo che Carlo Cattaneo aveva del e per l’Italia non era il campanilismo egoistico tenuto insieme da un misero interesse comune pseudo-nazionale, ma un Paese dove il rispetto delle singole specificità locali fosse il cemento per l’unità nazionale, per una repubblica federale. E federare significa unire, non dividere, significa aggregare, non separare.
Invece si torna a parlare di secessione, di indipendenza della fantomatica “Padania” e si agitano gli spettri di quasi 10 milioni di padani, tuona Bossi, pronti a sollevarsi per proclamare questa repubblica separatista, per seguire la crociata leghista che arriva da quasi trent’anni di gole infuocate da parole machiste, da misoginismi mascherati da forza e intraprendenza muscolare.
In tutti questi anni, la Lega non ha fatto altro se non lavorare pazientemente per cementare la sua alleanza con gli imprenditori del nord Italia: basti pensare al Veneto, al Friuli e anche alle altre due regioni che segnano la linea di dominazione leghista: Lombardia e Piemonte. E pazienza se Formigoni magari non la pensa proprio come loro. L’alleanza col PDL tiene e Berlusconi ammette che i leghisti sono difficili da sopportare, ma tant’é il governo non si tocca, la maggioranza regge e quindi il Presidente della Camera sembra non poter fare altro che mettersi il cuore in pace e tenersi per sé l’elementare concetto: “La Padania non esiste”.
Fortunatamente no. Ma se domani venisse proclamata… quanti difenderebbero la Repubblica Italiana e la sua Costituzione?
A questa domanda terribile dobbiamo poter saper dare una risposta non solo numerica, ma soprattutto sociale e politica.

MARCO SFERINI
23 Giugno 2010

da www.lanternerosse.it

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